Oscar, “Parasite”: il cinema sudcoreano sul tetto del mondo

Parasite del sudcoreano Bong Joon-ho è film dell’anno. Qualcuno, tra i critici più avvertiti giura, addirittura, che sarà il film del decennio. Un fatto è certo, la Palma d’oro al Festival di Cannes del 2019 precede i quattro Oscar “importanti”: miglior film (prima opera in assoluto in lingua non inglese a riuscirci), miglior regia, migliore sceneggiatura originale, e miglior film internazionale (premio che sostituisce quello al miglio film straniero). Il film, commedia, dramma, thriller insieme, in precedenza ha vinto anche il Golden Globe al miglior film in lingua straniera. Una lunga stagione di riconoscimenti che non si è ancora conclusa.

Parasite racconta una storia di ricchi contro poveri in Corea, una lotta di classe ravvicinata in cui a fare la differenza è anche l’olfatto. I poveri puzzano un po’ troppo per i ricchi coreani, o almeno è quello che capita nel film. Parasite inizia come una commedia nera, che sfocia nel grottesco, ma che conserva una forte valenza politica e sociale. Perché alla fine a giocarsi tutto in questa storia sono due famiglie agli opposti, i poverissimi Ki-taek e i ricchissimi Park. I primi vivono in un sottoscala che spesso viene derattizzato, i secondi in una stupenda villa con giardino arredata con gusto e senza badare a spese.

Tutto inizia in casa Ki-taek quando l’intera famiglia, padre, madre, figlio e figlia è nel panico più totale perché il wifi del vicino, a cui attingono tutti da sempre, ha cambiato password. Tutto cambia per questa famiglia di ‘brutti, sporchi e cattivi’, quando il primogenito, con un espediente non proprio corretto, si ritroverà a fare lezione di inglese alla figlia dei Park. Il ragazzo sarà come un cavallo di Troia per aprire le porte dei Park all’intera sua famiglia che sarà in pochissimo tempo tutta al servizio della ricca casa. Per i Ki-taek la povertà sembra finita, ma nel rifugio antiatomico della magione c’è un’orribile sorpresa e la pace tra le due famiglie sarà rotta. L’ultima tragica scena si sviluppa, incredibilmente, sulle note di In ginocchio da te di Gianni Morandi.

Ora, dopo il trionfo americano, arriva in sala dal 13 febbraio con Academy Two, un altro film di Bong Joon-ho, Memorie di un assassino, lungometraggio del 2003 che Quentin Tarantino ha definito semplicemente “un capolavoro”. “Memorie di un assassino – ha spiegato il regista sudcoreano – è un dramma investigativo molto realistico e decisamente coreano. Non ci sono così eleganti detective in stile Fbi con giacche di pelle e occhiali da sole scuri come quelli che si vedono di solito nei film americani”.

Bong Joon-ho ha ammesso che “l’abbinamento di un poliziotto cittadino e un poliziotto di campagna potrebbe sembrare a prima vista una scelta convenzionale, ma persino l’investigatore che viene dalla capitale non corrisponde all’immagine di un detective di città che ama i rompicapi. Non è insomma un thriller classico che mette insieme tutti i tasselli di un puzzle come è nel più tradizionale dei film hollywoodiani, ma piuttosto è descritta in modo molto realistico la rabbia e la follia di questi due investigatori che vogliono disperatamente catturare l’assassino, ma non riescono a farlo”.