Un gelido 2017 per chi
perderà il lavoro

di Giuseppe Pellacani (*)

04 gennaio 2017ECONOMIA

 

Il cammino verso la cosiddetta “flexsecurity”, modello che si propone di coniugare massima flessibilità nella gestione dei rapporti di lavoro e servizi efficaci per chi è in cerca di lavoro, avviato con la Legge Fornero e che il “Jobs Act” avrebbe dovuto portare a compimento, è rimasto a metà del guado.

La prima parte, la “flexibility”, è stata attuata. Ma era facile, bastava modificare le norme. La liberalizzazione del contratto a termine e della somministrazione e la drastica riduzione delle tutele in caso di licenziamento per i nuovi assunti a “tutele crescenti”, che costituiscono il cuore pulsante di questo tassello del disegno riformatore, lo dimostrano.

La seconda parte, la “security”, ossia la creazione di un sistema di politiche attive e di servizi rivolti a chi ha perso il lavoro o comunque è in cerca di un’occupazione, è invece partita in ritardo e, per di più, rischia oggi di subire una brusca battuta d’arresto. Il portale dell’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro (Anpal) che realizza il sistema informativo unitario delle politiche del lavoro e costituisce il perno per favorire l’incontro fra lavoratori, imprese ed operatori, è attivo solamente dal 29 novembre scorso; l’assegno di ricollocazione, destinato ai disoccupati da più di quattro mesi, è stato previsto in un primo momento solo in via sperimentale e per soli 20mila destinatari (una goccia nel mare) e dovrebbe entrare a pieno regime nel 2017, risorse permettendo; la “definizione degli standard” dei servizi e delle misure di politiche attive del lavoro, indispensabile per dare effettività alle misure introdotte, attende disposizioni attuative che difficilmente arriveranno nel cammino da qui alle elezioni.

Per di più, in un contesto normativo tutto disegnato sulla vittoria del “Sì” al referendum, la bocciatura della riforma costituzionale, che lascia in vita la competenza concorrente delle Regioni in materia di collocamento e servizi all’impiego, apre ulteriori interrogativi sul futuro delle politiche attive, sull’ambito di intervento dell’Anpal, sulla disciplina a regime dell’assegno di ricollocazione. Senza contare infine che, se anche tutto fosse filato liscio, l’attuazione concreta del nuovo sistema avrebbe comunque richiesto tempo e risorse, presupponendo, tra l’altro, un’integrazione dei sistemi informatici, un’omologazione terminologica, un’opera di aggiornamento, formazione e motivazione di un personale spesso non giovane, poco informatizzato e abituato ad un’attività meramente burocratica, un’adeguata campagna di sensibilizzazione dei destinatari.

Chi perderà il posto nel 2017 non troverà dunque quei percorsi efficienti di ricollocazione che erano stati promessi né quelle “politiche attive” che avrebbero dovuto assicurargli di trovare un posto di lavoro in tempi rapidi. Ma - e questo è aspetto sul quale si insiste poco - non troverà nemmeno il “paracadute”. Legge Fornero e Jobs Act hanno infatti smantellato quel sistema di ammortizzatori sociali che di fronte a crisi settoriali importanti, a fallimenti, a chiusure di stabilimenti ed a licenziamenti di massa, ha sinora impedito che singole comunità od aree più vaste del Paese potessero sprofondare nella povertà e ha evitato che potessero esplodere tensioni sociali.

Beninteso, il problema, dal 2017, non è rappresentato tanto dalla fine degli interventi di cassa integrazione e di mobilità “in deroga”, nati per fronteggiare la crisi e che, fisiologicamente, non potevano durare in eterno, quanto piuttosto dal drastico cambio di paradigma relativamente agli interventi ordinari. Il fatto è che, con l’entrata “a regime” della Legge Fornero e del Jobs Act, nella gestione delle crisi d’impresa o dei percorsi di ristrutturazione, riconversione o riqualificazione nulla sarà più come prima. Fino a ieri, qualunque percorso che conducesse, al termine, a licenziamenti collettivi era governato per tappe e tra cassa integrazione guadagni straordinaria, indennità di mobilità e indennità di disoccupazione i lavoratori in esubero potevano contare su molti anni di sostegno al reddito (al sud nel 2014 si poteva arrivare vicini alla decina). Probabilmente era troppo, gli oneri erano insostenibili e c’era pure chi “ci marciava”.

Il cambio di regime cui assistiamo oggi però è drastico e, in un contesto economico come quello attuale, rischia di impattare pesantemente su fasce di popolazione già stremate dalla crisi. Ma andiamo con ordine. Dal 1° gennaio 2016 il primo tradizionale strumento di intervento, la cassa integrazione guadagni straordinaria, non viene più concessa in caso di fallimento o di altre procedure concorsuali e in caso di cessazione dell’attività produttiva o di un ramo d’azienda. Il ricorso all’intervento, poi, è diventato più oneroso per le imprese, a cui è richiesto di versare, in caso di utilizzo, un ingente contributo addizionale (dal 9 al 15 per cento della retribuzione globale che sarebbe spettata al lavoratore per le ore di lavoro non prestate in relazione alla durata del trattamento). Dal 1° gennaio 2017 viene poi cancellato il secondo ammortizzatore, l’indennità di mobilità. Siffatta eliminazione non comporta peraltro solo il venire meno di un significativo periodo di copertura reddituale post-licenziamento, ma produce anche un effetto indiretto. Mentre fino ad oggi alle imprese conveniva economicamente richiedere prima la cassa integrazione e poi aprire la mobilità, perché in tal modo potevano ottenere un risparmio successivo o gestire più agevolmente le trattative con il sindacato, oggi l’apertura della cassa integrazione comporta solo un (ingente) costo aggiuntivo. Non è quindi difficile prevedere che il ricorso a tale ammortizzatore subirà una brusca frenata.

In un siffatto scenario, alla fine ciò che resta è dunque, di fatto, solo l’indennità di disoccupazione, la cosiddetta Naspi (ed eventuale Asdi), di durata massima di 24 mesi e con un massimale di circa 1.200 euro, che decresce del 3 per cento dal quarto mese in poi e quindi può arrivare ad importi molto esigui. Il cambio di paradigma è netto e preoccupazioni sono state espresse da Confindustria, Cgil, Cisl e Uil che in un documento del 1° settembre 2016, per affrontare la transizione verso il nuovo sistema di politiche passive, propongono l’adozione di un modello che mette al centro la contrattazione e coniuga formazione mirata alla ricollocazione, rafforzamento dell’outplacement e forme più robuste di sostegno al reddito.

Un duro compito attende quindi il Governo che, mentre dovrà fare di tutto, confrontandosi con le Regioni, per dare effettività al pacchetto security, si troverà continuamente tirato per la giacchetta da imprese, sindacati, rappresentanti delle comunità locali e così via per assicurare, mediante deroghe ed eccezioni, quelle coperture che a livello di sistema sono state cancellate.

(*) Professore di Diritto del lavoro nell’Università di Modena e Reggio Emilia