La politica economica dell’Italia che verrà

L’Italia deve e può diventare lo Stato campione del trionfo politico-economico occidentale. Bisogna darsi una mossa mettendo su un programma politico che cominci a delineare il progetto di progressivo cambiamento del nostro Paese nel senso della produttività economica - pubblica e privata, separatamente e in sinergia. Vale a dire che il pubblico improduttivo deve diventare attività utile e produttiva prima ancora che efficiente.

L’Europa attuale porta verso un sistema di economia socialista tendente al comunismo condannato ripetutamente e costantemente dalla storia. Il disegno europeo deve invece rimodularsi e tornare a quelle che erano l’ispirazione e la energia originarie, ovvero la progressiva convergenza di più Stati dotati ciascuno di un’autonoma economia e politica economica. Ciò in base al modello economico capitalistico. L’obiettivo dell’Italia in Europa è cioè la creazione di ricchezza e benessere collettivo. È necessario cambiare prospettiva politica ed economica, ed assumere, vivere la nuova direzione della produzione e produttività.

La Cina va alla grande perché lavora indefessa e pressoché senza garanzie. L’Italia deve avere chi con coraggio dica agli italiani ciò che è stato detto ai cinesi post-comunismo: andate e arricchitevi. Il sistema democratico occidentale non può essere il freno della ricchezza economica del Paese. Come fare? Traghettare e convertire le attività pubbliche in Italia in produttive di tipo privato, fare sì che esse camminino autonomamente ed economicamente rispetto allo Stato italiano.

Bisogna alleggerire il nostro Stato italiano, scrollargli di dosso la massa di improduttivi e l’improduttività generale, convertendola in produzione economicamente autonoma. Ogni attività e impiego pubblico deve autonomizzarsi, rendersi autonomo dallo Stato. Quest’ultimo deve progressivamente uscire e far esistere la capacità e il lavoro, la produttività autonoma ed indipendente della nostra collettività. Si tratta di un processo all’apparenza mastodontico ma molto più semplice di quello che appaia, anche perché è il procedimento che ci aspetta, obbligato, pure nel caso stesso in cui non volessimo percorrerlo. La differenza è nel fatto che oggi possiamo e lo dobbiamo costruire e volere mentre, quando esso inevitabilmente si imporrà, il Paese sarà costretto a farlo nelle peggiori condizioni, senza probabilmente possibile riuscita.

Oggi lo dobbiamo prevedere e lo possiamo costruire guardando con fiducia al nostro futuro di ricchezza e di crescita, domani no. Oggi siamo fuori strada, in Italia come in Europa. Bisogna, a forza di votare, individuare chi sia in grado di andare nella direzione corretta, della produzione della nostra ricchezza, non più in quella della perniciosa distribuzione della nostra sempre più comune povertà e miseria collettive. Buon lavoro. Si vada a votare, a votare e ancora a votare.

Finché non si incardina e imbrocca il processo virtuoso che siamo tenuti a intraprendere in e per l’Italia, l’Europa (o meglio questa Europa) sarà sempre non rimodulata e rimodellata, una zavorra da gettare a mare per alleggerirsi. Solo intrapresa la via corretta in Italia, avremo voce e forza per cambiare l’Europa nel senso che serve.