Ocse: in Italia dipendenti pubblici anziani e strapagati

Dipendenti statali troppo anziani, dirigenti pubblici strapagati e una forte sfiducia dei cittadini nei confronti del governo. Questo il quadro italiano descritto dall’Ocse nell’ultimo report “Uno sguardo sull’amministrazione 2017”, un documento biennale in cui l’organizzazione internazionale di studi economici fa il punto sulla situazione dei paesi membri, analizzando vari aspetti delle istituzioni. Il presidente dell’Ocse, Angel Gurrìa, riconosce che “dieci anni dopo la crisi finanziaria globale, la ripresa economica non è abbastanza forte per produrre un miglioramento durevole o per ridurre le persistenti diseguaglianze”.

In un simile contesto, la situazione dell’Italia non sembra essere delle migliori. Numeri alla mano, Roma presenta forti squilibri in diversi settori del pubblico, con conseguenti ripercussioni sulla redistribuzione della ricchezza e dell’impiego. Primo fra tutti quello riguardante l’anzianità dei dipendenti statali. Nel 2015 l’Italia si conferma al primo posto con il 45,4% di impiegati al di sopra dei 55 anni e il 18% sotto i 34. Un primato negativo, soprattutto se confrontato alla media della zona Ocse, dove i lavoratori ultra-55enni sono solamente il 24%.

Numeri preoccupanti, che secondo il report potrebbero mettere a rischio le “opportunità di rinnovo” delle amministrazioni. Dati negativi anche per quanto riguarda i livelli di retribuzione. Sempre nel 2015, lo stipendio dei dirigenti pubblici apicali è stato di 347mila euro, contro i 231mila della media. Alti anche i compensi per ruoli di segreteria, pagati 49mila euro, circa tremila in più rispetto al resto della zona Ocse. Più contenute le retribuzioni per i professionisti con competenze specifiche, che hanno percepito 59.500 euro all’anno, una cifra minore se paragonata ai 78mila euro degli altri paesi.

Cala anche la fiducia degli italiani nei confronti del governo, ferma al 24%, sei punti in meno rispetto alle stime del 2007, così come l’apprezzamento nei confronti del sistema giudiziario, al 24%, lontano dal 55% riscontrato tra gli stati membri. L’Italia si riprende sulle quote rosa, registrando nel 2015 una presenza femminile nel pubblico impiego tra il 51 e il 52%, un dato in linea con la media, che si attesta al 53%.