Nelle pre(visioni) della fantascienza

Ipotesi, dubbi, interrogativi: sembra richiamarli quel “se” che è la traduzione inglese dell’ambivalente acronimo di IF/Invasioni (dal) Futuro *003 (Auditorium di Mecenate - Roma, dal 20 al 25 settembre), reading teatrali di letteratura fantascientifica con ruolo determinante di musica e immagini. Ce lo spiega la curatrice, Lisa Ferlazzo Natoli.

Qual è stato il lavoro?

Le trasposizioni sono diventate quasi dei monologhi, il racconto portato in prima persona - con una drammaturgia che accade lì per lì - risulta concreto e chiaro attraverso l’uso di una partizione dei suoni; la fantascienza è come se ne avesse bisogno. Per realizzare questa forma di teatro musicale che ci siamo inventati s’è costruito un gruppo, “La Casa d’Argilla”, con Roberta Zanardo e Luca Brinchi dei Santasangre e il giovane gruppo degli “Ansi Lumen”, perché uno dei desideri è quello di allargare i collaboratori: tante persone, di età e formazione molto diverse.

Com’è strutturato l’appuntamento 003?

Nell’impossibilità di fare un’edizione “live”, per tante ragioni, abbiamo deciso di non farci deformare, trasformando l’Auditorium in una radiostazione orbitale. Così, ci sarà un prologo audio/video che dà il via a un’ora e un quarto di video-mapping in dialogo con l’architettura di una struttura di 2.100 anni fa, così autonoma da essere quasi aliena. Sono previste quattro postazioni dove gruppi di venticinque spettatori alla volta, per tre volte al giorno, potranno ascoltare in cuffia le narrazioni registrate degli anni passati, compreso un inedito (un romanzo di Clifford Simak), liberamente, passando da una all’altra e sedendosi in prospettive diverse. Gianluca Ruggeri ha immaginato e diretto le musiche, disegnando l’impianto sonoro, e nel 2017 vorremmo fare la puntata conclusiva e riassuntiva dal vivo.

Quali criteri hanno guidato la scelta dei testi?

Siamo arrivati fino al cyberpunk, che affronteremo l’anno prossimo. Abbiamo provato a diversificare il più possibile i modelli sperimentali linguistici, per vedere a cosa ci mettesse di fronte l’accostare un autore all’altro. Forse la linea rossa che li lega è una riflessione su come conosciamo, a che punto è il nostro immaginario, quello che ci mette in condizione di incontrare l’altro. Su questa falsariga abbiamo scelto le storie, fino all’autocoscienza, senza però arrivare all’intelligenza artificiale, anche se ne la Formica elettrica il protagonista scopre di essere un androide. L’aspetto molto stimolante della fantascienza è che ci costringe costantemente a pensare e discutere.

Dei tredici testi scelti, quasi tutti sono compresi nel decennio 1950. È allora che il genere ha espresso il suo meglio?

I grandi scrittori della fantascienza “madre” sono legati ad una formazione e ad un periodo storico per cui riescono ad avere un impianto realistico, una struttura che tiene quando è volta a problemi “politici” o al dilemma che va verso l’epistemologia e la riflessione sull’altro da sé. Diventa quasi un romanzo filosofico, con temi e interrogativi che a tutt’oggi - grazie anche a un sistema a “suspence” - ancora ci riguardano e prendono in un attimo. Come inclinazione di gruppo, per noi c’è un voltarsi indietro ai fondatori, su argomenti che magari ci possono far pensare al Kurdistan senza nominarlo, oppure ci orientano nel nostro rapporto con l’alterità. Andare dall’altra parte della collina, dove non si vede, per raccontare l’uomo, l’ha fatto la grande fantascienza dopo la Seconda guerra mondiale, e non credo sia un caso. Ma il lavorio è stato lungo, arriva fino alla fine degli anni Ottanta, a Frank Herbert, il maestro di tutti i maestri autore di Dune, forse una delle punte più straordinarie del genere, ma anche a una delle poche donne, la Carolyn Janice Cherry di Cyteen.

E la nuova fantascienza?

I racconti hanno un grado di complessità che ci è sembrato più giusto per il cinema, vedi Matrix, che con il cyberpunk ha una linea in comune per cui lì la parola va tradotta in immagine. Tanta fantascienza, infatti, descrive luoghi artificiali che è molto difficile restituire al pubblico. E poi negli ultimi vent’anni non si è prodotta una grande letteratura, il perché ce lo spiega il film Interstellar: eravamo pionieri e adesso conserviamo. Come se lo sguardo all’universo, a un modello altro, anche sperimentale, si fosse rivolto verso l’interno oppure alla Rete digitale. Forse è la ragione principale per cui abbiamo ripreso la riflessione sulla fantascienza: anche le esplorazioni spaziali sono ricominciate piano, e molto poco; manca un rivolgersi altrove per poi conoscere se stessi, non è un caso che siamo arrivati fino a Solaris.

Trasposizione, questa, da considerare come il vostro risultato più alto?

Con Solaris abbiamo raggiunto la punta del desiderio di una vita. C’è stato bisogno di tanto tempo, perché bisognava maturare, arrivare a un adattamento efficace di un romanzo straordinario e complesso che racconta l’alieno più di ogni altro, e allo stesso tempo è una grande esperienza filosofica, metafisica, sull’uomo, sull’identità.