Ribelli siamesi /3. Il mito della democrazia diretta

Se l’analisi teorica su cui la proposta politica si fonda è corretta, se lo è al di sopra di ogni sospetto soggettivamente ragionevole (per molti lo è stata, e per qualcuno lo è ancora) ci si può ritenere legittimati a operare un “paragone ellittico” che potrebbe avere implicazioni pericolose per la democrazia liberale, dato che in quella prospettiva essa non è considerata un valore. Il confronto implicito tra le due società, ovvero quella ideale, ma possibile, e quella reale, non può in questo caso che implicare la scelta di sopprimere la seconda. Un simile paragone potrebbe infatti costituire il mezzo necessario per decidere di passare all’azione anche a costo di porre in secondo piano il sacrificio di vite umane; potrebbe cioè, per esempio, risultare determinante per cercare di realizzare, anche con il ricorso alla violenza, il tipo di società non violenta descritta da Gallian, ovvero una società incomparabilmente più giusta e felice di quella capitalistica.

L’esercizio di un “paragone ellittico” potrebbe quindi legittimare anche vari tipi di violenza “palingenetica”: quella fascista o nazista, volte a realizzare una società gerarchica chiusa, basata sul culto della “forza” e ispirata da valori regressivi avvertiti come irrinunciabili, che non solo non escludono la violenza, ma anzi se ne propongono l’uso sistematico e persino scientifico; o la violenza rivoluzionaria che mira a realizzare la dittatura del proletariato e il “terrore rosso” per realizzare il sogno di un mondo giusto, in cui sfruttamento e violenza non siano più necessari. L’espressione “terrore rosso” - già utilizzata da Lenin nei documenti in cui progettava quello che poi, dopo la sua morte, diverrà l’arcipelago Gulag, che ha prodotto almeno venti milioni di morti tra i propri civili - ricomparirà non a caso all’interno della cultura terrorista che, parallelamente a quella nera, stragista e fascista, attraverserà l’Italia tra la fine degli anni sessanta e la fine dei settanta.

A ben vedere, tuttavia, nel primo dei due casi presi in esame il problema non si pone nemmeno, perché l’uso della violenza non ha alcun bisogno di essere giustificato. Dato che il tipo di società auspicata dai neofascisti o dai neonazisti non solo non la ripugna, ma la conserverebbe quale suo elemento strutturale essenziale, non vi è alcuna necessità di doverne giustificare l’uso attraverso un paragone tra la società da costoro auspicata e quelle reale.

Nell’altro caso, invece, data la difformità radicale tra mezzi e fini, l’uso della violenza ha bisogno di essere giustificata, e tale giustificazione può scaturire solo dal confronto più o meno consapevole o esplicito tra i due tipi di società in questione: quello ideale e quello reale. Un simile paragone è fondamentale perché possa scaturirne tanto un rifiuto dei principi della liberaldemocrazia e del riformismo socialista, quanto un impulso all’azione rivoluzionaria, condizione indispensabile per la realizzazione di qualsiasi disegno palingenetico non ultraterreno.

In ogni modo, anche volendo prescindere dall’utilizzo della categoria crociana del “paragone ellittico” per spiegare il ricorso alla violenza dei “ribelli d’Italia” (e di molti altri “ribelli” nel mondo), bisogna considerare che una certa ritrosia circa la legittimità dell’uso della violenza in politica è cosa abbastanza recente: all’inizio del XX secolo, sulla scia delle teorie di Marx e di Lenin, di Sorel e degli anarchici, né la violenza né la guerra civile e rivoluzionaria hanno niente di esecrabile in sé, così come non ne ha in sé la guerra tout court nelle visioni del mondo e della storia dei dannunziani o dei futuristi, che sono poi per lo più confluite nel fascismo. Non è un caso che quanto tiene uniti i “ribelli d’Italia”, ciò che li rende tanto prossimi pur con le loro notevoli differenze, è proprio quell’humus culturale da cui socialismo, comunismo e fascismo, in modi diversi e con le loro varianti, sono germinati.

Proprio l’inadeguata “resistenza critica” che gli intellettuali di orientamento liberale (troppo spesso risucchiati all’interno della categoria economicistica dei “liberisti”, sulla scia di un’interpretazione del liberalismo riconducibile a Einaudi piuttosto che a Croce), hanno saputo opporre rispetto alle premesse teoriche da cui le varie tipologie di “ribelli “ hanno preso le mosse può aver indirettamente contribuito a favorire la loro capacità di rigenerarsi incessantemente dalle proprie ceneri. La scarsa convinzione e tenacia con cui questi intellettuali hanno saputo tutelare in Italia i principi della liberaldemocrazia sui media e nelle scuole, l’aver cioè lasciato, per larghi tratti della storia italiana del XX secolo e di questo scorcio di nuovo millennio, quasi campo libero non solo alla gramsciana “egemonia culturale” perseguita dal Pci, ma anche a quella congerie di paradigmi teorici idonei a giustificare la violenza di destra e di sinistra, il loro “ribellismo” sterile e spesso foriero di tragiche conseguenza, costituisce forse, per questi intellettuali “sconfitti” - almeno dopo la morte di Croce, di Salvemini, di Ernesto Rossi e di altri liberali “resistenti”, spesso illuminati e socialisti - una responsabilità non di poco conto.

Una simile scarsa “resistenza critica” è forse dovuta al fatto che, mentre nel XIX secolo il liberalismo era una concezione del mondo progressiva - che non esitava a misurarsi sia con quelle teorie conservatrici che rappresentavano il passato e gli interessi di classi sociali in via d’estinzione, sia con quelle teorie socialiste che si proponevano come ancor più progressive – nel secolo successivo non lo è più sembrato, ha perso sempre più la spinta propulsiva che gli derivava dal dover diffondere e consolidare i suoi principi fondanti nel mondo. Poi, forse per l’impressione diffusa che la Storia avesse già bocciato le teorie socialiste, nella seconda metà del Novecento anche l’esigenza di confrontarsi in maniera critica con i presupposti teorici su cui s’imperniavano le teorie marxiste-leniniste, o quelle francofortesi, è stata avvertita sempre di meno da chi non condivideva quei presupposti. 

Ma la loro era un’impressione solo parzialmente corretta: il socialismo, sia nella versione socialdemocratica e riformista sia in quella massimalista, con modalità diverse, è ancora vivo e vegeto. Nella sua prima versione, è diventato una concezione politica ed economica perfettamente integrata nelle società liberaldemocratiche, che non ha mancato d’integrare e arricchire in maniera efficace e costruttiva; nel secondo ha continuato a riproporre, più o meno esplicitamente, paradigmi teorici incompatibili con la democrazia e virtualmente in grado di intaccarne le fondamenta.

In ogni caso non sarebbero gli esiti in cui sono incorse delle società storiche – come ad esempio quello dell’Urss - a poter decretare la fine di un’idea, il suo depotenziamento sotto il profilo sociale e culturale. In altri termini, non esiste bocciatura della Storia che possa risultare evidente a chi non ha destrutturato dentro di sé i paradigmi teorici cui è più o meno irrazionalmente legato, e questi non si possono disinnescare senza una “lavoro culturale” effettivamente in grado di sostituirli con dei modelli teorici alternativi.

Se un lavoro culturale di questo tipo era stata ritenuto necessario da Gramsci per colmare lo svantaggio in cui il Pci si trovava sotto il profilo politico-elettorale e per attingere consensi nella piccola e media borghesia italiana, nella seconda metà del Novecento, dopo la morte di Croce, non parve probabilmente necessario, alle forze politiche liberali e soprattutto agli intellettuali di quell’area, d’intraprenderne uno analogo per cercare di opporre a tale disegno strategico una qualche resistenza efficace.

Quest’atteggiamento fu probabilmente motivato dal fatto che, già durante gli anni Ottanta, quei paradigmi sembravano meno diffusi e influenti. In realtà, erano solo destinati a entrare in una fase di letargo, di sonno apparente, ma erano rimasti sempre attivi come riferimenti fondamentali di una visione del mondo e della società nelle menti e nell’orizzonte culturale della civiltà occidentale e di quella italiana in particolare, pronti a risvegliarsi improvvisamente e a provocare nuove rivoluzioni palingenetiche volte a realizzare finalmente una democrazia sostanziale. Si tratta, per esempio, di quanto avvenuto dopo gli anni Ottanta, quando questi modelli culturali sembravano superati e sconfitti. Ben presto, dopo qualche anno, hanno invece ritrovato una sorta di nuova giovinezza, hanno iniziato a germinare in altro modo, dimostrando una capacità persuasiva che potrebbe in prospettiva rivelarsi di nuovo pericolosa per la stabilità della società democratiche.

In pratica, man mano che il mondo occidentale ha mostrato di prediligere la prospettiva liberaldemocratica a qualsiasi altro modello di convivenza civile, quel lavoro culturale che era in passato stato rivolto alla tutela e al rafforzamento di quei principi è probabilmente apparso superfluo. Tali principi, infatti, si stavano già autonomamente dimostrando vincenti, e non sembravano richiedere alcun “lavoro culturale” di supporto. In Italia, in particolare, l’abbandono della “battaglia culturale” potrebbe essere dipeso anche dalla convinzione, propria di qualche falso liberale, che la cultura non dia da mangiare, convinzione che, appunto, ha assai poco di liberale, dato che i liberali non hanno mai considerato marginale la difesa dei principi su cui si fonda la loro idea di Stato e di società e non hanno mai considerato poco decisivo il confronto dialogico con chi non la pensa come loro.

Tra i risultati di questo disimpegno bisogna annoverare, in tempi recenti, la ripresa del mito della democrazia diretta. L’idea che una consultazione diretta e pressoché continua dei cittadini sulle questioni più svariate possa migliorare la qualità della democrazia, che possa farla assomigliare di più a una democrazia sostanziale, come quella vagheggiata da molti giovani negli anni sessanta e settanta, non solo è poco fondata, ma rischia di mettere in discussione gli stessi principi su cui si fonda la democrazia rappresentativa e parlamentare. Probabilmente, anche in questo caso, è all’opera un paragone ellittico: la società democratica ideale è quella in cui tutti possono esprimersi direttamente e immediatamente su tutto, quella in cui i cittadini possono governare se stessi senza mediazioni, in cui non sono subordinati al potere di chi li rappresenta, e non quella che invece attribuisce a i loro rappresentanti in parlamento un potere eccessivo, esorbitante, ingiustificato, e persino troppo remunerato. Di conseguenza questa seconda, essendo di gran lunga peggiore e meno democratica della prima, dev’essere superata e sostituita.

Una simile concezione della democrazia, virtualmente in grado di depotenziare le prerogative del parlamento, ha il serio inconveniente di non avvedersi di quanto possa risultare poco competente, responsabile ed efficace un governo la cui azione sia subordinata agli esiti di consultazione dirette e virtualmente quasi continue, esiti che rischierebbero di essere sempre il frutto di pareri molto condizionabili e umorali, oltre che spesso privi di quel sostrato di cognizioni necessarie per pronunciarsi su molti dei temi su cui i cittadini sarebbero chiamati a esprimersi.

Anche alla luce di queste considerazioni, il libro di Buchignani si rivela una preziosa ricostruzione per comprendere e saper interpretare le insidie che si celano in quelle concezioni politiche che, riproponendo in modo mascherato l’alternativa tra una democrazia puramente formale e una presunta sostanziale, riesumano con troppa disinvoltura il mito della democrazia diretta, che rischia di essere una democrazia d’inetti, ovvero di persone chiamate a decidere su ogni tema, a prescindere da qualsiasi conoscenza e competenza. 

In questo senso, Ribelli d’Italia riesce a generare il dubbio che avesse ragione Gaetano Salvemini quando sosteneva che “il rivoluzionarismo non è, in fondo, praticamente che l’indifferenza di fronte a tutti i problemi concreti immediati: è la latitanza politica degli ingenui e degli inetti. E i partiti conservatori non domandano ai partiti democratici che di rimanere sempre latitanti”.

Il predominio dei rivoluzionari all’interno del Partito Socialista – aveva annunciato Salvemini poche righe prima – “servirà solo, e meravigliosamente, gli interessi dei partiti conservatori”, che non avranno mai da temere dai rivoluzionari “un’azione politica consapevole, sistematica, efficace, in senso democratico”, ovvero utile per affrontare i diversi problemi che di volta in volta ci troveremo di fronte.

Analogamente, il mito della democrazia diretta da realizzare attraverso l’ausilio di internet rischia di diventare un modo molto efficace di far passare qualsiasi teoria o credenza atta a favorire gli interessi di lobby di potere politico ed economico come giusta e veritiera. Oggi, mentre questo mito sembra riprendere vigore in tutta Europa, dove stanno emergendo movimenti politici – quali i Gilet gialli o i Cinque stelle – che in modi diversi mettono in discussione, più o meno esplicitamente, i principi fondamentali della democrazia parlamentare, queste parole di Salvemini ci sembrano pertinenti e premonitrici. I rivoluzionari di oggi, quelli che pensano di poter realizzare attraverso il web una democrazia più sostanziale di quella parlamentare, non solo non fanno paura ai partiti conservatori, che anzi sanciscono con loro dei “contratti di governo”, ma sembrano viceversa far ricorso agli stessi metodi demagogici e populisti. Il ricordare qui le parole di Salvemini può forse essere utile come sprone a tutti coloro che credono nei principi della liberaldemocrazia a confrontarsi con questi presunti “rivoluzionari” odierni e con le sfide e i drammi che l’epoca presente ci pone di fronte, in maniera aperta, schietta e argomentata, come molti liberali e socialisti liberali hanno insegnato a fare in passato con il loro pensiero e il loro esempio.

(3. Fine)

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