Le crisi nascono sempre da debiti non pagati, poi frettolosamente etichettati come “deteriorati”. Oggi l’Italia rischia di cascare in una terribile morsa usuraia, è il motivo per cui tanti preferiscono regga il governo Giallo-Verde. Anche chi reputa indigesto questo esecutivo, sa bene che in caso di caduta il presidente Mattarella subirebbe sufficienti pressioni per dare incarico ad un gruppo di potere gradito all’asse bancario franco-tedesco. Una forza estranea alla politica democratica italiana, non influenzabile da Partito Democratico, Forza Italia, Lega e Movimento 5 Stelle prenderebbe le redini del Belpaese. E questo perché l’Italia ha ceduto parte delle proprie libertà politiche in cambio d’una superalimentazione della propria struttura finanziaria: una superalimentazione economica sarebbe rimasta sul territorio, mentre quella finanziaria prende subito il volo dallo Stivale.

A dieci anni dal crollo di Lehman Brothers (crac bancario Usa la cui portata ha giustificato si trascinasse in recessione l’intero Occidente) i gestori finanziari del pianeta stanno lavorando a creare una nuova crisi, e non daranno certo il tempo al governo giallo-verde di mettere l’Italia a riparo. L’Italia sta anche operando in controtendenza alle politiche economiche occidentali: infatti preme sulla “Via della Seta” proprio ora che la Cina sta traghettando l’economia orientale da un modello classico (basato su esportazioni e infrastrutture) al “nuovo sostenibile” (fondato su consumi interni e servizi). Aspettiamoci quindi misure non convenzionali, nello scontro che vedrà i poteri internazionali schierati con la finanza per imbrigliare l’economia reale in una sorta di sudditanza.

Le borse mondiali stanno assurgendo ad una sorta di templi laici della finanza, in cui si sviluppa la fiducia religiosa nel controllo artificiale dei cicli di crisi: manovre che condizionano politiche dei governi ed economia reale (lavoro tradizionale) attraverso manovre di stimolo e fustigazione. In parole povere la “finanza tossica” è ormai padrona delle democrazie occidentali.

Di fatto la “cura da cavallo” propinata all’Italia è servita solo per maggiormente asservire la politica ai mercati finanziari. Il problema di questo governo giallo-verde sta nel preconizzato fallimento dell’offerta d’una “crescita inclusiva” (reddito di cittadinanza, quota cento, ripresa del lavoro e del mercato interno, promessa d’affrancamento da povertà diffusa ed irreversibile): il governo ha promesso inclusione e la finanza ha risposto (controllando i sistemi bancari) con l’allargamento delle ineguaglianze. La domanda è semplice: riusciranno i partiti populisti a sconfiggere la cabina tecnica finanziaria planetaria?

Mentre lo scontro tra queste forze spazia tra politica ed economia, aziende come Bulgari, Candy, Indesit, Italcementi, Loro Piana, Magneti Marelli, Pirelli, Ntv, Valentino, Versace... sono passate in mano allo straniero per l’intervento della “finanza internazionale”.

A frenare la “macchina Italia” non è il ricambio generazionale, ma il preponderante ricorso al debito bancario: il sistema bancario europeo tifa per la cessione all’estero del “made in Italy”. Intanto il rating di Moody’s tifa perché la prossima crisi spazi via ogni velleità d’influenza italiana nelle politiche economiche. Negli ambienti beninformati, già si parla di pressioni perché John Elkann (amministratore amministratore esecutivo Ferrari) sposti l’intero gruppo Ferrari-Maserati a Detroit: l’obiettivo della finanza sarebbe “zero produzioni automobilistiche in Italia”. Nessuno s’esprime. Il presidente di Confindustria tenta il colpo alla botte e quello al cerchio. Il premier Conte cerca d’indossare i panni di novello Fanfani, ma i tempi sono cambiati ed i poteri finanziari mondiali non sembrano inclini a sensibilità (ed opportunità) politiche. Così un governo tenuto insieme con colla e saliva affida un rilancio (ed una svolta) all’esito delle elezioni europee.