11 Marzo 2010 - Giustizia
PARLA ZORNITTA
“La malagiustizia mi ha rovinato”

Una vita completamente rovinata da un errore giuziario. L’ingegnere Elvo Zornitta, accusato ingiustamente di essere unabomber, racconta il poco che gli resta dopo che il tribunale gli ha rubato tutto: la dignità di uomo e di padre, il lavoro, la privacy. Da queste colonne abbiamo seguito passo dopo passo l’incredibile vicenda giudiziaria che ha visto protagonista – suo malgrado – l’ingegner Elvo Zornitta accusato ingiustamente di essere quell’ “unabomber” che ha insanguinato l’Italia del Nord-Est con alcune decine di attentati. Abbiamo sempre creduto nell’innocenza di Zornitta ed è soprattutto per questo che siamo particolarmente contenti di potergli rivolgere qualche domanda.

Ingegner Zornitta, partiamo dall’epilogo. Quale è stata la sua prima sensazione quando è stata finalmente messa la parola “fine” alla vicenda che lo ha coinvolto?

Risulta difficile spiegare in poche parole il rincorrersi delle emozioni provate in quel momento. Finalmente mi sentivo sereno ma anche spossato da un interminabile calvario, come se l’angoscia che mi aveva attanagliato fino ad allora avesse lasciato il posto alla felicità ma mi avesse anche prosciugato di ogni energia.

Che ricordo ha di quando ha appreso di essere il sospettato per quella serie di attentati, insomma di essere “unabomber”?

Incredulità, sconcerto e paura sono forse i sentimenti che in quei difficili momenti si alternavano nel mio animo. Perché proprio a me? Penso che questa sia la domanda che sovente lacera l’animo di chi è sottoposto ad un’ingiustizia.

Posso chiederle come ha spiegato a sua figlia (all’epoca dei fatti non aveva neppure dieci anni) cosa stava accadendo?

Quando non è stato più possibile nasconderle quanto succedeva, perché giornali e televisioni ne parlavano a gran voce, con mia moglie abbiamo deciso di parlarne di fronte a lei per renderla partecipe, senza forzare la cosa, di un momento tremendo che stavamo passando. Mia figlia, purtroppo, ci ha interrotto, non ne voleva sentir più parlare, visto che ormai questo dramma era diventato la nostra quotidianità.

Secondo uno dei suoi legali, l’avvocato Maurizio Paniz, era in corso “un monitoraggio costante e molto consistente” su di lei proprio mentre ad “unabomber” (quello vero) furono attribuiti cinque attentati: neppure questo convinse gli inquirenti che forse lei non c’entrava nulla…

Infatti questo era uno dei fatti più assurdi. Telefoni controllati con migliaia di ore di ascolto, gps che verificavano in ogni momento l’auto mia e di tutta la mia famiglia, comprendendo quella di mio fratello e dei miei, telecamere che sorvegliavano ogni mio movimento fuori casa, microfoni all’interno della mia abitazione. Nonostante questo per gli inquirenti io ero il mostro, forse troppo furbo per lasciarmi andare a confidenze mentre venivo sorvegliato… ma, a prescindere dal fatto che nessuno mi aveva messo a conoscenza di questa invasione nella mia privacy, è possibile che un uomo resista a tutto ciò per 5 anni di seguito?

Ha mai temuto, in questi anni, di essere “incastrato” in maniera definitiva?

Si, spesso ho avuto la sensazione che si sarebbe fatto di tutto pur di dimostrare ciò che non era. Del resto il martellare dei mass media non faceva parte forse anch’esso di una specie di guerra psicologica per farmi crollare? E le frasi sibilline di alcuni inquirenti non facevano pensare che a nulla servivano i miei tentativi di dimostrare che non ero io? Mai come in quei momenti mi sono reso conto di quanto vere sono le parole che sostengono che tutto ciò che viene detto o fatto a tua discolpa non ha nessuna importanza.

Perché, secondo lei, tanto accanimento nei suoi confronti: che idea si è fatto?

La pressione mediatica e la necessità di ottenere ad ogni costo un risultato hanno certamente forzato la mano a chi, in origine, voleva soltanto trovare un colpevole. A questo forse si è aggiunta la frustrazione nel lavoro di qualche dipendente statale che desiderava primeggiare ad ogni costo.

In conclusione. Chi è, oggi, Elvo Zornitta?

Oggi Elvo Zornitta è una persona che in questo lungo confronto ha perso quasi tutto. La sua dignità è stata distrutta, il suo nome calunniato con le accuse più pesanti, ha perso il lavoro e solo ultimamente un imprenditore locale gli ha fornito l’occasione per poter ricominciare. Ripartire, anche se da zero, è tutto ciò che ha avuto, come se quello che è successo non fosse dipeso da nessuno, come se anche riconoscere di aver sbagliato fosse troppo per chi ha generato tanta sofferenza.

Com’è attualmente la sua vita?

Leggo di rado i giornali, ascolto sempre meno le cronache, vivo disilluso in un mondo che non sento più mio e cerco, quando possibile, di vivere con la mia famiglia e con quelle persone che hanno dimostrato, anche in quei momenti, di credere in me. E mi chiedo: si parla tanto di vietare le intercettazioni ma si ignora che il primo diritto di un uomo è quello di essere ritenuto innocente fino a dimostrazione contraria. Visto che tali intercettazioni sembrano essere di importanza vitale per le indagini (ma dove è finita l’abilità nelle indagini?), è sì giusto regolamentarne la durata ma è almeno altrettanto necessario vietare la pubblicazione di informazioni non confermate! Considerando che la pubblicazione di una notizia è la prima forma di processo ora attuata in Italia ed una persona viene giudicata e condannata prima ancora di poter parlare, non smetto di domandarmi se non esista proprio il modo di evitare le pene che una persona deve sopportare in seguito alla pubblicazione di informazioni che, tra l’altro, spesso non corrispondono al vero. Senza ledere la libertà (?) di stampa non esiste forse la responsabilità, per chi occupa una funzione pubblica, anche relativa all’operato di chi nel suo ufficio o gruppo, informa la stampa con notizie confidenziali? Perché non si rendono palesi e pesanti tali responsabilità?

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