C’è un voto di povertà del pensiero, un’ignoranza pura in cui la parola non può essere nemmeno concepita. Il pensiero, quando è puro come quest’ignoranza, invoca il luogo che gli è proprio, il luogo bianco dell’anima dove presto svanisce l’eco di qualsiasi parola. In questo luogo non si spera di sapere nulla, si è sradicati da ogni desiderio. Persino la speranza vi appare senza radici.

Chi si trova ad abitare questo luogo “va sempre errando”, perché non possiede un suo spazio e “se ha una casa esce presto e vi torna con le ombre”, senza poter mai raggiungere gli altri là dove “si muovono, vivono, sono”. Essendo spodestato, “non vuol possedere” e vive come “abbandonato da sé stesso” in quella corrente “che si chiama vita”. Anche il suo modo d’incedere rivela la sua docilità estatica a questa corrente, quasi ammantandone l’esistenza di un’incertezza esiziale, d’un alone d’assenza, perché “non cammina mai del tutto eretto” e “la testa gli sfugge all’indietro, come mossa da un’impercettibile brezza”.

Lo si può incontrare negli angoli più nascosti di una città o di un paese, quelli che respingono tutti gli altri. La sua presenza si rende talora visibile in cavità che non ospitano mai nessuno e in certe notti pare aggirarsi per strade e piazze senza nome, “bianco come i morti”. Quando capita che qualcuno gli parli o gli offra qualcosa “accetta indifferente, con la cortesia di un cieco che accetta e ringrazia pel regalo di una lampada. E a volte, lo si vede mordere una mela che non finisce mai di mangiare e che gli sfugge di mano. Nessun cane lo segue nel suo vagabondare ma gli si avvicinano come in atto di riconoscimento”.

Chi sia la figura che si aggira errante come in un labirinto di strade infatti i cani lo sanno: come loro, “l’idiota” non sembra mai incamminarsi verso nulla e ha un’aria distratta, o troppo concentrata. Sul volto “blando e luminoso” c’è uno strano sorriso e pare sempre in procinto di staccarsi da terra e prendere il volo, di “mutarsi in qualcosa come una colomba”. In effetti, in lui quel sorriso “ha una direzione e s’apre diretto a qualcosa”, a un centro che perennemente si dischiude, all’istante in cui amore e libertà vengono a coincidere e che in molti chiamano stoltezza, o a volte idiozia, ma che rivela piuttosto qualcosa che è scivolato nel profondo dell’anima fino a impadronirsi dei luoghi della parola per produrre un meravigliato silenzio, che sembra discendere direttamente dal cielo.

In questo silenzio abita il cuore del pensiero privo di pensiero, qui ha origine la poetica della sua muta filosofia. A farsene interprete, a renderne testimonianza è stata la filosofa spagnola Maria Zambrano. L’unica del Novecento, forse insieme a Jorge Luis Borges e Fernando Pessoa, in cui filosofia e poesia risultano per lunghi tratti indistinguibili e sembrano procedere con un unico passo e un unico respiro.

La figura del suo “idiota”, pur essendo per molti versi differente da quella omonima di Dostoevskij, condivide con essa qualche tratto significativo: oltre a una certa irriducibile mitezza, anche – si potrebbe dire citando le parole che Roberto Mancini ha scritto nella bella prefazione a questa nuova traduzione italiana – qualcosa di “aurorale”, che poi consiste nel non voler mai sfuggire alla vita nonostante il fallimento.  

Quest’elemento aurorale, infatti, non è reperibile solo nell’archetipo proposto dalla Zambrano, ma caratterizza anche il destino del principe Myskin, il cui andare incontro alla propria sorte spaesata illumina tutto il romanzo omonimo. Per entrambi, è proprio il fallimento ad aprire una possibilità di salvezza. È la forma apparentemente “idiota” di questo destino a conferire senso a tutto quanto vive blandito da ben più solidi intenti e da cieche motivazioni.

Mancini ci ricorda poi come questo breve scritto venne concepito dalla Zambrano durante il suo primo esilio romano, nei primi anni Sessanta, e che da esso traspare una convinzione affiorante anche nell’opera di Simone Weil: “Che l’essenziale non va cercato, ma atteso”. Una simile attesa dovrebbe fondarsi su un “disapprendere, togliendo per quanto possibile quello che abbiamo depositato nella memoria e nell’ovvietà dell’abitudine: è la scelta di spossessamento necessaria a incontrare l’essenziale”; ma essa ci ricorda anche la disposizione verso la vita di Alberto Caeiro, una delle voci di Pessoa, per il quale si tratta pur sempre, per poter riposare nella propria essenza, d’imparare a disimparare.

Alla fine di questo breve testo, denso come pochi altri, “l’idiota” di cui ci parla la Zambrano assomiglia a un archetipo celeste, al portatore di uno sguardo sul mondo e sulla vita privo di spessore, a una pura trasparenza che, come “una cosa bianca, quasi un astro che percorre la sua orbita”, dissolve senza intenzione il labirinto in cui è stato gettato, trasfigurandolo in una sola linea, infinita e lievemente arcuata dalla gravità del proprio incantamento.

Maria Zambrano, L’idiota, (prefazione di Roberto Mancini, Roma, 2017, Castelvecchi editore).