“I predatori”, una storia d’autore

I predatori”, opera prima di un giovane e promettente Pietro Castellitto, è un film con venature di genialità e indiscussa originalità. Un narratore in effigie che ci parla, in forme sconcertanti, dello sconosciuto che è dentro di noi. Nel senso, che ogni persona viaggia nella vita con una doppia anima nascosta in una valigia invisibile. Le due, spesso, si sfiorano all’unisono senza che mai né l’una né l’altra abbiano a riconoscersi. Soprattutto se si incrociano per la strada, aspettando il verde di un semaforo, o guardando davanti a sé, con grande curiosità, un disarmante nulla che svanisce come l’aureola di una sigaretta a vapore, o di un motore che corre e romba per isolate strade di campagna senza mai mostrare la scocca che lo nasconde.

Truffatori e loro vittime, violenti che vengono a loro volta violentati, estimatori di Friedrich Nietzsche assatanati delle sue spoglie fino a dinamitarne il sepolcro, tutto si tiene in questo racconto antiborghese e antiproletario alla stessa maniera. Il coattume della peggiore gioventù di Ostia, con le sue spoglie tardo pasoliniane, banchetta su spiagge degradate, con fratelli di latte e di letto ebbri di grasso in esubero di chi ha praticato troppa palestra in passato, per dedicarsi senza remore nel presente ai piaceri della tavola domestica. Grumi di famiglie da suburra che si muovono all’interno di un profluvio di simboli nostalgici fascistoidi, con uomini da romanzo criminale che sproloquiano di insetti attorno alle sponde di un minuscolo lago artificiale malato e appassito, sulle rive del quale sono erette tante sagome bucherellate di un poligono improvvisato e clandestino. Perché, poi, non si sa mai: se tornasse Lui occorre buona mira e braccio fermo.

Ma al di là dello specchio viaggiano con altrettanta carica di violenza repressa volti borghesi di uomini e donne di grande successo, registe, professori di medicina, ricche dame borghesi viziate e annoiate. La truffa e l’ombra della morte saranno le due cesure che uniranno per punti di sutura le ombre lunghe delle doppie anime nascoste dei protagonisti del multiverso (universo nell’universo). Quella dell’armiere di malavita che arresta il grilletto un attimo prima che il percussore inizi la sua corsa omicida, riconoscendo nel padre della sua giovane vittima il salvatore della propria madre innocente e inconsapevole. Quella del truffatore, che beffa un’anziana povera e indifesa spogliandola della sua misera pensione e poi sale nella scala del grande bluff, spacciandosi per principe, con il sogno di realizzare il colpo grosso della sua vita, a spese di una bella e ricca vedova.

Federico Castellitto è decisamente un personaggio morettiano, iper-individualista e anticonformista che passa dalla dialettica urticante alla irascibilità incontinente. Lui, l’attore-regista-sceneggiatore del film che scopre l’amore per la recitazione stando dualmente dall’altra parte dell’obiettivo. Sempre lui, l’antiborghese incontinente, che rompe il salvadanaio a porcellino con una statua del David di Donatello, trofeo della madre regista, che a sua volta ha esaurito la vena rivoluzionaria annegando nell’alcool i propri dispiaceri, per fare film di cassetta contrattando con produttori dal braccino corto tagli non troppo dolorosi alle scene in copione.

Poi, c’è suo padre (un’esaltante prova cinematografica di un grande attore di teatro come Massimo Popolizio, che porta all’interno dell’opera un patrimonio eccezionale di mestiere e di tonalità espressive ed emotive), un vero alter ego: un uomo tutto d’un pezzo, grande luminare senza macchia e senza paura, che salva vite umane e fugge in punta dei piedi da una moglie bellicosa e aggressiva senza mai protestare. Ma di lui, come della moglie, come del suo caro amico e della consorte di lui, Castellitto conosce e scopre impietosamente quella loro doppia anima nascosta nella valigia invisibile.

Così i volti del Giano che noi siamo, il bello e il brutto, il buono e il cattivo, emergono e scivolano continuamente nell’ombra. Accade così che una famiglia di convinti, beceri fascisti riveli una ricchezza e una profondità di rapporti umani e di solidità matrimoniale assolutamente sconosciute agli orizzonti dorati dell’alta borghesia, fin troppo incline ai tradimenti di coppia con i migliori amici di lui e a imitare i vizi della giovane età con sniffate di polvere bianca nel bagno di casa, o praticando il rito di uno spinello collettivo al bordo piscina di una casale di campagna da sogno.

E poi…arriva la “nera signora”, uguale per gli uni come per gli altri: sta nella testa del tuo migliore amico con un tumore cerebrale devastante; sta nel calcio del fucile di precisione di un adolescente che eradica il male con sconcertante precisione, per nasconderlo poi dentro di sé per il resto della vita.

Finisce con il gesto struggente di chi ama congiungendo la propria mano con quella dell’altro, prigioniero al di là del vetro, dicendogli: “Sei stato padre da schiavo puoi ancora esserlo da libero”.