Pil fiacco, per deficit a 2% sforzo da 8-9 miliardi

Le nuove stime sull’andamento dell’economia nel 2019 gettano un’ombra sui conti pubblici italiani e danno adito a nuove temute ipotesi di manovra-bis. Non raggiungere gli obiettivi di crescita potrebbe infatti tradursi anche nel mancato raggiungimento degli obiettivi di deficit e debito concordati con l’Unione europea e indissolubilmente legati alla variazione del Pil, costringendo il governo a correre ai ripari. La correzione non è obbligata, perché le decisioni sia a livello nazionale che europeo non dipendono esclusivamente dai ferrei modelli di calcolo matematico.

Tuttavia, stando ai numeri emersi al momento dalla Commissione europea, il rischio peggiore che l’Italia potrebbe correre è quello di una sterzata in corso d’anno che potrebbe arrivare fino a 8-9 miliardi di euro. Una cifra di fatto poco inferiore al costo delle due misure simbolo del Governo gialloverde: il reddito di cittadinanza, per cui è prevista quest’anno una spesa di circa 5,9 miliardi di euro, e quota 100, per cui sono stati stanziati nel 2019 poco meno di 4 miliardi. La chiusura negativa del 2018 pesa come un macigno sull’anno appena iniziato e gli effetti, secondo la Commissione ma anche secondo il Fondo monetario e, in Italia, secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio, emergeranno tutti nel 2019. Tra tutte, la voce più pessimista è proprio quella di Bruxelles che ferma la crescita italiana ad un modestissimo +0,2% ben 0,8 punti percentuali in meno rispetto all’ultima previsione del governo, rivista già al ribasso all’1% a fine dicembre. Già allora la lunga trattativa intavolata con l’Europa per evitare la procedura di infrazione ha portato ad una riscrittura della manovra che ora rischierebbe, nella peggiore delle ipotesi, di essere rimessa ancora in discussione.

A quell’1% corrispondeva infatti una deficit al 2,04%. Quanto bastava, in base al compromesso raggiunto, a non far crescere troppo il deficit strutturale e a non far deviare eccessivamente l’Italia dagli obiettivi di pareggio di medio termine. Con una crescita falcidiata a poco più di zero il disavanzo schizzerebbe però a livelli vicinissimi al 2,5%. E in questo caso, per riportare il deficit al 2 per cento del Pil bisognerebbe optare per una correzione di oltre 8 miliardi. Una scelta che politicamente indebolirebbe il governo in carica, ma che allo stesso tempo anche economicamente si tradurrebbe in una scelta altamente prociclica. In parole povere, in un nuovo potentissimo freno alla crescita, non dissimile dall’austerity da cui Lega e Movimento 5 Stelle hanno sempre voluto prendere le distanze.