Addio a Peter Brook, il mistico del teatro contemporaneo

Un monumento del teatro, un maestro, un gigante. Gli appellativi con cui viene definito Peter Brook sono innumerevoli. Il regista e teorico dell’arte scenica contemporanea se n’è andato a 97 anni. “Ho la responsabilità di essere il più positivo e creativo possibile”, dichiara al Guardian. “Lasciarsi andare alla disperazione è la fuga definitiva”, sostiene. La sua figura è spesso accostata a quella di Konstantin Stanislavskij, l’attore e docente russo che ha rivoluzionato la recitazione, con la sua concezione di approfondimento psicologico del personaggio. Brook è noto, soprattutto, per il capolavoro del 1985: The Mahabharata, una versione di nove ore dell’epopea indù. Peter Stephen Paul Brook nasce a Londra il 21 marzo 1925 da una famiglia di scienziati ebrei immigrati dalla Lettonia. A venticinque anni è già un regista acclamato nel West End di Londra. Prima del suo trentesimo compleanno dirige successi a Broadway. Spinto da una passione per la sperimentazione ereditata dai genitori, Brook “esaurisce presto le possibilità del teatro convenzionale”.

Il regista britannico vive a Parigi dall’inizio degli anni Settanta. Nella capitale francese fonda il Centro internazionale di ricerca teatrale in una vecchia sala da musica chiamata Bouffes du Nord. Ma è negli anni Sessanta che assurge agli onori delle cronache teatrali. Nel 1964 ammalia gli spettatori di Londra e New York con il suo Marat/Sade, vincitore di un Tony Award (l’Oscar del teatro), e tre anni dopo scrive The Empty Space, uno dei testi teatrali più influenti di sempre. “Posso prendere qualsiasi spazio vuoto e chiamarlo palcoscenico nudo”, scrive. E ancora: “Un uomo cammina in uno spazio vuoto mentre qualcun altro lo guarda, e questo è tutto ciò che serve per un atto di teatro...”.

Idee, provocazioni, battute folgoranti che diventano mistica del teatro. Brook definisce una personale cifra estetica e formula una sofisticata dottrina teatrale incentrata sulla prestazione degli attori. La concezione e la prassi della regia vengono da lui unite in maniera salda, inestricabile. La recitazione costituisce, in pratica, la componente essenziale dal punto di vista espressivo. Instaura con gli attori un rapporto basato sul dialogo e consente persino di ricorrere all’improvvisazione. Al pari di Jerzy Grotowski, Brook è del parere che la rappresentazione teatrale vada ridotta ai suoi elementi fondamentali, vale a dire, la performance attoriale eseguita davanti a un pubblico all’interno di una sala. Il regista britannico trae spunto dal teatro della crudeltà di Antonin Artaud, proponendo una nuova, aggiornata versione. Desidera suscitare negli spettatori un effetto di turbamento. L’intento è quello di scuotere gli individui in profondità agendo sui loro sentimenti e sulle loro sensazioni.

Nel 1970 produce per la Royal Shakespeare Company, Sogno di una notte di mezza estate, in una palestra a cubi bianchi: un punto di svolta nel teatro mondiale. Il suo primo film, Il signore delle mosche (1963), è un adattamento del romanzo di William Golding. Racconta le vicende di un gruppo di studenti abbandonati su un’isola che si trasformano in selvaggi. Nel 1972 parte con un gruppo di attori, tra cui Helen Mirren e il giapponese Yoshi Oida, per un’odissea di 13.600 chilometri attraverso l’Africa, per mettere alla prova le sue idee. Il critico teatrale John Heilpern racconta alla Bbc che “ogni giorno stendevano un tappeto in un villaggio remoto e improvvisavano uno spettacolo usando scarpe o una scatola. Quando qualcuno entrava nel tappeto, lo spettacolo iniziava. Non c’era un copione o una lingua condivisa”.

Brook torna a trionfare in Gran Bretagna nel 1997 con Giorni felici di Samuel Beckett. Con la moglie attrice Natasha Parry come protagonista. La critica lo acclama come “il miglior regista che Londra non ha”. Dopo aver compiuto 85 anni nel 2010, Brook abbandona la direzione delle Bouffes du Nord, ma continua a dirigere. Otto anni dopo, all’età di 92 anni, scrive e mette in scena Il prigioniero, con Marie-Helene Estienne, una delle due donne con cui ha condiviso la sua vita.