“L’individualismo, l’atomizzazione della società, la sfrenata concupiscenza mondana, la sovrappopolazione illimitata e la smodata pletora dei bisogni”: sono questi, secondo Nikolaj Berdjaev, gli ingredienti principali del materialismo economico, per il quale la vita spirituale dell’uomo è un’illusione priva di valore. Il socialismo, d’altro canto, non fa che sviluppare e portare alle estreme conseguenze questa prospettiva materialistica e non rappresenta in fondo che “il trionfo vivo dei suoi principi latenti e la loro piena diffusione”. Esso mutua “dalla società borghese capitalista il suo materialismo, il suo ateismo, i suoi lumi superficiali, la sua ostilità nei confronti dello spirito e di ogni vita spirituale, la sua frenesia di vivere e di godere, la sua lotta per gli interessi egoisti, la sua incapacità di concentrazione interiore”.

Nikolaj Berdjaev è stato uno dei più brillanti filosofi e critici letterari russo-ucraini del Novecento. In Nuovo Medioevo – il saggio che, uscito nel 1923, gli conferì notorietà internazionale – spiega perché dopo il trionfo di due varianti solo apparentemente opposte dello stesso modello culturale materialistico non possa che profilarsi l’esigenza di un nuovo medioevo, per il quale tornerà ad essere sostanziale ciò che nei tempi moderni viene invece considerato superfluo. In questa nuova epoca della civiltà si potrà infatti tornare “a un tipo religioso più elevato” e a rivalutare la sfera spirituale come l’unica possibilità per opporsi all’attuale decadenza.

A uscire da quest’epoca di decadenza il bolscevismo ci ha provato, ma non c’è riuscito, perché partiva dagli stessi presupposti materialisti che intendeva superare. Essendo una “allucinazione dello spirito” poté conquistare il potere perché corrispondeva in quel momento allo stato morale malato del popolo russo, esprimeva “esteriormente la sua crisi morale interna, l’abbandono della fede, la crisi della religione”. Per cercare di far fronte a simili malattie morali la democrazia liberale non poteva essere di alcun aiuto, e nemmeno il socialismo liberale e umanitario. Solo i bolscevichi potevano dar vita a un tipo di regime che fosse espressione del “singolare sentimento di distacco dalle cose terrene” che il popolo russo ha sempre manifestato e che è sconosciuto ai popoli dell’Occidente. Il popolo russo, infatti, “non si è mai sentito legato alle cose della terra, alla proprietà, alla famiglia”, e più in generale non si è mai sentito legato alla nozione stessa di diritto e di cittadinanza. La stessa religione ortodossa ha sempre valorizzato “l’idea del dovere, non l’idea del diritto”. I diritti della borghesia non hanno mai avuto presso il popolo russo una grande rilevanza.

Anche i valori dell’illuminismo in Russia hanno finito con l’assumere ”la forma del nichilismo”. Con la caduta del potere zarista la “fusione semplificatrice di tutte le differenze qualitative” ha distrutto la struttura della società russa. La classe colta, in particolare, “priva di radici nelle classi della società, è stata precipitata nell’abisso. In tali condizioni, il potere monarchico poteva essere sostituito solo dal potere dei Soviet”.

Il nuovo Medioevo dovrebbe dunque secondo Berdjaev tornare a radicare l’uomo russo in una dimensione universale e cosmica. Soltanto in una simile prospettiva egli può trovare il suo fondamento ontologico, dato che questo non è rintracciabile in uno scenario individualista. L’individualismo condanna infatti la personalità a essere “preda dei venti del caso” e della “frenesia di vivere”, e il fatto che la religione ortodossa abbia sempre valorizzato i “doveri” piuttosto dei “diritti” costituisce un chiaro indizio della disposizione dei russi verso di esso. I “diritti” hanno sempre lasciato freddi i cuori russi e i bolscevichi hanno saputo far leva su questa caratteristica morale per trasfigurare il materialismo liberale e capitalista in un altro tipo di materialismo, che è stato solo la continuazione del primo dentro un’altra veste, più conciliabile con la vocazione religiosa del popolo russo.

E allora si sono visti per la prima volta all’opera gli uomini nuovi, quelli che erano predestinati al successo, a primeggiare e a comandare. All’improvviso è apparso sulla scena un tipo di giovane nuovo, “con il giubbotto, rasato di fresco, l’atteggiamento marziale, molto anergico, pratico, animato dalla volontà di potere e di arrivare ai primi ranghi della vita, per lo più impertinente e sfacciato”. Questo tipo di giovane lo si poteva incontrare dovunque e ovunque comandava. Andava “in giro in automobile a grande velocità, mettendo sotto tutto e tutti sulla sua strada”, occupando i posti di maggior responsabilità nell’amministrazione sovietica e facendo fortuna con la rivoluzione.

La figura del vecchio comunista si rivelerà così destinata presto a scomparire. La figura di questo giovane prenderà il suo posto e porterà l’anima russa a perdersi. Questo nuovo tipo antropologico potrà infatti, “da un giorno all’altro, rovesciare il comunismo e trasformarlo in fascismo russo”. Ciò sarà possibile perché i russi si abituano facilmente alla schiavitù, perché “non hanno più bisogno della libertà”. Essi hanno scambiato la libertà dello spirito per dei beni materiali e l’invidia è diventata per loro il sentimento dominante.

La democrazia non gli serve, perché ha un carattere puramente formale: essa stessa “ignora la propria sostanza; anzi, nei limiti del principio che essa proclama non possiede alcuna sostanza”. Nel momento in cui la democrazia comprendesse il fine al quale deve tendere la volontà del popolo, nel momento in cui si riempisse di un contenuto e acquisisse una sostanza positiva, in tale momento essa sarebbe costretta a porre “questa sostanza al di sopra del principio formale dell’espressione della volontà, e dovrebbe averli come base della società. Ma la democrazia riconosce solo il principio formale dell’espressione della volontà popolare, al quale essa tiene più di tutto e che non vuole subordinare al nulla. La democrazia ignora la verità, ed è per questo che affida la scoperta della verità al suffragio della maggioranza”.

La democrazia è legata all’imperfezione e rivendica il suo diritto all’imperfezione. Il socialismo d’ispirazione marxista, viceversa, ha sempre concepito se stesso, almeno nella sua ultima fase comunista, come una società perfetta, in grado di superare in modo definitivo le contraddizioni prodotte dalla società capitalistico-borghese. Per questo assomiglia molto di più a una società autoritaria, “alla società e allo Stato teocratici. Dostoevskij lo aveva capito in modo geniale. Il socialismo instaura ‘un potere di ordine sacro’, una ‘società di ordine sacro’, tali che non resta più spazio per alcunché di ‘laico’, per alcunché di libero, per alcuna opzione, cioè per il libero gioco delle forze umane”.

Con il socialismo prende il potere “una collettività inumana in nome della quale tutto ciò che umano viene sacrificato”. Anche Marx era un antiumanista, che ha trasformato l’autoaffermazione umana nella “negazione dell’uomo”. La democrazia è ancora umanitaria. Il socialismo è “una reazione contro la storia moderna e un ritorno al medioevo”; e infatti il nuovo Medioevo che potrebbe da esso scaturire dovrebbe secondo Berdjaev somigliare all’antico, dovrebbe essere cioè una teocrazia rovesciata, non più materialista, ma pur sempre una teocrazia.

Quella di Berdjaev è dunque una visione del mondo e della società che, se maneggiata male, potrebbe rivelarsi molto pericolosa sotto il profilo politico, perché è essenzialmente anti-democratica e illiberale. Essa merita tuttavia di essere conosciuta e approfondita perché è sviluppata in maniera rigorosa e coerente da alcune premesse discutibili quanto originali. Si tratta sicuramente di una di quelle visioni del mondo che nulla concedono al compiacimento dei tempi. Essa sembra auspicare una sorta di teocrazia spiritualistica cristiana, e per quanto il cristianesimo che s’intravede sotto di essa sia autentico e non di maniera, essa risulta nel suo complesso politicamente improponibile. Anche in questo essa è tipicamente russa, e non a caso proprio dall’analisi di Berdjaev emerge come il popolo russo sia tendenzialmente poco sensibile ai principi della liberaldemocrazia.

Sebbene sotto il profilo politico Nuovo Medioevo proponga scenari molto discutibili, con questo saggio Berdjaev fornisce un quadro particolarmente lucido e lungimirante del destino di un paese che aveva dato moltissimo all’umanità nel secolo che era da poco trascorso. Con straordinaria perspicacia storica egli comprende come il destino del bolscevismo sia quello di trasformarsi in qualcosa che è molto più simile al fascismo che non a qualche forma di socialismo liberale e democratico, il quale nulla ha a che vedere con la vocazione teocratica e antiumanista del comunismo russo e del marxismo-leninismo. E se è vero, come pare, che Vladimir Putin sia solito consigliare la lettura di questo libro ai quadri della sua nomenklatura, forse è proprio per la profonda conoscenza del popolo russo che esso rivela, per la sua sorprendente attualità e per il suo valore profetico.

N. Berdjaev, Nuovo Medioevo. Riflessioni sulla Rivoluzione russa e sul destino dell’Italia e dell’Europa, Fazi editore, Roma, 2017.