In ricordo di Orlando Ricci

Un anno fa, il 14 luglio, ci lasciava Orlando Ricci, pittore iperrealista. Nato a Gavignano (Rm) nel 1942 ma romano di adozione, proprio nella Capitale ha svolto la sua attività artistica, riscuotendo sempre un considerevole successo di pubblico e di critica. Autodidatta, formatosi sulle opere classiche, ha trovato nell’iperrealismo la sua strada, seguendo il maestro Luciano Ventrone.

La  pittura di Orlando Ricci era virtuosa, attenta fin quasi all’esasperazione. Le sue tele restano cariche di quella realtà radicale densa di colori, linee e forme che sembra prolungare lo sguardo di chi, posto di fronte alle sue nature morte, spesso esclamava “potrei quasi toccarla e sentire la sua forma”.

Orlando Ricci amava viaggiare. Adorava la Francia, cui era molto legato per la sua amata moglie Rose Marie. Amava sua figlia Vanessa, di cui ha lasciato un magnifico ritratto. Amava il suo studio, i suoi colori, i pennelli. Amava osservare la natura, gli uomini, la società. Da questo sentimento Orlando Ricci tirava fuori il suo mondo e lo rappresentava più che obiettivamente: nell’immagine “fotografica” la sua esistenza si faceva iconica e il suo essere artista si proiettava in quella ossessiva attenzione per i dettagli, per la bellezza del mondo. Sulla tela finiva la sua fotografia interiore che rispetto all’allestimento che egli stesso faceva, manteneva quegli aspetti psichici e percettivi che ne restituivano l’immagine fotografica più che perfetta.

Come ricorda Jean Franҫois Lyotard “la macchina-corpo del pittore destabilizza la macchina foto-ottica facendole dare più di quanto ha ricevuto” e la pittura di Orlando Ricci rimane più folgorante delle immagini fotografiche originali da cui derivava. Orlando Ricci era un uomo intelligente, sensibile, ironico. Anche per ciò la sua opera resta densa di un forte significato, specie per chi, come me, lo ricorda con quell’affetto genuino che rimane vivo.