La felicità raccontata da Veltroni

Che cos’è la felicità? Una domanda in apparenza semplice, che racchiude in sé un dilemma complesso. Quando possiamo dire di essere felici, e per cosa? Questa società sempre più competitiva e usurante - soprattutto in termini di rapporti umani - lascia ancora spazio per sprazzi di felicità?

È proprio questo il tema della nuova opera di Walter Veltroni (che aveva già firmato i due precedenti documentari “Quando c’era Berlinguer” e “I bambini sanno”). Veltroni è ancora una volta il filo conduttore della narrazione, la voce fuori campo. È legittimo, è pensabile cercare di essere felici, in tempi così complessi, controversi, pieni di paure come quelli che stiamo vivendo? Si può ancora conoscere quella inebriante sensazione di un minuto o di una vita mentre intorno tutto sembra franare?

Da queste e altre domande nasce “Indizi di felicità”, il nuovo film di Walter Veltroni prodotto da Sky Cinema in collaborazione con Palomar, nelle sale solo il 22, 23 e 24 maggio. È un racconto forte, sentito, profondo: non opinioni dotte ma vita vissuta. Veltroni ci fa attraversare numerosi gironi infernali, dall’attentato alle Torri Gemelle che resterà nella memoria di tutti coloro che lo hanno vissuto, direttamente o indirettamente, alle devastazioni operate dalle armi chimiche in Siria, dagli sbarchi a Lampedusa ai terremoti che di recente hanno squassato l’Italia centrale, fino ai terroristi islamici che all’urlo “Allah Akbar” si fanno esplodere. Un susseguirsi di immagini strazianti che scorrono lente. Dieci minuti che sembrano eterni. E poi, alla fine di questo excursus di atrocità, Veltroni si domanda “Si può essere felici di fronte a tanto orrore?”.

È qui che comincia il viaggio di Walter attraverso l’Italia, alla ricerca di quegli indizi fatti di frammenti di vite comuni. Ognuno serba nel proprio cuore un ricordo, un momento in cui ha sentito di essere felice. Una signora ormai anziana ha ancora impresso l’arrivo del padre alla stazione dopo anni di assenza, in guerra, e una passeggiata con lui, pochi giorni dopo, sulla canna della bici per le strade del paese. Una coppia parla del loro primo bacio, vicino a una chiesetta su una strada di campagna del nord Italia. Un uomo ormai anziano che ha scalato l’Everest sente di esser felice nella sua baita di montagna, nella natura, tra i profumi dei suoi fiori. E poi c’è un ragazzo africano, fuggito quindicenne alla carestia e alla guerra civile. Oggi lavora come apprendista pasticcere e sta per conseguire la licenza media alle scuole pomeridiane. Veltroni gli domanda cosa sia per lui la felicità e lui risponde con candore “scusa, non conosco questa parola”. Viene da chiedersi se davvero il problema sia di comprensione semantica o se sia possibile parlare di felicità con un passato tanto pesante.

E poi in chiusura c’è Sami, uno dei sopravvissuti ai campi di concentramento. Un racconto straziante quello dei saluti tra lui e sua sorella Lucia che stava al di là del filo spinato, nel campo femminile. Aveva stentato a riconoscerla, magra, i capelli rasati, divenuta così nel giro di poche settimane. Voleva farle un regalo e lanciò oltre quella linea di separazione la sua fetta di pane, il suo bene più grande. Lei prese il fazzoletto, aggiunse la propria e glielo rimandò. Lucia il giorno successivo non c’era più.

A tratti davvero commovente il viaggio di Veltroni alla ricerca della felicità ci consegna un racconto vero e profondo e un messaggio importante e non banale. Anche in un mondo costellato da orrori ciascuno di noi cerca il proprio sprazzo di felicità, che spesso risiede nelle piccole cose e soprattutto nella condivisione. Veltroni colpisce ancora una volta con la sua sensibilità e quella poetica spontanea che sa parlare al cuore.