“Quando sei qui con me, questa stanza non ha più pareti ma alberi...” canta tra sé e sé Anna. La suo voce, quelle dei protagonisti, i malati di Alzheimer, si fanno sentire. E, sono proprio queste voci che hanno permesso alla giuria del “Ferrara film Festival” ad assegnare a “Il mio nome è Alzheimer”, un premio speciale per “l’alto valore sociale”.

Un documento straordinario, realizzato da Raffaella Regoli e Antonello Sette, che sarà protagonista a Ferrara di due grandi eventi in ventiquattro ore.

Domenica 20 settembre, alle ore 17,30, il docufilm, girato interamente nel “Villaggio Emanuele” di Roma, sarà proiettato e premiato all’Apollo Cinepark di Ferrara.

Lunedì 21, in concomitanza con la Giornata mondiale dell’Alzheimer, il docufilm aprirà la serata celebrativa, organizzata dal Comune di Ferrara, in collaborazione con l’associazione malati di Alzheimer della città estense e coordinata dall’assessore alla cultura Marco Gulinelli.

“Il mio nome è Alzheimer” entra in presa diretta, senza mediazioni e rimozioni, dentro la vita quotidiana dei malati, persone che possono curarsi solo con l’amore, unico leitmotiv del docufilm.

Bruno va a trovare Kati tutti i giorni. “Se potessi”, dice, “mi farei operare e le regalerei mezzo cervello”. E lei uscendo per un attimo dal torpore che non le cancella l’anima, gli risponde: “Tu ti priveresti di una tua cosa per me?”. Perché, come spiega Bruno, “Kati è ancora Kati, Kati è ancora speciale”. E poi l’amore di Simona per il padre Enzo, che un tempo era la sua guida e ora ha solo un disperato bisogno di lei, anche se non sa che quella donna è sua figlia. E Riccardo che si commuove davanti ai disegni che Maria Clara faceva quando era un’apprezzata modista. “È dolcissima”, ripete fra le lacrime. E lei gli chiede, ansiosa come una donna ancora innamorata: “Davvero?”.

E poi c’è il contesto, gli operatori che si prodigano oltre la professionalità, perché “l’unica cura è l’amore”, la vita di tutti i giorni tra attività artistiche come la musica, la danza, il teatro, la pittura, ma anche la palestra, il bar, il parrucchiere, il minimarket dove si fa la spesa, il pranzo, le case, divise secondo tre tipologie, che ricalcano le esperienze di tante vite un tempo diverse: familiare, urbana, cosmopolita. E soprattutto ci sono loro, i protagonisti del docufilm, i malati di Alzheimer, persone piene di gioia, di dolore e di sogni, e che sopravvivono alla fatica di dover vivere nonostante la perdita più pesante: quella della propria storia e della propria identità. Raffaella Regoli e Antonello Sette restituiscono a tutti loro un nome, una voce, una risata, un lamento, la dignità di persone e non di malati “senza memoria”, perché nessuno possa più dimenticarli.