I libri letterariamente riusciti possono rischiarare il passato oscuro di una nazione, aiutando a comprendere eventi fondamentali della sua storia. Questo è il caso del libro intitolato “Sangue Giusto”, di cui è autrice la scrittrice Francesca Melandri, edito dalla Rizzoli, a cui questo anno è stato attribuito il prestigioso premio letterario Sila a Cosenza.

Il libro, che è stato tradotto in molti Paesi ed è divenuto un successo internazionale, racconta da una prospettiva assai singolare cosa è stato e ha rappresentato il colonialismo del nostro Paese in Africa, durante la dittatura fascista e la nascita dell’Impero nel 1936, dopo la conquista della Etiopia. Nel libro vi è una vasta e ramificata narrazione dove i piani temporali si sovrappongono in modo costante, sicchè dalla epoca contemporanea si risale a quella del fascismo e della guerra in Etiopia, con un racconto in cui le vicende di una famiglia italiana, quella di Attilio Profeti, si combinano ed intrecciano con gli avvenimenti della storia d’Italia. Ilaria Profeti è una giovane e progressista insegnante di scuola media. Una mattina, mentre sale le scale del palazzo in cui vive, collocato nel quartiere multietnico dell’Esquilino, di fronte all’ingresso del suo appartamento compare un giovane uomo di colore, che afferma di essere suo nipote. Dichiara di chiamarsi Shimeta Ietmgeta Attila Profeti. Ilaria rimane sconcertata e sgomenta al cospetto del giovane uomo. Tuttavia, insieme a sua fratello, che abita accanto a lei, accoglie il giovane uomo. Nella prima parte del libro vi è una descrizione molto efficace del quartiere Esquilino di Roma, in cui convivono persone provenienti da diversi Paesi. Nello stesso giorno, il Presidente Silvio Berlusconi si trova all’aeroporto ad accogliere in modo solenne il Presidente della Libia Gheddafi in visita in Italia. Infatti l’autrice ricorda che la Libia era stata riammessa nel consesso delle Nazioni rispettabili, dopo che l’Italia e la nazione africana avevano firmato un accordo sul tema delicato della immigrazione. Da questo momento il lettore di questo libro, bello e profondo, scopre la storia della famiglia di Ilaria Profeti. Suo padre Attilio Profeti, da giovane, era stato protagonista della guerra coloniale con cui il regime fascista, facendo ricorso all’uso dei gas e commettendo molti crimini, aveva conquistato e occupato nel 1936 l’Etiopia. Attilio Profeti, durante quel periodo, aveva partecipato alla spedizione di studio sulle popolazioni Etiope condotta in Africa da Lidio Cipriani, l’antropologo che aveva contribuito alla elaborazione delle leggi sulla razza introdotte dal regime fascista nel 1938. Ilaria legge gli scritti di Lidio Cipriani sul razzismo e si accorge, mentre dialoga con suo padre, oramai molto anziano, che non ama parlare del suo passato, cancellato e rimosso dalla sua coscienza. Infatti, con questa straordinaria storia, Francesca Melendri dimostra che sul passato della storia coloniale nel nostro Paese è sceso un velo di oblio e silenzio.

Nel libro, mentre seguiamo la vicenda umana di Attilio Profeti, impiegato del ministero delle colonie e collaboratore nel dopoguerra di un imprenditore spregiudicato come Ermanno Casati, viene ricordato il processo contro Rodolfo Graziani, vicegovernatore della Libia e avversario di Badoglio, che, pur essendo stato negli anni cinquanta condannato a diciannove anni di carcere, venne rimesso in libertà subito dopo. Dei crimini che aveva commesso in Etiopia e in Libia, e delle azioni di inaudita ferocia perpetrate in Africa dai colonizzatori non dovette rispondere nessuno. L’Italia non ha avuto un processo simile a quello di Norimberga, con cui vennero giudicati i gerarchi nazisti. Ilaria Profeti, indagando, scopre che suo padre in Etiopia, negli anni in cui questo Paese era stato occupato dagli italiani, aveva avuto una relazione con una donna da cui era nato un figlio, fatto che il padre Attilio aveva sempre tenuto nascosto. Sono belle le pagini in cui ad Ilaria, che con sgomento assiste alla manifestazione di un nuovo razzismo verso gli immigrati, mentre ascolta un negoziante dell’Esquilino che afferma che per colpa dei Cinesi prima o poi il quartiere crollerà, viene in mente che per gli stranieri che approdano in Occidente il confine in mezzo al deserto appare come una linea invisibile oltre la quale si trovano persone che ti possono picchiare e disprezzare, altre che ti possono offendere oppure derubare, e chi invece ti può accogliere. Ilaria è una donna tormentata sul piano sentimentale, poiché ha una relazione con un parlamentare di centro destra, ed è proprio la evidente incongruenza tra le sue opinioni e le sue scelte e quelle del compagno autorevole ad accrescere il suo disagio interiore.

Nel libro, dopo avere evocato gli anni del colonialismo e dell’occupazione Italiana, descrivendo la situazione dell’africa del nostro tempo, l’autrice dimostra come la sequenza terribile tra la guerra, la carestia e le epidemie induce e spinge le masse dei disperati alla fuga verso l’Occidente e l’Italia. Il suo presunto nipote, dopo essere sparito senza dare spiegazioni, viene ricercato da Ilaria in uno dei centri di identificazione ed espulsione. L’avvocato Valente, a cui Ilaria si rivolge per ottenerne la liberazione, dichiara che i Centri di identificazione degli immigrati sono la vera frontiera d’Europa e i bastioni della nostra identità. Questo libro, colto e raffinato, racconta una pagina della nostra storia nazionale e aiuta a capire come sono stati profondi i rapporti tra l’Italia e l’Europa e l’Africa. Un libro notevole e molto documentato.