C’è un’attrice partenopea, talentuosa e sorridente, che si aggira da un teatro all’altro del Paese mentendo sulla propria età. Se è vero (come è vero) che le donne spesso si tolgono qualche annetto, lei ne aggiunge almeno una quindicina. A meno che non usi un intruglio misterioso che le abbia donato l’elisir di eterna giovinezza. Altra spiegazione non c’è. Questa esplosione di bravura e simpatia si chiama Marina Vitolo. Marina (nome scelto dal padre per far sì che portasse il mare sempre con sé) cerca il mare in ogni angolo di strada, nei numerosissimi viaggi che affronta per seguire quello che il suo cuore detta da quando ancora piccolissima sognava di poter recitare con il grande Eduardo.

E cioè: il teatro. Un legame forte quello con la recitazione che incontra a cinque anni sul palco parrocchiale e che da allora non l’ha più lasciata. Il suo primo contratto da professionista arriva all’età di 20 anni con la Nuova Compagnia di Canto Popolare per lo spettacolo “Sona Sona”. Tra una tournée e l’altra si laurea in “Sociologia delle masse e delle comunicazioni” con l’indirizzo dello spettacolo. Subito dopo arriva la scrittura per uno spettacolo musicale che ha fatto scuola: “Novecento napoletano” con Marisa Laurito. Numerosi sono i cloni di questo spettacolo prodotto da Lello Scarano. Forse anche perché, oltre ai tanti bravi attori, aveva in sé la tradizione popolare, rinnovata con voci moderne e innovative. Oggi è difficile solo immaginare una tale produzione, e in questa macchina teatrale perfetta, Marina c’è stata per quattro anni, girando il mondo in lungo e in largo. Poi, come un passaggio quasi obbligato per tutti quelli che fanno questo mestiere, è arrivato il trasferimento nella Capitale. Il doppiaggio, una tournée in Giappone e la voglia di sposarsi. Marina desidera una famiglia sua, una finestra illuminata che finalmente vede dalla strada tornando dal teatro. Si ferma per crescere i due figli e ricomincia dopo dieci anni.

Scelte importanti da fare. Possono sembrare privilegi e a volte lo sono. Difficile da giudicare dall’esterno. Anche perché nel mondo dell’arte, senza garanzie, né tutele, si sa cosa si lascia, ma difficilmente si sa quello che si trova, se si trova ancora qualcosa o qualcuno disposto a credere ancora in te. Fortunatamente per Marina e per noi spettatori, nonostante il tempo trascorso, in cui ha scritto ed insegnato teatro, ricomincia con “Zelig” che la porta, per vie traverse, alle “Bambine Cattive” di Giulia Ricciardi. Con lei, Barbara Foria, Alessandra Sarno e Bruno Cabrerizo va in scena con “Gli uomini preferiscono le tonte”, con la regia di Marco Simeoli e sempre con la regia di Simeoli prende parte ad altri due spettacoli. La Vitolo rientra ufficialmente nel mondo dello spettacolo, ma con il grande impegno di mamma e di moglie: impegno faticoso che non la dissuade dal lasciare il teatro, anzi, la rilancia aggiungendo anche il doppiaggio e la televisione. Per la grintosa attrice oltre al mare e la famiglia, Napoli è anche un’occasione per lavorare con il teatro che più le sta a cuore, e così, accetta l’offerta del bravissimo cantattore   Federico Salvatore. I napoletani non lasciano mai la città in maniera definitiva, c’è sempre un appiglio che li tiene inchiodati alle proprie origini. Essere donna del Sud poi, significa portarsi dietro tutto un bagaglio culturale importante da cui è difficile staccarsi. Così nasce lo spettacolo “Giusto a metà” che, autobiografico ed ironico, affronta la vita di Marina, donna divisa fra famiglia e teatro. Poi gli spettacoli con la regia di Sebastiano Rizzo al fianco di Raimondo Todaro e Gigi Miseferi le restituiscono la consapevolezza di una femminilità nascosta sotto il suo essere “carattere comico-brillante”. Grazie a Pietro Romano approda a un genere di teatro lontano dalle sue corde, dove non solo si diverte affrontandolo, ma con la guida della regia di Romano costruisce personaggi esasperati e allo stesso tempo curati nei minimi particolari.

Marina ha una energia contagiosa, vederla sul palco mette gioia e lo spettatore capisce che è felice mente recita. La pandemia la sorprende proprio mentre è in scena con Pietro Romano all’Anfitrione. Si ferma ogni cosa. Marina è a casa con la sua famiglia, segue da brava cittadina ogni precauzione da rispettare e far rispettare. Un giorno si accorge che qualcosa nel suo organismo non va. Qualcosa non torna. Marina è affetta da coronavirus. Come se non bastasse lo trasmette a tutta la famiglia.

La raggiungo telefonicamente, ed è subito festa! Un po’ di chiacchiere da compaesane, lavoratrici dello spettacolo, mamme e coetanee (questa cosa che siamo coetanee è una bugia, lo dice per non farmi sentire agée).

Hai contratto il coronavirus. Come te ne sei accorta e come ne sei uscita?

Il 4 marzo avevo la prima all’Anfitrione con Pietro Romano, ma venivo da un momento di forte stress e stanchezza. In un mese ho portato in scena tre spettacoli e le prove con lo stesso Romano. Così quando l’Italia si è fermata ed io con lei, ho cercato di prendere il positivo e mi sono chiusa in casa con l’intento di godermi la quotidianità con i miei ragazzi che con il mio mestiere non è possibile farlo. In casa con me in quarantena, ho chiuso anche il Covid-19. Alla stanchezza si è unita una febbre che ho sentito subito diversa dalle altre, con tosse secca, dolori in ogni singola parte del corpo, mal di testa e, dopo qualche giorno anche tachicardia e fiato corto. Ho attivato subito la Asl con i numeri che tutti ormai conoscevamo ma solo dopo molti giorni e dopo aver fatto uscire “la napoletana” che è in me ho ottenuto un tampone per me e per mio figlio che, nel frattempo, aveva avuto anche lui febbre ed il tipico sintomo da Covid-19: perdita di gusto ed olfatto. Senza alcuna sorpresa da parte mia sono risultata positiva e a seguire positivi asintomatici il papà e l’altro mio figlio. Abbiamo vissuto l’isolamento con la paura e la consapevolezza di convivere con un mostro sconosciuto e nella speranza che non facesse tanto male. Ho cercato di vivere tutto questo con tutta la leggerezza e l’ironia possibile. In casa nostra abbiamo viaggiato con i libri, sognato con i film, riso con i nostri video casalinghi. Abbiamo respirato profumo di pane fatto in casa e segnato il tempo a suon di musica. È stata lunga... 52 giorni di quarantena e 40 di isolamento, ma questo “mostriciattolo con le ventose” non sapeva con chi si stava scontrando. Ne siamo fuori e soprattutto siamo contenti di essere entrati in responsabile auto-quarantena e quindi di non aver contagiato nessuno. Neanche il cane, che tra l’altro è stato anche lui in isolamento nel giardino davanti, senza passeggiate.

Sei una donna, un’attrice, madre e moglie: da quale priorità si parte per far quadrare la propria esistenza?

Bella domanda Giò! L’esistenza di una donna non quadra mai.  Essere donna è già difficile, ma essere donna e madre prevede dei super poteri.  La mia priorità sono stati sempre i miei figli e per loro mi sono fermata con il lavoro per ben dieci anni. Chi fa questo mestiere sa che fermarsi potrebbe voler dire non ricominciare mai più. Si tratta di un rischio che ho voluto correre senza batter ciglio e lo rifarei. Ho passato anni spalmata sul tappeto a giocare con loro, ho piantonato aree giochi del parco, ho spinto carrozzine, passeggini, biciclette e congelato sogni. Sono stata una madre “anomala” e una donna imperfetta ma adoro tutte le mie imperfezione e ritengo tutti i preziosi tentativi di far quadrare la propria esistenza una straordinaria opportunità di arricchimento e conoscenza di se stessi. Mi sorprendo e mi deludo spesso, ma sono vera ed in quanto vera, meravigliosamente imperfetta.

Com’è il mondo dello spettacolo visto da Marina?

Un mondo parallelo pieno di disadattati alla vita. In senso buono! (ride). Un mondo dove si vive tutto in modo amplificato, soprattutto le emozioni. Io personalmente non mi sento mai veramente parte di questo mondo. Una volta all’Università venne Ernesto Calindri a farci una lezione e lui ci fece questa domanda: “Ma voi siete innamorati dello spettacolo o del mondo dello spettacolo?”. Nel candore dei miei 20 anni risposi: di tutte e due. Oggi direi: dello Spettacolo.

Credi che la tua fisicità e la tua napoletanità ti abbiano aiutata o penalizzata nell’ambito teatrale?

Non ci crederai, ma io nasco come attrice drammatica e poi, come dico nel mio spettacolo, ho scoperto che di drammatico ci sono solo io che ho dovuto fare dei miei limiti la mia forza. No, non credo che la mia fisicità mi abbia penalizzata. Sono un carattere per incidente di percorso ma ho la possibilità di giocare, creare e sorprendere. Essere napoletana non mi ha penalizzata perché io la ritengo parte di me come persona e non come artista e quindi ho cercato sempre di non farla diventare un cliché.

La pandemia ha bloccato tutto, anche lo spettacolo che avevi in scena, in quale ruolo ti piacerebbe rimettere piede sul palcoscenico?

Vorrei ripartire con lo spettacolo che non ho potuto più fare. Come segno di rinascita e di vittoria, come per dire: dove eravamo rimasti? Spero solo che tutti possiamo tornare in scena con una nuova consapevolezza e dignità. La pandemia deve assolutamente averci insegnato qualcosa.

Avevi un sogno: lavorare con Eduardo. Tra Concetta, Filomena, Bonaria, Ninuccia, quale tra questi personaggi senti più vicino alle tue corde e perché?

Filomena, assolutamente Filomena. Si recita con tutto il corpo, ma la compostezza e la sobrietà con la quale Filomena ha dato vita ad uno dei più straordinari personaggi di Eduardo sono stati per me una grande scuola.

Un desiderio extralavorativo da realizzare appena possibile?

Dimagrire! Scherzo. Scrivere e... sono troppo scaramantica e napoletana per dire altro.

(*) Foto: Teresa Mancini e Gabriella Deodato