Per mettere su famiglia servono conti pubblici in ordine, prima che bonus pannolini

Emendamenti al Decreto Crescita, presentati in questi giorni dal ministro per la Famiglia, Lorenzo Fontana, prevedono misure a sostegno delle famiglie con figli - detrazioni fiscali relative a spese per la prima infanzia, nonché l’ampliamento e il potenziamento del “bonus bebé” - che, come anticipato dal vicepremier Luigi Di Maio, saranno finanziate con fondi “avanzati” dal Reddito di Cittadinanza. Inoltre, una recente mozione impegna il Governo a chiedere all’Unione europea “uno specifico spazio di flessibilità di bilancio” per politiche tese ad elevare il tasso di natalità.

Nel paper “Il paese senza figli. La miglior politica per la natalità è la riduzione del debito“, Vitalba Azzollini ripercorre ed elenca le misure a sostegno della natalità che si sono accavallate in Italia senza tuttavia ottenere il risultato di incrementare le nascite. Nell’arco di 3 anni (dal 2014 al 2017), ricorda l’autrice, “le nascite sono diminuite di circa 45mila unità mentre sono quasi 120mila in meno rispetto al 2008”. D’altro canto, come dimostra anche l’esperienza comparata richiamata nel focus, non basta spendere tanti soldi pubblici per avere un tasso di fecondità elevato, anzi: data la situazione finanziaria italiana, “aumentare il debito pubblico per mettere in campo misure che favoriscano le nascite - con la richiesta di una golden rule da avanzare all’Unione europea - rischia di ottenere l’effetto opposto”.

Difatti, per quanto sia importante la disponibilità di strutture per l’infanzia e una regolazione che consente la conciliazione dei tempi di lavoro e familiari anche per i padri, “il contesto italiano - dato il macigno del debito che grava sul Paese - è tale che i ragazzi hanno difficoltà a pianificare il proprio futuro in termini di indipendenza dalla famiglia di origine, lavoro, matrimonio e figli: tant’è che una delle cause della riduzione della natalità risiede nella circostanza che la congiuntura economica sfavorevole degli ultimi anni ha spinto sempre più giovani a ritardare rispetto alle generazioni precedenti la formazione di una famiglia e la nascita di un figlio”.

Di certo - conclude Azzollini - un Paese che non cresce, che non rimedia agli sprechi di denaro pubblico e che continua a impiegare un enorme ammontare di risorse in politiche pensionistiche “non appare roseo per i giovani e, quindi, non incentiva le coppie ad avere bambini”.