L’arte del doppio all’Argentina

Sei... bipolare? Allora puoi tranquillamente recitare la parte di “Arlecchino servo di due padroni”, spettacolo goldoniano rivisitato dall’eccellente regia di Valerio Binasco che porta a Roma il suo spettacolo della compagnia del Teatro Stabile di Torino per il Teatro Nazionale dell’Argentina, in scena fino al 23 febbraio. Così, assistiti da uno scenario mobile e leggero come ali di libellula, con porte che ruotano su cardini reali ma mancanti delle pareti di sostegno (in modo che i protagonisti possano entrare e uscire di scena senza mai sottrarsi alla visione dello spettatore), gli attori si presentano privi degli ingombranti costumi d’epoca. I protagonisti maschili indossano sobri completi del XX secolo con giacca e cravatta per gli uomini, ad eccezione di Arlecchino (un bravissimo Natalino Balasso) e dei due osti, Brighella (Ivan Zerbinati) e il suo aiutante, che conservano i costumi d’epoca della servitù. Le signore, invece, vestono fru-fru alla moda di certe zitelle un po’ stagionate ma con lauta dote da marito, come la Beatrice del finale e Clarice (Elena Gigliotti) figlia di Pantalone (Michele Di Mauro), mentre Smeraldina (Carolina Leporatti), l’intelligente cameriera assistente di camera di Clarice, ottimista, femminista quanto basta ma rigorosamente etero e alla ricerca costante di un bravo marito, indossa l’ordinaria mise delle domestiche moderne e si sposta in bicicletta, simbolo per eccellenza dell’emancipazione femminile.

Oltre ad Arlecchino Truffaldino, Goldoni costruisce abilmente nel ruolo principe del doppiogiochista maschio/femmina l’ambigua figura di Beatrice/Federigo Rasponi (per l’interpretazione di Elisabetta Mazzullo, perfettamente a suo agio nella doppia parte), imbrogliona per amore e per necessità, dovendo accaparrarsi la dote di Clarice promessa sposa al suo defunto fratello Federigo, per inseguire il suo amante, Florindo Arteusi (Gianmaria Martini), in fuga a Venezia dopo aver ferito a morte Federigo a causa della gelosia morbosa mostrata da quest’ultimo nei confronti di Beatrice. Ma, il vero protagonista inanimato è rappresentato dal bagaglio: quelle valigie simboliche cariche di ricordi e di effetti personali che, come la chiocciolina della lumaca, ognuno di noi porta con sé. Una volta aperte, queste ultime rivelano al mondo la nostra vera identità. Così, le valige dei fuggiaschi Beatrice e Florindo, che appaiono sulla scena fin dalle primissime battute, rappresentano l’ingombrante filo di Arianna che dalla menzogna condurrà alla verità, in una sinfonia finale del... volemose bene perdonandoci i torti reciproci. Ancora una volta, l’Autore classico appare totalmente sbilanciato dalla parte delle donne e del loro fortissimo ruolo nella società dell’epoca (come in tutte quelle precedenti e successive, in verità...), stoiche nell’amore e ingiustamente relegate allo svolgimento obbediente dei loro gravosi compiti domestici e maritali.

Clarice, infatti, si ribella per amore al padre-padrone subendone le conseguenze convinta poi all’obbedienza dalla regola patriarcale e dalla necessità di mantenere salda l’onorabilità del capofamiglia, che aveva speso la parola data promettendola a Federigo e solo successivamente, venuto a conoscenza della sua morte, a Silvio (Denis Fasolo), figlio di un Dottore in legge (Fabrizio Contri) supponente e auto-incensatorio con le sue dotte e stucchevoli citazioni in latino per ogni stormir di foglia. E qui siamo a Molière, in fondo, alla sua urticante condanna e censura di quel latinorum praticato dagli ampollosi medici curanti del suo Malato Immaginario, che nulla sanno ma tutto fingono di sapere utilizzando quella lingua morta imbastardita per nascondere al profano la loro abissale ignoranza. Beatrice, invece, colta ed educata (che sa leggere le.. carte, al contrario dei servi analfabeti), va ben oltre il torto terribile che è stata costretta a subire con l’assassinio del fratello arrivando all’assurdo di sposare per amore le ragioni di Florindo, il suo amante omicida. Scelta quest’ultima che la candida consapevolmente al ruolo di fuggiasca e di ricercata per quella sua imperdonabile complicità. Potente, delicato e intenso, in tal senso, è l’attimo dell’incontro tra i due amanti, disperati perché le menzogne di un Arlecchino pasticcione e bugiardo li avevano spinti a credere nella morte prematura di entrambi.

A sua scusante, il Truffaldino confessa di essere stato costretto all’impresa per fame, povertà e ignoranza ataviche. Per cui, non sapendo leggere, aveva scambiato involontariamente tra di loro lettere e contenuti delle valige da viaggio dei due padroni, nella sua folle corsa alla sopravvivenza per intascare due magri stipendi e altrettanti pranzi al giorno. Perché un servo, in fondo, era cosa dei signori che erano liberi di frustarlo senza renderne conto a nessuno e persino il loro assenso era richiesto per contrarre matrimonio tra poveri! Mitico Goldoni e bravissimo Binasco!