Pentimento e perdono, “La fragilità del male” di Dietrich Bonhoeffer

“Chi ama non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto,” si legge nella Prima lettera ai Corinzi (13:5), e Dietrich Bonhoeffer, ne “La fragilità del male”, prende spunto da questo passo per osservare che, mentre la giustizia sembra illuminarci la strada “determinando il bene e il male, l’amore al contrario è cieco, consapevolmente cieco. Vede il male, ma non ne tiene conto: perdona. Soltanto l’amore può farlo. Dimentica. Non serba rancore”. Questo costituisce a suo avviso, e certo non solo per lui, un punto centrale per il Cristianesimo: “Se solo comprendessimo questo concetto: l’amore non serba rancore. Ogni giorno è un giorno nuovo che affronta con rinnovato sentimento, dimenticando il passato. Per questo motivo gli uomini si fanno beffe di lui, lo scherniscono. E nonostante questo continua ad accrescersi sempre di più”. Gesù dice anche a Pietro di perdonare non “fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette” (Matteo, 18: 21-22) e ciò perché “perdonare e scusare non sono azioni che si contano o che hanno un limite. Non preoccuparti se hai ragione oppure no. Spetta a Dio decidere. Tu puoi farlo senza fine, perché il perdono non ha inizio e non ha termine. Si verifica quotidianamente e di continuo, perché proviene dal Signore. È la liberazione da ogni ostilità nei confronti del prossimo, perché così siamo liberati da noi stessi. Dobbiamo rinunciare al nostro proprio diritto per aiutare e servire l’altro”.

Per Bonhoeffer, dunque, “mediante la confessione e il perdono di Dio tutto il mio essere diventa santo, risanato e rinnovato” e il perdono può guarire i peccati. Come per Lev Tolstoj – che aveva incentrato il proprio cristianesimo nel Discorso della montagna, dove Gesù esorta a non opporre resistenza al male (Matteo, 5: 39) – l’amore per il nemico costituisce anche per Bonhoeffer il cuore del messaggio cristiano. Esso costituisce tuttavia anche “uno scandalo insopportabile” per l’essere umano, per l’uomo naturale: è “qualcosa di superiore alle sue forze”, perché “si oppone al suo concetto di bene e di male”. Se circa un secolo prima già Søren Kierkegaard aveva sottolineato l’aspetto scandaloso del Cristianesimo, anche Bonhoeffer pensa che risulti molto più semplice e comprensibile per l’uomo ciò che risulta un peccato contro la legge di Dio di quanto non lo sia la lieta novella. Per Bonhoeffer Gesù “prende nelle sue mani la legge di Dio e la interpreta: “La vittoria sul nemico per mezzo dell’amore è la volontà del Creatore espressa nella sua parola”. L’amore infatti “non deve chiedersi se viene ricambiato, ma cercare chi ne ha bisogno, chi ne è completamente privo, cioè chi vive nell’odio. Chi ne è più degno del mio nemico? Dove viene esaltato questo sentimento, se non in mezzo ai rivali?”. Certo, coltivare del rancore è incompatibile con una visione autenticamente cristiana dei rapporti tra i figli dello stesso Padre. Ma se l’essenza di Dio è proprio un amore incondizionato e gratuito verso i suoi figli – pura grazia, come ha anche ribadito Papa Francesco nell’omelia della Messa di Natale – bisogna dedurne che sia “indifferente nei confronti della giustizia e dell’ingiustizia?” Secondo Bonhoeffer no, perché “non si rallegra dell’iniquità, ma si compiace della verità. Vuole vedere le cose come sono realmente. Preferisce affrontare direttamente la menzogna, piuttosto che mascherarsi con una gentilezza che in realtà nasconde l’astio e lo rende ancora più profondo. L’amore vuole stabilire rapporti chiari e non nascondere nulla. Si rallegra della verità perché soltanto in essa può rinnovarsi e operare”.

Ma allora, se il cristiano non è indifferente nei confronti della giustizia e dell’ingiustizia, come può perdonare chi compie deliberatamente il male nel momento stesso in cui lo compie, e perdonarlo anche senza pentimento? In Sequela, Bonhoeffer afferma chiaramente che “chi accetta questa dottrina, vede cancellati per poco prezzo anche i peccati di cui non si pente e dai quali non desidera distaccarsi. Ma così, grazia a buon prezzo è perdono e sacramento sprecato; è rinnegamento di Cristo, della sua opera di salvezza, della sua croce. (…) Grazia a buon prezzo è annunzio del perdono senza pentimento, è battesimo senza disciplina di comunità, è Santa Cena senza confessione dei peccati, è assoluzione senza confessione personale. Grazia a buon prezzo è grazia senza che si segua Cristo, grazia senza croce, grazia senza il Cristo vivente, incarnato”. Del resto, nel Vangelo di Luca si può leggere a chiare lettere: “Se tuo fratello pecca, riprendilo; e se si ravvede perdonalo. Se ha peccato contro di te sette volte al giorno, e sette volte torna da te e ti dice: ‘Mi pento’, perdonalo” (Luca, 17: 3-4). Vi si raccomanda quindi di perdonare colui che si pente, ma non di accordare comunque, indipendentemente dal pentimento, il proprio perdono; e lo stesso Bonhoeffer ricorda come sia opera di falso profeta dire che la pace è ristabilita quando non è ancora. Questa convinzione trova conferma anche in Isaia 26:10, dove è scritto “se si fa grazia all’empio, egli non impara la giustizia”. Alla luce di questi passi, risulterebbe quindi che il perdono abbia senso solo in presenza del pentimento. Come dice Paul Wells, riceviamo il perdono solo quando riconosciamo il nostro peccato, quando è confessato apertamente davanti a lui e davanti a coloro che abbiamo offeso. A coloro che vorrebbero accordare il perdono senza pentimento, Wells chiede: “Siamo noi più santi di Dio? Il nostro pentimento è necessario per il suo perdono; quello del nostro offensore non lo è di meno per il nostro!”! (Paul Wells, Certitudes N. 195, 2000, pagina 26).

Ma esiste anche, nell’ambito del Cristianesimo, un altro modo di concepire il rapporto tra grazia e peccato, che fa riferimento ad altri passi del Vangelo. Per esempio, in Matteo 5:44 si può trovare la nota esortazione cruciale: “Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano”, e poi, soprattutto, non bisogna dimenticare le parole di Cristo sulla Croce “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno(Luca, 23:34). Non sapendo quello che fanno, non possono pentirsi, e dunque questo sembrerebbe contrastare con la tesi che ritiene il pentimento necessario, sebbene, naturalmente, quest’ultima tesi possa risultare di nuovo verosimile non appena sussista qualche forma di coscienza del proprio errore morale. Secondo questa interpretazione dell’annuncio cristiano il perdono è gratuito: non richiede il pentimento, ma prima ancora può indurlo. Il senso della parabola del figliol prodigo sembrerebbe rafforzare questa tesi: il padre è felice del ritorno del figlio, indipendentemente dalla sua richiesta di perdono. Lo abbraccia e lo bacia prima ancora di sentire la sua voce. Secondo quest’interpretazione, dunque, prima ancora che il peccatore si sia pentito. Come si legge in San Paolo, (Romani, 5:8) “Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi”, lasciando intendere che sono la misericordia divina e la grazia che provocano il pentimento, e non il contrario. Ma insieme a “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”, nello stesso Vangelo di Luca l’episodio del buon ladrone (Luca, 23:39) ci dimostra con evidenza che tra i due ladroni si salva e va in Paradiso solo quello che riconosce il Signore come Messia, si pente dei suoi peccati e gli dice: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”; e Gesù gli risponde: “In verità ti dico, oggi sarai con me in Paradiso”. Sebbene infatti sia vero che la disponibilità al perdono preceda e susciti il pentimento, e che non sia solo conseguenza del pentimento, questo non significa che il perdono di Dio sia senza misura e senza condizioni. Ciò che è senza condizioni è solo la disponibilità al perdono, è cioè la “grazia sufficiente” – come avrebbero potuto esprimersi i molinisti – che però diventa “efficiente” ed effettiva solo in presenza del pentimento e del desiderio di perdono.

Se dal punto di vista umano il male sussiste, non opporgli resistenza quando possibile, sia dentro la nostra coscienza che nella vita reale fuori di noi, significherebbe assecondarlo. Non cercare d’impedire, anche usando la forza, o comunque nei modi che si è in grado di usare, che qualcuno usi violenza verso un’altra persona significa di fatto assecondare quel comportamento violento. Chi non oppone resistenza al male, anche se lo facesse confidando nell’intervento di Dio, sarebbe di fatto un complice del male, un coautore del male. Si può non opporre resistenza nel senso di una violenza contrapposta a quella dell’offensore, come Gandhi ritenne giusto seguendo Tolstoj, e solo se si è disposti a subire in prima persona questa violenza, ma si deve comunque opporre una resistenza morale, anche se “passiva” sotto il profilo fisico. Dal limitato punto di vista umano esiste il male, ed esiste anche, in maniera non meno oggettiva, l’imperativo morale di opporsi al male, anche per il tolstojano Gandhi. Nessun essere umano può collocarsi nella prospettiva di Dio, dalla quale non si deve opporre resistenza al male semplicemente perché non avrebbe senso, dato che tutto quanto accade è comunque da ricondursi alla libertà e all’onnipotenza stessa di Dio. L’umanità ha invece il dovere di opporsi e resistere al male, o perlomeno a quello che risulta tale per la coscienza di ogni singolo individuo. Il non farlo, implicherebbe l’auto-collocazione di quell’individuo al posto di Dio e costituirebbe una superba forma di Ubris. Chi non oppone resistenza al male, pur essendo in condizione di farlo, diviene infatti coautore di quel male cui non oppone resistenza in nome di un’assenza di giudizio che è prerogativa di Dio, dello scenario olistico in cui opera il suo giudizio.

Chi invece non giudica pur opponendosi al male, chi avverte distintamente l’innocenza di ogni essere umano ed è per questo pronto a perdonare chiunque sia animato da un sincero e consapevole pentimento, costui è in armonia con Dio senza pensare di poter prendere il suo posto, senza pensare di poter adottare la sua prospettiva. La gratuità del suo perdono non sarebbe possibile se questo procedesse dal ritenere di potersi collocare nella prospettiva di Dio e implicherebbe l’assecondare il danno recato all’offeso nello stesso istante in cui questi lo subisce. “Non opporre resistenza al male” non può dunque significare questo per alcun cristiano, dato che la mancata resistenza morale al male, e talora anche fisica, (Gandhi condivise la decisione che l’India combattesse a fianco della Gran Bretagna contro Adolf Hitler, così come Bonhoeffer si adoperò per cercare di fermare Hitler) non può essere rigorosamente distinta da una deliberata complicità col male. In realtà, infatti, anche il perdono gratuito del padre verso il figliuol prodigo avviene al ritorno del figlio, che costituisce ai suoi occhi un’apertura alla Grazia del perdono, e ha senso solo di fronte a questa possibilità, ovvero quando la Grazia ha già iniziato a toccare il cuore ed è iniziato il percorso di ravvedimento: solo in questo caso l’azione anticipatrice del perdono rende entrambi partecipi, l’offensore e l’offeso, dell’azione della Grazia. In caso contrario, la non resistenza al male sarebbe anzi il contrario dell’effetto della Grazia: sarebbe una farisaica complicità col male, un compiere il male senza assumersene nemmeno la responsabilità. Solo chi oppone resistenza al male pur perdonando coloro che lo fanno in base all’unica ragione plausibile - e cioè, come attesta la supplica di Cristo sulla Croce, saldando in via definitiva Cristianesimo e platonismo, perché non sanno quello che fanno - solo questo individuo lavora per un perdono autentico e non avanza la pretesa di sostituirsi a Dio. Se può trarre da Dio la coscienza dell’innocenza del peccatore, suo fratello tanto nella Grazia come nel peccato, questo non lo autorizza infatti a dimenticarsi dei suoi doveri umani, che gli impongono di opporre resistenza al male per non compiere a sua volta il male, di fermare la mano omicida esercitando se necessario a sua volta violenza. Solo chi, pur rimanendo nella disposizione d’animo del perdono, si oppone al male, gli resiste nel modo di volta in volta più idoneo per farlo desistere, non rinnega per Bonhoeffer Cristo e la sua croce.

La “non resistenza al male” significa dunque, da parte dell’offeso, conservare sempre nel cuore l’apertura e la disponibilità al perdono per assecondare l’azione della Grazia nell’offensore tramite il suo ravvedimento, significa assecondare nella propria anima tale azione così come chi ha compiuto l’offesa l’asseconda nel suo. Come scrive il cardinale Walter Kasper, presidente emerito del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, “il pentimento, la preghiera per ottenere la grazia e il desiderio di perdono, sono già un’opera di Dio in noi, una mossa suscitata dall'attrattiva della grazia”, ed è in effetti difficile concepire qualsiasi perdono senza questa attrattiva che si manifesta all’unisono col desiderio di perdono. Certo, opporre resistenza al male non è rendere occhio per occhio e dente per dente e non opporsi al malvagio significa davvero che se uno ti percuote la guancia destra bisogna porgergli la sinistra. Ma quest’esortazione contenuta nel Discorso della montagna costituisce il fondo, il riferimento essenziale ed ellittico, e dunque anche scandaloso e paradossale, e per questo prezioso, del Cristianesimo per quanto concerne il rapporto che ciascuno può avere con se stesso. Questo riferimento ultimo e decisivo, così come l’amare i propri nemici e pregare per i propri persecutori, sapendo che il Padre celeste “fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti”, non esime tuttavia gli uomini dal cercare di essere giusti piuttosto che ingiusti, buoni piuttosto che malvagi, o dal cercare di coadiuvare l’azione dei primi piuttosto che quella dei secondi. E questo significa anche essere sempre e sinceramente aperti al perdono ogni volta che nell’altro si fa luce la Grazia silenziosa che dischiude al perdono.

Dietrich Bonhoeffer, “La fragilità del male”, Edizioni Piemme