Alto tradimento bancario

Sembra ormai impossibile ridurre gli italiani che operano nel settore bancario, finanziario e d’intermediazione a vario titolo, a rispettare lo Stato, ovvero i cittadini che lo compongono. Una sorta d’emulazione all’alto tradimento sembrerebbe essere partita all’indomani della privatizzazione di Banca d’Italia. Non si contano le giustificazioni che il “sistema finanziario internazionale” fornisce a chiunque bruci (truffi) i risparmi dell’uomo di strada. Le banche per motivi fiscali (da sostituto d’imposta) devono sapere tutto di noi, ma al cittadino è ignota la riserva aurea della Banca d’Italia come la reale quota d’accantonamento della banca ove versano i loro risparmi.

Secondo la versione ufficiale dei fatti, la maggior parte dell’oro della Banca d’Italia si troverebbe nei caveau dell’istituto: in via Nazionale a Roma. E parte (non vogliono renderne pubblico il quantitativo) in altre banche centrali: si parla d’una importante scorta negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Le riserve auree hanno la funzione di rafforzare la fiducia nella stabilità del sistema finanziario italiano, soprattutto durante i periodi di crisi: ma la riserva aurea è disponibile o vincolata alle finalità di politica monetaria del “sistema finanziario internazionale”. La riserva di oro assicurerebbe che la nostra Banca centrale nazionale avrebbe quanto monetariamente basta per svolgere le proprie funzioni. Ma nei periodi di forte “turbolenza dei mercati” in troppi ci dicono che quelle riserve oggi sarebbero solamente virtuali, dall’uso limitato e vincolato alle volontà dei “poteri finanziari internazionali”. Allora di chi siamo ostaggio? Soprattutto, perché la nostra libertà economica è a tal punto limitata da impedire all’Italia di tornare a crescere? Banca d’Italia è il quarto detentore di riserve auree al mondo, dopo la Federal Reserve (Usa), la Bundesbank (Germania) e il Fondo monetario internazionale: ma questo è ininfluente al fine d’alleviare i dolori del giogo finanziario che stritola la nazione.

Arduo che un soggetto forzatamente sovraindebitato possa sortire da una situazione usurante, se costretto a sottostare a limiti alla produzione, normative che impediscono il lavoro, strette creditizie, divieti all’uso di moneta contante: patti leonini che solo i colonizzatori erano capaci d’imporre nelle colonie, e per sfruttare al massimo risorse agricole, minerarie e umane dei paesi sottomessi. Il quadro è completo, se s’aggiunge che certe banche italiane sono state erette a controllori del sistema schiavistico. Intanto esplode il Francia il fragore dell’insofferenza alle regole Ue. E parte da Parigi la corsa a prosciugare i conti correnti, per togliere la liquidità alle banche e favorire l’interscambio economico (non tracciabile) tra comuni cittadini. Una strategia rivoluzionaria, che colpisce al cuore il “sistema bancario europeo”, decollata in Francia e presto (dicono gli osservatori privilegiati) potrebbe contaminare l’Italia e le zone più povere d’Europa. È partito da Parigi l’invito dei “gilet gialli” rivolto a sostenitori e gente di strada: “prosciugate i conti correnti”. Per alcuni soloni della Bce, i Gilet gialli potrebbero portare al default le banche dei paesi poveri ma non il “sistema bancario europeo”. Così i banchieri ostentano sicurezza, consci che il ritiro del contante potrebbe investire prima il sistema di credito francese e poi quello di altri stati membri. Il rischio è l’effetto domino, prima il fallimento degli istituti bancari e poi quello degli stati: ironia della sorte s’avrebbero cittadini in fruttuoso interscambio, mentre le banche dei loro paesi ed i rispettivi stati si ritroverebbero con procedure fallimentari presso le corti Ue. I Gilet gialli sono stati i secondi a lanciare la corsa al prelievo, già nel 2012 (in pieno governo Monti) i Forconi italiani invitavano i propri attivisti a prosciugare i conti correnti. Oggi sono i cugini d’Oltralpe ad invitare la gente a correre nei propri istituti di credito per prelevare tutto il denaro a disposizione. E se in Francia l’intento sarebbe colpire Emmanuel Macron ed il suo entourage, in Italia se ci fosse una crisi di governo il prosciugamento dei conti colpirebbe banche e vertice dello stato: nell’Ue l’anello debole (ma anche forte e restrittore di democrazia) è il sistema bancario: “per colpire la cattiva politica oggi necessita muovere guerra alle istituzioni creditizie” dicono i gilet.

Ma in Francia vige il “sistema a riserva frazionaria”, che non garantisce agli istituti finanziari di soddisfare un’eventuale corsa al prelievo: comunque è stimato che, le banche dei singoli paesi Ue dispongano di solo un quarto dei fondi necessari a soddisfare l’eventuale corsa totale al prelievo. Di fatto la corsa al contante potrebbe spingere i capi dei singoli stati a rispondere con la forza, impedendo i prelievi con i militari dinanzi alle banche: di fatto le banche rimarrebbero aperte solo in funzione virtuale e telematica, e per i grandi interscambi d’affari. Uno spauracchio che potremmo appellare come “‘48 cibernetico”: in pratica l’Europa rivivrebbe, sotto forma di rivolta finanziaria, le barricate del 1848.

Così se da un lato sembra impossibile che l’oro di Banca d’Italia possa tornare utile agli italiani, dall’altro s’assiste al fenomeno del danaro virtuale creato dalla banche commerciali (e d’affari). Montagne di danaro virtuale non contabilizzato, ma usato dagli istituti (col bene placet del “sistema bancario europeo” e mondiale) per fare leva d’usura su famiglie ed imprese italiane. Un denaro virtuale utile anche (secondo logiche perverse) ad ingrandire l’indebitamento privato italiano (i crediti deteriorati), rendendo lo Stivale ancor più vulnerabile alla speculazione internazionale. Mutui, prestiti e qualsivoglia forma di “lettre de patronage” viene partorita dalle banche d’affari con dubbia tracciabilità, ma certo è invece l’indebitamento di persone fisiche e società.

“Un viaggio attraverso… Il non mutuo bancario” (edizioni Sindimedia) è un libro scritto dal giurista fiorentino Silvio Orlandi. “Nessun settore dell’economia può ritenersi immune dalla necessità di rispettare trasparenza, fiducia, sincerità - spiega l’avvocato Orlandi - Ciò deve accadere anche per il denaro, oggi divenuto un bene simbolico pressoché totalmente smaterializzato. In Italia il denaro ormai circola con mere scritturazioni contabili, denominate in euro (o altre valute). Per il denaro poi il legislatore, al fine di scongiurare eventuale circolazione illegale di esso (ove proveniente da fonti illegali od illecite, da criminalità, in nero), ha introdotto severe norme in tema di riciclaggio ed autoriciclaggio. Di tutto il denaro che circola è necessario accertare origine e filiera - continua l’autore - Le banche, che lo maneggiano, e sono intermediari autorizzati a maneggiare tale bene, non sono certamente immuni da queste norme; viceversa sono (e dovrebbero essere) le prime destinatarie dei precetti normativi. In epoche passate le condotte illegali di creazione del denaro, venivano praticate mediante la creazione e stampa di banconote false; ovvero con banconote non emesse dalle banche centrali o dai soggetti a ciò abilitati per legge e con legge. L’accertamento sulla origine del denaro appare pertanto quanto mai obbligatoria - continua Orlandi - anzi imprescindibile, al fine anche di tutelare la collettività. Oggi le recenti graduali ufficiali ammissioni, in sede parlamentare, ed anche da parte di Banca d’Italia, - chiosa il giurista - del fatto storico che le banche commerciali italiane creano denaro, e pare che neppure lo contabilizzano”.

Di fatto il ‘sistema finanziario’, che ha messo sul banco degli imputati i ‘titoli spazzatura’, è il primo a favorire la creazione di zone di truffa bancaria. Un meccanismo utile alla creazioni delle ‘crisi di sistema’, che servono a mettere in mutande (e controllare finanziariamente) i paesi più deboli. Sarebbe terribile se Banca d’Italia decidesse di fucilare il popolo e salvare il sistema finanziario”.