Italiano, lingua morta?

di Pietro Di Muccio de Quattro

16 febbraio 2017CULTURA

 

Negli ultimi tempi è tornata d’attualità la questione dell’italiano, inteso come lingua, non cittadino. I professori d’università hanno dichiarato che le tesi di laurea sono scritte con i piedi. Il conseguente dibattito è durato un paio di giorni. Quasi nessun interesse tra il grosso pubblico, schiacciato tra le canzonette di Sanremo e le interviste degli amministratori capitolini. Il declino dell’Italia è comprovato più dall’indifferenza della nazione verso il suo idioma che dall’uccisione dell’economia a colpi di bot.

“Torniamo alla grammatica e alla sintassi”, hanno invocato taluni accademici, riecheggiando il “Torniamo allo statuto” di sonniniana memoria. L’ironia della storia, forse l’unica rimastaci, vuole però che i censori della lingua adoperata dai laureandi di oggi siano i laureati di quelle università che contribuirono a devastarla. Il mitico ’68 non incubò soltanto terrorismo. Inseminò anche la cultura delle classi dirigenti, che a loro volta elaborarono una neolingua egualmente tortuosa, approssimativa, verbosa, oscura, tuttavia distinta in branche specialistiche: il politichese, il burocratese, il sindacalese, che da allora hanno soppiantato la potente lingua di Dante e Machiavelli e il levigato nitóre di Alessandro Manzoni. Gli studenti universitari di oggi sono figli e nipoti legittimi delle istituzioni culturali, a partire dalle scuole elementari e medie, che quelle classi dirigenti, proprio perché tali, plasmarono.

La forma mentis acquisita con quel ’68 mai finito è penetrata profondamente e ha permeato la cultura nel significato pieno della parola, in alto e in basso della scala sociale. Ne esistono prove clamorose. Se confrontiamo l’oratoria parlamentare prima e dopo quell’anno, restiamo impressionati, pur con le dovute eccezioni, dall’impoverimento dei discorsi, delle argomentazioni, dell’eloquenza. Se scendiamo dall’empireo della politica e saliamo su un tram, troviamo che annullare un biglietto non è più possibile: dobbiamo munirci di un ticket e obliterarlo, mentre obliteratrice è il nuovo nome del congegno che vi provvede, sebbene rimandi ad una geisha esperta nel farci dimenticare il controllore. Quindi non più solo una questione di grammatica e sintassi, purtroppo. Esse sono fondamentali, come gli elementi per i composti chimici. Senza, non possono costruirsi le sostanze. Senza, non può parlarsi e scrivere con decenza. Eppure è possibile esprimersi in modo formalmente corretto e sostanzialmente oscuro, come quando utilizziamo elementi che non si combinano. L’incomprensibilità dell’eloquio e, peggio ancora, della scrittura dipende bensì dall’ignoranza delle regole del linguaggio ma pure da cervelli non allenati a comunicare per farsi capire perché disabituati a ragionare ed esporre con senso compiuto. Rem tene, verba sequentur, diceva Catone il Censore, avallato da Cicerone. “Se possiedi i concetti, le parole adatte ad esprimerli ti verranno naturalmente”. Dunque la chiarezza è frutto della conoscenza, sia della lingua, sia dei contenuti. Se le parole, le accezioni, le frasi sono sbagliate e intorcinate; se tutto il linguaggio lascia a desiderare; se la manifestazione del pensiero non serve a manifestarlo ma a nasconderlo quando esista, tutta la società dovrebbe domandarsi dove ha sbagliato. Se, ciò nonostante, i docenti, a partire dai professori di università, lasciano i discenti arrampicarsi fino alle lauree, che diritto hanno di dolersi del raglio dei somari che allevano?