“Anamnesis”, il docu-film sulla rieducazione dei criminali

“Come si può rieducare sessualmente uno stupratore o un cosiddetto sex offender dietro le sbarre di una prigione, laddove è chiaro che si tratta di un ambiente deliberatamente desessualizzato?”. L’interrogativo chiave di “Anamnesis”, il documentario di Chris Wright e Stefan Kolbe – presentato in questi giorni alla settantunesima edizione della Berlinale, ovviamente e prevalentemente tenuta a distanza – sulla rieducazione di un assassino stupratore, Stefan S., in un carcere modello tedesco dove si eseguono le terapie teatrali della psicanalisi post-lacaniana, è contenuto in questo paradosso vestito da domanda retorica.

Stefan S. – benché da 15 anni in carcere per avere ucciso e stuprato una donna anziana – è un timido, che sfugge inconsciamente alla rieducazione rifugiandosi in una sorta di mutismo quasi autistico. Non vuole essere filmato, quindi i due registi ricorrono insieme a una piccola equipe di psicoterapeuti alla rappresentazione della sua vicenda attraverso una inquietante marionetta, costruita a sua immagine e somiglianza ma in scala, azionata da una marionettista che è anche una “strizzacervelli”. Lei è anche quella che interpreta Stefan, mentre l’altra sua collega – entrambe donne non per caso – recita la parte di chi rivolge domande, sulla propria vita, al criminale stupratore.

Una domanda e l’altra risponde per quasi tutta la durata del film. L’effetto, al di là della quasi eroica iniziativa di dimostrare che tutti sono rieducabili, prima o poi e in un modo o nell’altro, assume in questo documentario anche qualche accento estetico e narrativo, tipico dei film dell’orrore psicologici, non basati quindi sullo “splatter” che è una scorciatoia per suscitare disgusto più che paura.

Invece, questo docu-film è davvero inquietante, perché sembra sollecitare nello spettatore le risposte a tante domande e dubbi amletici che accompagnano le quasi due ore di proiezione. Naturalmente, a Berlino difficilmente vengono premiati i film d’azione, a meno che non siano sudcoreani. Tuttavia, al netto della difficoltà di tenere l’attenzione e l’interesse accesi ininterrottamente durante la visione, questa pellicola un premio lo meriterebbe. Magari quello alla buona volontà e all’idealismo positivista sui destini di ogni essere umano.