Trenta esatti. Tanti ne sono passati (di anni) dalla caduta del Muro di Berlino a oggi. Comunisti d’ebano, come Antonio Polito (un signore che ci affascina per il suo garbo e l’attenzione autentica per L’Altro da sé), rimboccarono allora in fretta e furia la lapide del comunismo, senza mai fare alla sua spoglia un processo storico degno di questo nome per denunciarne sia le terribili persecuzioni, i genocidi etnici e di classe commessi dallo stalinismo; sia le inaudite tribolazioni dei popoli dell’Est Europa sovietizzata. Così, in molti preferirono il salto della quaglia passando dalle cento sfumature di rosso del socialcomunismo ai colori arcobaleno del cosmopolitismo.

Se nel 1989 la Storia (con la sua “fine” alla Fukuyama) chiuse con l’illusione del comunismo, nel 2019 tramonta l’esperienza alternativa di un nuovo ordine liberale del Mondo-Nazione globalizzato, per riprendere la strada dei nazionalismi identitari (con il solito Fukuyama che titola con graziosa tempestività “Identità” il suo nuovo saggio di presa d’atto del fallimento della sua teoria precedente). Il 4 ottobre, alla Feltrinelli della Galleria Sordi di Roma un parterre d’eccezione, alla presenza dell’autore, ha presentato il libro di Antonio Polito Il Muro che cadde due volte, Il comunismo è morto, il liberalismo è malato, e neanche io mi sento molto bene (Solferino), con la partecipazione di Massimo D’Alema, Carlo Calenda e Bianca Berlinguer moderatrice dell’incontro.

Per D’Alema l’operazione post-1989 tentata dagli intellettuali e dai politici di sinistra “è rappresentata dalla sostituzione tout-court dell’ideale comunista con quello dell’Europa unita. Va così nel dimenticatoio la ‘diversità’ storica del Pci italiano che sognava una riforma democratica del comunismo”. Poi, all’inizio degli anni Novanta, tramontata l’utopia di Michail Gorbačëv, la sinistra italiana sopravvissuta al terremoto si rifugiò nell’esperienza del ‘blairismo’ alla ricerca della migliore transizione dal comunismo alla socialdemocrazia, per l’avvento del regno della libertà e di una nuova epoca della sinistra liberata dal sovietismo.

“E invece oggi siamo in crisi. Che cosa non ha funzionato? Non si sono fatti i conti con l’innovazione tecnologica. Il pensiero liberale nella forma ‘antipolitica’ con cui si è affermato nell’ultimo trentennio si è avverato molto più antidemocratico di quello classico, poiché la globalizzazione è divenuta sinonimo del dominio dell’Economia liberata dalla politica. Al contrario dell’auspicio di Ralf Dahrendorf, che vedeva un’Europa capace di conciliare la libertà politica con l’economia e l’inclusione sociale, è mancata la quadratura del cerchio, poiché la Politica non è stata più in grado di sostenere un’economia equa. Da qui l’insorgere del sovranismo per contrastare la forza egemone dell’economia di mercato”.

“Ha vinto, cioè, una cultura che non è stata in grado di governare le contraddizioni della globalizzazione. Motivo per cui la nuova socialdemocrazia parla solo al Mondo di Sopra ma non raggiunge più il Mondo di Sotto. Le nuove tecnologie chiedono di essere regolate attraverso l’azione della Politica e dello Stato, ma oggi la Democrazia non produce più decisione, lasciando spazio alle leadership antidemocratiche. Bisognava guadagnare pienamente i valori di libertà ma nel contempo trovare gli strumenti per contenere gli ‘animal spirits’ del mercato. La destra oggi rappresenta lo scontento del Mondo in Basso “anche” a causa della scomparsa del comunismo!”.

Gioca invece su un altro spartito un super pentito Carlo Calenda che vede la salvezza futura in un “liberalismo sociale” con la società agganciata al progresso. “Perché non è possibile che quest’ultimo vada a cento all’ora e la prima a due. Il liberalismo si è fatto ideologia mentre deve rimanere solo un metodo per confrontarsi in un dialogo aperto. Perché l’identità prevale sull’ideologia! Le opportunità per superare la crisi attuale sono strettamente correlate a un investimento massivo sull’educazione, anche perché, come diceva Clinton, non si ferma con le mani il vento della globalizzazione! La Cina ha raggiunto il benessere, ma vuole essere considerata ancora un Paese in via di sviluppo e gioca come se gli Accordi di Bretton Woods (convertibilità del dollaro in oro, ndr) fossero ancora in vigore! Donald Trump, invece, lascia le manifatture in Messico ma pretende dai messicani di allineare il loro costo del lavoro con quello americano!”

“Noi dobbiamo capire alla svelta che gli attuali monopoli non si spezzano grazie ai contrafforti cinesi che li sorreggono! Per rispondere adeguatamente, dovremmo fare accordi di libero scambio soltanto con Paesi che hanno alti standard nella remunerazione e nel welfare dei lavoratori. Il sogno degli anni 80 di un Grande Occidente è un progetto egemonico fatto fallire dalla Cina. E oggi, la delocalizzazione degli investimenti tende a cancellare la questione dell’identità e a presentare il multilateralismo come una panacea ideologica sostitutiva! Non spezzare il monopolio di Google rappresenta la vittoria sul Capitalismo della Tecnica, che tende a divenire una potenza senza limiti”.

Per Polito, non esiste un sostituto democratico alle democrazie liberali in crisi: va salvato a ogni costo il valore Libertà per arginare i sovranismi che vogliono ricostruire gli Stati-Nazione. L’Urss perse la guerra con la sua follia dell’economia centralizzata, mentre la Cina ha saputo conciliare l’economia liberale con il monopolio politico del Partito unico. Ma per D’Alema la questione cinese non va letta usando la lente occidentale. Invece, occorre indagarne a fondo le forme di coesione perché la cultura orientale si fonda sul concetto di armonia che deve confucianamente regolare il rapporto tra gli uomini. “Gli Stati nazionali non sono in grado di adottare politiche di contenimento del fenomeno della globalizzazione: solo l’Europa unita può farcela contrastando i colossi mediatici della Silicon Valley e quelli finanziari di Wall Street. Per troppi anni si è teorizzato che dovesse comandare la società civile, sacrificando così la formazione delle classi dirigenti! Occorre individuare politiche attive per l’inclusione sociale, per governare lo sviluppo e misurare l’impatto dell’innovazione sulle società. La globalizzazione favorisce lo sviluppo, ma noi facciamo regole per contenere l’inflazione rifiutandoci di dire che gli investimenti pubblici non costituiscono ulteriore debito se creano nuova ricchezza!”

Ma perché non riscrivono il tutto a tre voci?