lunedì 21 settembre 2026
La guerra in Iran accesa da Donald Trump si è dimostrata una disfatta strategica da manuale. Immaginare di avviare un conflitto contro un Regime teocratico islamista su base terroristica, come quello iraniano, impegnato a costruire dal 1979 una economia di guerra, nemico giurato di Israele e dell’Occidente, nemico dei correligionari sunniti, che ha combattuto per quasi tutti gli anni Ottanta contro l’Iraq, che sta opprimendo il suo popolo con carceri e pene capitali e che sta martoriando il genere femminile, senza prevedere l’uso massiccio delle truppe di terra, è stato, ad oggi, un palese errore strategico.
Considerando, inoltre, la rete estremista islamica creata dagli ayatollah caratterizzata da inequivocabili connotazioni terroristiche, vedi i sunniti di Hamas, strutturata nella Mezzaluna sciita e nell’Asse della resistenza. Probabilmente la certezza di dover pagare un pedaggio in vite umane enorme ha fatto dissuadere gli strateghi statunitensi dal voler adottare tattiche militari scontate in questo conflitto, ma che stanno portando gli Stati Uniti verso una sonora sconfitta strategica, nonostante le farneticanti, forse supportate da ormai evidenti sfumature patologiche, dichiarazioni di Trump. Tra le più recenti quella che gli Houthi hanno chiesto a Trump di non attaccare, affermazione inquietante se letta alla luce dei bombardamenti che stanno abbattendosi sul suolo saudita e che hanno causato, anche se casualmente, la distruzione di un caccia italiano Eurofighter nella base saudita di Ta’if, o la solita cantilena che i pasdaran voglio firmare una pace con gli Usa, ma che invece stanno dettando condizioni a Washington.
Da parte sua le strategie statunitensi hanno operato, come è consueto nei conflitti, su una guerra segreta contro Teheran, dove le parziali verità, i cambio di obiettivi e la dissimulazione e occultamento delle informazioni hanno dominato. Un aspetto dal profilo significativo, e da esempio, è quanto la stampa statunitense sta riportando circa le difficoltà che stanno affrontando le maestranze impegnate nel Golfo, come l’equipaggio della portaerei Uss Abraham Lincoln, stanziata attualmente nel Mar cinese meridionale e impiegata da oltre sette mesi nell’Operazione Epic Fury, contro gli ayatollah-pasdaran. Condizioni di vita sempre più complesse, dove i marinai, secondo testimonianze raccolte anche tra i familiari dei militari, devono adattarsi a servizi igienici non funzionati, alla presenza di muffa nei bagni, lavanderie fuori uso, bassa qualità del cibo e altre carenze che non possono verificarsi in un sistema complesso dove l’efficienza logistica non può convivere con il disagio. Inoltre, come riportano dal canale televisivo Ms Now, dotato anche di redazione, un degrado generale notevole causato dalla difficoltà di fare fronte alle insostenibili spese di guerra. Come è evidente il Pentagono, fino ad ora, ha strutturato un livello di disciplina interna molto stringente dove le lagnanze ovviamente non emergono, tanto è che né i componenti del Congresso, né l’opinione pubblica, percepiscono la realtà dei fatti, o se la recepiscono solo in modo superficiale e lacunoso.
Tuttavia per la prima volta il Pentagono ha ammesso di avere una criticità di munizioni da impiegare contro i pasdaran, ma questo ufficiosamente era noto già almeno da due mesi. Una posizione, quella della comunicazione degli strateghi di Washington, che è variata nel lasso delle ultime due settimane. Infatti l’amministrazione Trump ha sempre rifiutato di confermare le difficoltà nel proseguire attacchi contro basi iraniane a causa della penuria di missili e munizioni varie, condizione negata dal presidente Usa fino a pochi giorni fa. Così, fino ai primi di questo mese Trump ostentava l’infinita dotazione di munizioni, ma già a luglio molte notizie di stampa confermavano il razionamento dell’utilizzo dei missili, soprattutto degli intercettori. Ma ora un rapporto del Dipartimento della Difesa statunitense reso noto il 14 settembre, rivela una scarsità di scorte strategiche verificatesi dopo l’avvio dell’operazione contro il regime iraniano.
Secondo il “rapporto” e secondo quanto comunicato da Pete Hegseth, segretario di Stato alla Difesa, tra il 28 febbraio e il 30 giugno l’operazione contro il regime teocratico è costata quasi circa 33 miliardi e mezzo di dollari, e solo per le munizioni sono stati spesi almeno 22,3 miliardi di dollari. Un sistema industriale di fornitura delle munizioni che ha manifestato criticità proprio nella fabbricazione degli armamenti.
In realtà la risposta iraniana, come osserva il Pentagono, agli attacchi statunitensi e israeliani ha prodotto importanti distruzioni nelle basi americane in Bahrein, Qatar, Kuwait, Oman, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Iraq. Ma anche nelle sedi diplomatiche statunitensi in Iraq, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Kuwait. Oltre danni alla flotta aerea Usa come la distruzione di quattro caccia F-15 e il danneggiamento di altri sette aerei e numerosi droni. Il documento delinea anche l’impegno di almeno 50mila soldati Usa.
Ma cosa ha causato questa “sconfitta strategica” degli Usa nell’articolato sistema di alleanze nel Medio Oriente? La prima osservazione è che la potenza statunitense ha perso parte del suo alone di imbattibilità, in quanto non ha potuto impedire che i Paesi arabi sunniti subissero attacchi dall’Iran a causa del posizionamento di basi logistiche statunitensi sul proprio territorio. Questo ha avuto pochi giorni fa un riscontro significativo quando l’Arabia Saudita ha chiesto alla Cina di intervenire verso l’Iran per far cessare gli attacchi degli Houthi yemeniti sui territori sauditi. La Cina ha chiaramente confermato il suo legame economico con l’Iran, e a Pechino si rivolge quindi Riad per dissuadere gli Houthi a bloccare lo stretto di Bab el-Mandeb alla navigazione saudita. Inoltre fonti israeliane (Radio Shalom), rivelano che i Sauditi hanno dichiarato che “Israele è il solo Paese che ha risposto alla nostra richiesta di aiuto”. Anche perché Trump su sollecitazione di aiuto da parte di Riad ha manifestato una chiara intenzione di non intervenire.
Insomma un’operazione quella di Trump che ha rimesso nel gioco internazionale un governo, quello degli ayatollah, moribondo da anni, ponendolo al centro dello scenario geopolitico con un ruolo che prima del 28 febbraio era per loro inimmaginabile. Ma ha anche posto gli Houthi al centro dell’attenzione internazionale, tanto è che hanno incrementato forza e ambizioni espansionistiche. L’unica notizia, sempre fonte israeliana, pubblicata dal quotidiano Israel HaYom, Israele Oggi, che esce da questo scenario quasi pietoso, è che sembra che il Kuwait sia sul punto di bussare alla porta degli “Accordi di Abramo”, e che dovrebbe essere in procinto di abrogare alcune leggi ostili a Israele; tanto per avviare il processo di normalizzazione dei rapporti con Tel Aviv. Comunque se questa non è una sconfitta strategica per gli Stati Uniti, è comunque, per ora, una vittoria strategica per la dittatura teocratica iraniana.
di Fabio Marco Fabbri