The Eichmann Show, per non dimenticare

Per chi come noi è abituato a vivere in un mondo iperconnesso, dove le notizie, anche quelle afferenti i confini più remoti, arrivano con estrema immediatezza, è difficile, anche soltanto immaginare, una realtà sganciata dall’informazione istantanea e continua. Eppure fino a 50-60 anni fa questa era la prassi.

Il film documentario “The Eichmann show” racconta una storia realmente accaduta, ovvero il dietro le quinte di quello che è stato considerato “il processo del secolo”, il primo evento trasmesso nelle televisioni di 37 Paesi. In sala per soli tre giorni, quelli a cavallo del Giorno della Memoria, che ricorre il 27 gennaio, l’ultimo film di Paul Andrew Williams, “The Eichmann Show” – protagonisti Martin Freeman e Antony La Paglia – ripercorre la storia del primo evento televisivo globale, il processo all’ufficiale nazista Adolf Eichmann.

Quindici anni dopo la fine della guerra, Adolf Eichmann venne trovato e processato in Israele, a Gerusalemme. Il produttore televisivo Milton Fruchtman chiamò il famoso regista Leo Hurwitz per riprendere in diretta il processo, perché il mondo potesse finalmente conoscere, attraverso la voce dei sopravvissuti, i crimini di cui il nazismo si era macchiato, e iniziare a parlare dell’Olocausto.

Fruchtman e Horwitz si trovarono ad affrontare incredibili difficoltà, con tempi strettissimi, un team di riprese assemblato in gran fretta e inevitabilmente inesperto, e, soprattutto, le strenui resistenze dei giudici a far entrare le telecamere in un’aula di tribunale. I togati acconsentiranno soltanto a patto che le telecamere vengano inserite in piccole fessure ritagliate nelle pareti, risultando così invisibili. Un lavoro enorme, considerando che il processo durò 4 lunghi mesi. Il montaggio veniva fatto ogni giorno, a fine giornata in gran fretta perché le pellicole fossero distribuite in 37 Paesi.

Per 120 giorni, l’orrore del nazismo, delle deportazioni, dei campi di sterminio venne raccontato dalle vittime. I racconti strazianti non furono tuttavia capaci di scalfire quello che sembrava un uomo come tanti, Adolf Eichmann. Quelle immagini, mandate in mondovisione, dimostrarono all’umanità che il male non ha il volto del demonio, ma quello di un uomo qualunque, un uomo in grado di mandare oltre 6 milioni di ebrei a morte e poi tornare a casa la sera e dare il bacio della buonanotte ai propri figli.

L’operazione mediatica ebbe risultati sorprendenti, un successo alquanto insperato: la quasi totalità dei tedeschi guardò almeno un’ora del programma a settimana e, elemento ancor più importante, dopo 16 anni dalla fine della guerra, si iniziò finalmente a parlare dell’Olocausto, un argomento fino ad allora considerato tabù. Un film tagliente, una storia raccontata con lucidità e con un ritmo del tutto inatteso. Un tentativo interessante di ricordare non soltanto la Shoah, ma gli effetti della spettacolarizzazione mediatica del suo racconto.