L’altro Islam: il ricatto della lettera

venerdì 11 settembre 2026


Terza parte

Samuel Paty era un professore. Non comandava eserciti, non dirigeva giornali, non guidava partiti. Insegnava storia e geografia in una scuola media di Conflans-Sainte-Honorine, vicino a Parigi. Nell’ottobre del 2020, durante una lezione sulla libertà despressione, mostrò alcune caricature di Maometto. Da quel momento cominciò una successione di eventi che dovrebbe essere studiata nelle scuole europee almeno quanto l’assassinio con cui terminò.

Un’alunna raccontò ciò che sarebbe avvenuto durante quella lezione. Il racconto era falso: non vi aveva assistito. Il padre trasformò la vicenda in una campagna sui social network, rendendo riconoscibili il professore e la scuola. Alla mobilitazione partecipò un attivista islamista. La denuncia dell’insegnante divenne progressivamente denuncia dell’offesa arrecata all’Islam. Infine un diciottenne di origine cecena, Abdullakh Anzorov, raggiunse Paty e lo decapitò. Nel dicembre 2024 otto persone sono state condannate per differenti responsabilità nella campagna dodio e nella catena di eventi che condusse a quell’assassinio. Il particolare politicamente più importante è che l’assassino si trova alla fine, non all’inizio della storia. Prima di lui ci sono una menzogna, una protesta, una mobilitazione, la trasformazione di un episodio scolastico in un’offesa religiosa, la circolazione dell’accusa attraverso una comunità virtuale.

È il meccanismo che potremmo chiamare ricatto della lettera. L’islamista non deve necessariamente convincere il musulmano moderato a diventare islamista. Gli basta rivolgergli una domanda molto più semplice: “Credi o non credi che Maometto sia il Profeta?” Se la risposta è sì, il passaggio successivo diventa: “Allora come puoi stare dalla parte di chi lo insulta?” Attraverso questa domanda, la controversia viene trasformata: non riguarda più la libertà despressione, i limiti della satira o il comportamento di un insegnante. Riguarda l’appartenenza, e l’appartenenza possiede una forza che l’argomentazione politica raramente possiede. Naturalmente molti musulmani possono rifiutare il ricatto, e alcuni già lo fanno. Sarebbe tanto ingiusto quanto analiticamente stupido attribuire automaticamente al credente musulmano le intenzioni dell’islamista.

Il problema è però un altro: quanto costa rifiutare il ricatto? Se un musulmano può dire tranquillamente “sono credente ma non condivido questa interpretazione”, il meccanismo si spezza. Se dirlo significa essere accusato di tradire la propria religione, rompere con la famiglia, perdere reputazione nella comunità o esporsi a intimidazioni, la questione cambia. Ed è qui che entrano in gioco i numeri. Non secondo la formula puerile: più musulmani, quindi più pericolo. Ma attraverso un meccanismo sociologico assai più complesso. Quando una comunità cresce abbastanza, può diventare maggiormente autosufficiente. Può possedere luoghi di culto, associazioni, scuole, commerci, reti comunicative, quartieri ad alta concentrazione, autorità religiose e organizzazioni capaci di parlare pubblicamente a suo nome.

Tutto questo può favorire splendidamente l’integrazione, ma può produrre anche il contrario: una società nella società. E in quel caso una piccola minoranza fortemente organizzata può esercitare un’influenza enormemente superiore alla propria consistenza numerica. La Francia offre un altro esempio meno tragico, ma istruttivo. Nell’anno scolastico 2022-2023 le segnalazioni relative a violazioni delle norme francesi sulla laicità attraverso segni o abbigliamento religioso nelle scuole pubbliche passarono da 617 a 1.984. La maggioranza riguardava abaya e qamis. Il Conseil dÉtat rilevò inoltre che le giustificazioni fornite in molti casi riprendevano argomentazioni standardizzate diffuse attraverso i social network. Il divieto dell’abaya nelle scuole pubbliche fu infine giudicato conforme alla legge nel settembre 2024. Non c’è bisogno di terrorismo perché il problema esista. Anzi, politicamente sono forse ancora più importanti le migliaia di piccoli conflitti quotidiani nei quali si decide lentamente chi arretrerà. Lo Stato? La comunità? L’individuo? La questione decisiva diventa allora il rapporto fra dimensione, concentrazione, letteralismo e pressione comunitaria.

Una comunità di cinque milioni di persone perfettamente integrate, socialmente mescolate, religiosamente pluraliste e abituate a distinguere peccato e reato può essere assai meno problematica di una comunità dieci volte più piccola nella quale l’autorità religiosa controlli capillarmente il comportamento individuale. Ma, a parità delle altre condizioni, i numeri contano. Contano perché aumenta il numero assoluto degli individui mobilitabili. Contano perché rendono possibile costruire istituzioni comunitarie autosufficienti. Contano perché accrescono il peso elettorale e perché modificano il comportamento delle istituzioni.

Ed è quest’ultimo aspetto che viene spesso dimenticato. Quando una controversia riguarda cento persone, un’amministrazione applica una norma. Quando potenzialmente ne riguarda 100mila o alcuni milioni comincia inevitabilmente a calcolare anche le conseguenze dell’applicarla. Nasce così una forma di potere che non richiede necessariamente maggioranze: basta la capacità di rendere costoso l’esercizio di una libertà. L’insegnante che dopo Samuel Paty decide di non mostrare una caricatura non è stato censurato dallo Stato. L’editore che rinuncia a un’immagine per paura delle conseguenze non ha ricevuto un decreto. L’artista che modifica un’opera, il professore che evita un argomento, l’amministratore che rinuncia ad applicare una regola per evitare disordini esercitano formalmente la propria libertà, ma sono anche consapevoli del prezzo potrebbe avere. È il veto intimidatorio, e pochissimi possono esercitarlo su moltissimi.

La Germania ha dovuto affrontare problemi di natura differente, ma riconducibili alla stessa questione generale. Nel luglio 2024 il governo federale mise al bando l’Islamisches Zentrum Hamburg, accusandolo di perseguire un’ideologia islamista estremista e totalitaria e di operare come rappresentante della Guida suprema iraniana. Il ministro dell’Interno precisò espressamente che il provvedimento non riguardava la pratica pacifica della religione sciita. La distinzione è fondamentale. Islam e islamismo non sono sinonimi, ma proprio perché non lo sono una democrazia deve impedire agli islamisti di impadronirsi della rappresentanza dell’Islam.

Possiamo dunque ritornare al punto in cui è iniziata questa riflessione, e cioè agli ismailiti, ai sufi, alla distinzione fra āhir e in, alla possibilità che un testo sacro possieda significati differenti e che fra la parola e il comportamento esista l’interpretazione. La più efficace risposta al militante che dice: “se sei musulmano devi difendere questa prescrizione” non è necessariamente quella dello Stato che risponde: “quella prescrizione è falsa”. Uno Stato liberale non deve diventare un interprete del Corano. La risposta più importante può venire dal musulmano che dice: “Sono musulmano e non riconosco la tua interpretazione”. È per questo che il pluralismo interno all’Islam non è una curiosità per orientalisti e potrebbe invece diventare una questione politica europea di primaria importanza.

Una società liberale dovrebbe essere contemporaneamente durissima sui confini del diritto e apertissima sulla libertà dell’interpretazione. Puoi credere che l’apostasia sia peccato, ma devi accettare che un altro possa abbandonare pubblicamente l’Islam. Puoi considerare blasfema una caricatura, ma devi accettare che la legge non la proibisca per questo. Puoi credere che Dio prescriva determinati rapporti fra uomo e donna, ma devi riconoscere la piena uguaglianza giuridica dei sessi. Puoi seguire la sharīʿa nella tua vita personale per tutto ciò che la legge consente, ma non puoi attribuirle un’autorità superiore alla legge comune e non puoi imporla ai tuoi figli. È una linea assai più liberale di quella tagika e contemporaneamente assai meno arrendevole di certo multiculturalismo europeo, perché non chiede al musulmano di diventare meno musulmano: gli chiede di riconoscere che la sua appartenenza religiosa non gli conferisce alcun diritto sulla libertà altrui.

Ma perché questo equilibrio possa funzionare occorre affrontare anche la questione quantitativa senza trasformarla né in un tabù né in una superstizione. Dire che i numeri non contano sarebbe assurdo, ma dire che determinano automaticamente il conflitto sarebbe sbagliato. Ciò che conta veramente è il rapporto fra numero, integrazione e concentrazione territoriale, ma soprattutto è l’accettazione dell’esistenza di un confine invalicabile: quello per cui le leggi di uno Stato democratico non possono anteporre il rispetto delle norme di qualsiasi religione, comunque interpretata, a quelle dello stesso Stato, né quelle imposte da una maggioranza ai diritti fondamentali di ciascun cittadino.

Ed è proprio per questo che l’integrazione non può cominciare quando il conflitto è già esploso: deve cominciare all’ingresso nella comunità civile, attraverso un principio elementare che dovrebbe essere dichiarato senza reticenze: qui puoi credere in Dio come vuoi, puoi pregare, digiunare, costruire moschee, leggere il Corano letteralmente, allegoricamente, misticamente oppure non leggerlo affatto. Ma esiste una legge comune che protegge anche chi interpreta diversamente da te, e che anzi protegge soprattutto lui. Perché la prova decisiva di una società libera non consiste nel permettere a una maggioranza di vivere secondo le proprie convinzioni, ma nel garantire a ogni minoranza e a ogni individuo il diritto di sottrarsi alle convinzioni della propria comunità.

Forse è questo che l’Europa dovrebbe imparare prima che siano tragici conflitti interni a insegnarglielo, e forse proprio una corrente minoritaria e perseguitata dell’Islam ci offre, da più di mille anni, la metafora migliore per farlo: la parola possiede una superficie e una profondità. Tra le due c’è uno spazio: si chiama interpretazione, e proprio in questo spazio potrebbe alla lunga emergere un’esigenza di libertà, fino al riconoscimento della sua necessità. Non si tratta certamente di un percorso semplice, ma è forse l’unico che qualsiasi autentico progetto d’integrazione di comunità islamiche nel contesto di un qualsiasi Stato liberale dovrebbe cercare d’intraprendere. Esso presuppone tuttavia di aver scelto di far rispettare norme essenziali e irrinunciabili, senza lasciare spazio a contiguità e connivenze con quell’islamismo che trama all’interno dell’Islam per poterlo un giorno sottoporre nella sua interezza a un ricatto finale e decisivo.

(*) Leggi qui la prima parte e la seconda parte


di Gustavo Micheletti