Questa mattina entrando nel mio studio mi sono imbattuto in Napoleone, nel celebre quadro di David (una copia) in groppa al suo cavallo. Mi è capitato tante volte, posso dire quasi ogni giorno, di vedere quel quadro, ma questa mattina, non so perché, mi sono avvicinato e a un certo punto mi è venuta l’idea di intervistarlo. Ho diversi libri su di lui, in particolare la Vita di Napoleone Bonaparte di Walter Scott in sei volumi, pubblicata nel 1828, quindi so molte cose su di lui, tratte anche da scritti di altri autori che di passaggio l’hanno citato. Ciò che m’interessava, però, non era la sua storia militare, che conoscono tutti, più o meno, ma la sua personalità, il suo carattere, e in particolare il suo amore per la letteratura. E infatti...

Lei è stato anche un letterato, ho esordito, seduto come al solito nella mia solita poltrona rossa  reclinabile di Malatesta e Masson, che di quella invenzione sono stato il primo possessore.

“Sì, ma per poco tempo, sino a 27 anni, quando presi il comando dell’armata d’Italia nel 1796. Anche se Thiers e Sante-Beuve mi consideravano il più grande scrittore dell’epoca. Già le mie lettere, le mie frasi imponevano una nuova forma espressiva, rapida, tagliente e scattante, spoglia di ogni retorica. Poche parole e molte idee. Io non correvo dietro l’effetto, come faceva mio fratello Luciano: ‘Non è così che si parla al popolo’ gli dicevo”.

La sua opera letteraria è tutt’altro che trascurabile: esprime il bisogno di trovare un punto d’appoggio, una base solida, in un tempo in cui le credenze e le forme di vita sociale erano messe in discussione.

“Nelle lettere io cercavo angosciosamente la via della gloria, ch’era la mia prima ragione di vita. Inizialmente speravo di poterla trovare in Corsica, la mia terra natale. E mi proposi di dedicarmi per quattro anni a redigere una storia della mia isola. Poi, trasferitomi in Francia, nel 1791, inviai all’Accademia di Lione un saggio per un concorso sul tema: Indicare le verità e i sentimenti che è più necessario inculcare agli uomini per la loro felicità. Una felicità che non vedevo e non sentivo, e per questo forse quel saggio fu rifiutato. Sono sempre stato un pessimista. Fin dall’adolescenza mi trovai spesso sull’orlo della disperazione. A diciassette anni scrivevo: ‘Che fare in questo mondo? Se devo morire, non è meglio uccidersi?’. Più di una volta mi trovai sul punto di rinunciare a vivere. Un giorno scrissi a mio fratello: ‘Se continua cosi, amico mio, finirò per non scostarmi quando passa una vettura’. Ero insoddisfatto di tutto”.

Molti scrittori le hanno indirizzato poesie e altri scritti. Come Ugo Foscolo, che le dedicò un’ode per le sue imprese del 1797 e che due anni dopo in una lettera indirizzata a lei fece un elenco di quelle memorabili conquiste: venti giornate vinte e venticinque combattimenti, dieci fortezze espugnate, otto provincie conquistate, centocinquanta insegne strappate al nemico, quattrocento cannoni e centomila prigionieri catturati, cinque eserciti annientati, il re sardo disarmato, atterrito Ferdinando IV e umiliato Pio VI, due antiche repubbliche rovesciate e forzato l’imperatore alla tregua.

“Tutto ciò lo feci per dare pace ai nemici, costituzione all’Italia e onnipotenza al popolo francese”.

Il più stringato fu Alessandro Manzoni, con quell’‘Ei fu’ del Cinque maggio, che riassume tutta la sua vita. E col ricordo delle sue fulminee imprese: ‘Dall’Alpi alle Piramidi, / dal Manzanarre al Reno / di quel securo il fulmine / tenea dietro al baleno. / Scoppiò da Scilla al Tanai, /dall’uno all’altro mar. / Fu vera gloria? Ai posteri / l’alta sentenza. Noi / chiniam la fronte al Massimo / Fattor che volle in lui / del creator suo spirito / più vasta orma stampar’.  

“I posteri hanno già emesso la sentenza”.

Foscolo però le rimproverò la sua legge sulle sepolture, l’editto di Saint Cloud, che in omaggio al principio dell’uguaglianza, tanto più dopo la morte, consentiva che il cadavere del ladro giacesse accanto a quella di un galantuomo come Parini: ‘Pur nuova legge impone oggi i sepolcri / fuor de’ guardi pietosi, e il nome a’ morti contende’.

“Però in un primo tempo giustificò quel provvedimento, in ossequio alla sua idea meccanicistica e materialista, ma poi, parlandone col Pindemonte, che pure stava scrivendo un carme sullo stesso argomento, mutò parere”.

E il trattato di Campoformio? Con cui cedette all’Austria, insieme all’Istria e alla Dalmazia, la Repubblica di Venezia?

“Io ho sempre cercato la giustizia, ma non è facile accontentare tutti. Del resto i trattati passano. Come sono passate le mie imprese. Ma il mio Codice è rimasto. Io non ho mai voluto che le altre mie immagini offuscassero quella di legislatore, alla quale mi sono sempre dedicato con ferma e intima convinzione. Nei tempi della mia prigionia a Sant’Elena ero sicuro che la sconfitta di Waterloo avrebbe cancellato il ricordo delle mie quaranta vittorie, ma non quello del mio Codice civile: ‘Ce que rien n’effacera, ce qui vivra éternellement, c’est mon Code civil’”.

Sembra che ci sia come una identificazione quasi fisica di lei col Codice, a giudicare dall’uso costante dell’aggettivo possessivo ‘mio’ tutte le volte che si riferiva a quel testo.

“‘Mon Code est perdu!’, esclamai quando cominciarono ad apparire i commenti e le interpretazioni che gli dedicavano i giuristi. E a Sant’Elena mi chiedevo: ‘Pourquoi mon Code n’eut-il servi de base à un Code européen?’. Comunque il Codice non è stata soltanto opera mia: ho avuto dei collaboratori che pure meriterebbero di essere ricordati. Né avrei potuto essere all’altezza dell’arduo compito se non mi avessero sostenuto gli studi del mio periodo giovanile”.

Che cos’è esattamente il suo Codice?

“Una felice combinazione dell’antico diritto con il nuovo. Il suo scopo era quello di dare vita a un testo che ponesse fine alla tradizione giuridica dell’Ancien Régime, caratterizzata dalla molteplicità giurisprudenziale e dal frantumato particolarismo giuridico che affondava le proprie radici nell’ormai frusto e farraginoso sistema del diritto comune, e prendeva come modello di riferimento il diritto romano (Corpus iuris civilis) prevalente nel centro-sud della Francia”.

Secondo alcuni studiosi il suo Codice è molto più di un’opera francese: è un’opera europea, fin dalle sue origini, perché le due tradizioni giuridiche cui faceva riferimento erano quelle più diffuse nell’Europa continentale. Ed è stato utile soprattutto in Italia, poiché gl’Italiani non erano tanto fedeli alle leggi, ed erano ancora divisi, tanto che Stendhal nel suo soggiorno in Italia, in cui scrisse La Certosa di Parma, proprio in quel libro, deplorando la mancanza di una unità fra i connazionali della Penisola, esclamò: ‘Per gl’Italiani ci vorrebbe un Napoleone, ma dove si va a prenderlo? Quello che mancava, infatti, e che manca ancora adesso in Italia, era, ed è, un uomo forte, che non è necessariamente un dittatore, un despota, un tiranno. Lo avevano anche i Romani, in casi eccezionali, non un governo di tecnici, come accade oggi nel nostro Paese, ma personaggi, anche non politici, competenti e capaci. E quali erano, allora, i pincìpi ispiratori del suo Codice?”.

“I grandi princìpi erano cinque: lo stesso diritto doveva applicarsi all’insieme degli abitanti di uno stesso territorio; una sola autorità doveva avere la competenza per elaborare leggi e decreti; ogni nuova disputa doveva essere regolata da un solo e unico diritto, quello di essere indipendente, conformemente alla teoria della separazione dei poteri enunciata da Montesquieu nello Spirito delle leggi; il diritto doveva, e deve sempre, adattarsi ai cambiamenti della mentalità collettiva”.

Vuole farmi, in breve, una sintesi del suo carattere?

“Volentieri. Le risponderò riportando le mie note caratteristiche della Scuola di Valenza: ‘Riservato e studioso, a qualunque divertimento preferisce lo studio, si compiace della lettura di ogni autore; capriccioso, altero, di poche parole, energico nelle sue reazioni, pieno di amor proprio, ambizioso e avido di tutto’”.

Una sua citazione?

“‘L’immortalità è il ricordo che si lascia nella memoria degli uomini. Questa idea spinge a grandi imprese. Meglio sarebbe non aver vissuto che non lasciare tracce della propria esistenza’”.

Lei era molto affezionato al suo cavallo

“Sì. Lo portai in Francia dall’Egitto nel 1799, quando aveva 6 anni. Era molto affidabile, costante e coraggioso. Lo chiamai Marengo, come la località della famosa battaglia. Fu ferito otto volte e mi trasportò nelle battaglie di Austerlitz, Jena, Wagran e Waterloo. Era uno dei 52 cavalli della mia scuderia personale e fuggì con tutti gli altri quando la scuderia fu razziata dai russi nel 1812, sopravvivendo alla ritirata da Mosca. Fu catturato nel 1815 durante la battaglia di Waterloo”.

A quel punto mi è parso di sentire come un nitrito. Non era la voce di mia moglie, che, come al solito, mi portava il caffè, era il verso finale di una notissima poesia, e questo mi accade sempre, ogni giorno: spontaneamente mi vengono in mente dei versi di grandi poeti, dai quali spesso traggo, o più precisamente mi viene, l’ispirazione per scrivere a mia volta dei versi. Era La cavallina storna di Pascoli. “O cavallina, cavallina storna, / che portavi colui che non ritorna! / Tu l’hai veduto l’uomo che l’uccise: / Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome. / Mia madre alzò nel gran silenzio un dito: / disse un nome... Sonò alto un nitrito”.

Italia, solo al vituperio viva,
al vituperio che piangendo lava,
deh, mira, come, flagellata a terra,
serva degli altri, immobilmente giaci.
Par che tu sempre avvampi
di foco e guerra, di ruina e morte.
Ma s’affaccia l’Eroe; sieguonlo i prodi        

in man del Duce che in feral conflitto
rampogna, incalza, invita, e in mille modi
passa e vola qual Dio di schiera in schiera,
coi suoi si scaglia, e la fortuna sfida
guerriero invitto, e tra le fiamme pugna.

L’Italia esulta e grida ‘Libertà!’.      
Italia, Italia, con eterei rai
su l’orizzonte tuo torna l’aurora
annunziatrice di perpetuo sole;
vedi come s’imporpora e s’indora
tuo ciel nebbioso, e par che si consoli.         

Ma de l’Italia, o voi genti future,
udite lui in cui divino infiamma
libero Genio e ardor santo del vero:
di Libertà la non mai spenta fiamma
rifulse in Grecia sin al dì che il nero
vapor non surse di passioni impure.
Itale genti, se Virtù suo scudo
su voi non stende, Libertà vi nuoce;
se patrio amor non vi arma d’ardimento,
non di compre falangi, il petto ignudo,
e se il nemico dai furenti modi
dal vostro sacro e pacifico tempio
voi non cacciate, e sacerdozie frodi,
sarete un dì a l’età misero esempio.

Un sol Liberator dievvi il destino.

(dall’ode A Bonaparte liberatore di Ugo Foscolo)