“Basta con i ricorsi”, propone un disinvolto Pierluigi Bersani al Pdl. Il segretario Pd gioca la carta del più furbo, dopo aver riempito i tribunali lombardi di carte bollate. Sa che la partita per il Pirellone è persa in partenza e preferisce mischiare le carte per rivalersi sul Lazio. Una volta era la storia, insegnava Giambattista Vico, ad alternare ricorsi, oggi sono i partiti: in numero proporzionale, quelli presentati da Radicali Italiani (riammessi in Toscana), Verdi (eslcusi nelle Marche) e Federazione della Sinistra sono i più numerosi. Poi vi sono i Democratici e solo in fondo il Pdl. Ma tant’è, l’informazione si esercita nel tiro a segno sempre con gli stessi bersagli. E alla conferenza stampa del premier, dove Silvio Berlusconi ha ricostruito minuto per minuto le fasi che hanno portato all’esclusione della lista Pdl nel Lazio, Bersani replica da un lato con fair play (appunto: rinunciamo a tutti i ricorsi) e dall’altro lato con il muso duro di sempre: “Una ricostruzione fantasiosa”. Ma al di là della replica al premier, Bersani mercanteggia un cessate-il-fuoco. «A questo punto il centrodestra rinunci a proseguire nei suoi ricorsi. Noi, d’accordo con il candidato Filippo Penati, siamo pronti a fermare il ricorso in Lombardia. È ora di creare un clima in cui finalmente si possa parlare delle cose che interessano ai cittadini». Ma la grana con cui deve fare i conti il numero uno del Pd è ben altra. Si è infilato nel vicolo cieco che porterà, sabato 13, ad una piazza dove mezzo partito non vuole figurare. E altera i toni per dissimulare le difficoltà: “Sarà una mobilitazione, non di protesta, ma di proposta centrata su democrazia, lavoro e legalitá con una piattaforma positiva che credo potrá essere apprezzata anche da elettori di altri partiti». Evidente l’imbarazzo, se è costretto a rivolgere un inconsueto appello agli elettori moderati dalla piazza, che per tradizione non lo è, e che sarà egemonizzata – è facile previsione – dai dipietristi del ”popolo viola“. Di Pietro fiuta l’occasione e preannuncia toni forti. ”Nessuno mi fermerà, dirò quello che voglio“, fa sapere. E qualcuno capisce che è un tranello: i dirigenti iniziano a defilarsi. Nel Pd di parte cattolica molti hanno già declinato l’invito: il primo e il più plateale, Marco Follini: ”Mi permetto di insistere. Dopo i pronunciamenti del Tar la manifestazione è come se l’avessimo già fatta“, argomenta, ”e in piazza con Di Pietro ci vada chi ci crede“, taglia corto. Il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, non è da meno: ”Scendere in piazza contro il decreto salva-liste? E’ come abbaiare. Preferisco manifestare per difendere le istituzioni e il Presidente Napolitano“. Proprio quello è il nervo scoperto dell’appuntamento di sabato: Di Pietro minaccia di fare il diavolo a quattro contro il Quirinale. Come diceva Vico: corsi e ricorsi storici. Ma c’è chi non impara mai.

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