A teatro gli “Emigranti”
senza ritorno di Fares

di Elena D’Alessandri

17 febbraio 2017CULTURA

 

Siamo spettatori di un tempo in cui le migrazioni rappresentano il nostro pane quotidiano: gente che fugge da teatri di guerra, di fame e carestia. Ma chi sono i migranti di oggi? Individui spinti al viaggio dalla necessità o dalla speranza, dal sogno di una vita diversa e migliore. Ma sono persone che spesso si scontrano con realtà difficili, con la discriminazione e la marginalizzazione, guardati per lo più con sospetto nei Paesi di approdo, che finiscono per vivere relegati nelle “periferie del tempo”. E la loro diversità, di colore, razza e costume diventa un elemento squalificante di fronte alla nuova ondata di populismi che imperversa nella nostra epoca.

È così che il testo “Emigranti” di Sławomir Mrożek del 1974 – autore polacco emigrato egli stesso in Francia – riemerge con forza nella sua estrema attualità. L’autore racconta la notte di Capodanno di due emigranti polacchi in una città straniera. Fuggivano da qualcosa o verso qualcosa? Certamente Mrożek aveva davanti un’altra Europa e un’altra geopolitica. Oggi il testo rivive attraverso una rivisitazione di Giancarlo Fares, che ne cura la regia ma è al contempo sul palco insieme a Marco Blanchi. Lo spettacolo ha esordito al Festival di Todi nel 2015 e, dopo numerose repliche, torna in scena dal 17 al 19 febbraio al Teatro Nino Manfredi di Ostia.

Nella versione di Fares ci troviamo davanti a due emigranti italiani in una città straniera. I personaggi incarnano due facce di una stessa medaglia: un intellettuale e un lavoratore, un contadino per l’esattezza.

L’intellettuale lavora per citazioni, attraverso la parola della filosofia. Ma anche il contadino ha i suoi dogmi, quelli della saggezza popolare, dei modi di dire, che hanno un forte impatto nella loro estrema semplicità. L’uno contrasta la visione dell’altro, mostrando due mondi confliggenti che non hanno chance di convergere, anche se intimamente lo vorrebbero. I due non possono fare l’uno a meno dell’altro, mettendo in scena il dualismo potere-popolo. Tuttavia sono uniti, quasi da una sorta di affetto. Dal loro sottoscala avvertono qualcosa che “gioca” sopra di loro, che li manipola, li governa, li rende burattini. L’intellettuale è emigrato perché non trovava empatia nel proprio Paese (dove tuttavia viveva una condizione agiata), mentre il contadino è partito in cerca di lavoro.

L’intellettuale aveva tutto, ma proprio per questo non riusciva a sentirsi riconosciuto e nasconde il proprio benessere quasi fosse una colpa. Ha abbandonato la propria terra per realizzare il suo sogno, scrivere un libro sulla schiavitù, che tuttavia non porterà mai a termine. Il contadino è andato a cercare lavoro e ricchezza, ma anche lui non tornerà a casa perché l’accumulo non gli sembrerà mai sufficiente. Tanto diversi, i due sono tuttavia uniti da un destino comune, quello di essere condannati a restare lì in eterno.

In realtà quello che propone Fares è uno spettacolo sull’ironia della condizione umana, sulla sua povertà. I due protagonisti sono personaggi beckettiani, due angeli decaduti che cercano di darsi un tono, ciascuno a modo suo. Fanno ridere loro malgrado e ridono anche di se stessi in un gioco al massacro. Nella migliore tradizione del teatro, il dramma è nascosto dalle nebbie dell’ironia grazie a una magistrale regia e all’eccellente performance dei due attori, perché non può esserci commozione se non si è provato l’esatto opposto. Entrambi vedranno frustrate le loro ambizioni di riscatto, in un’incomunicabilità che oscilla tra il tragico e il comico, che li avvicina e li allontana, tra loro, ma mai alla città che vive in superficie, sopra le loro teste. Una riflessione dolceamara, eppure necessaria. Da vedere.

(*) Per info e biglietti: Teatro di Ostia