mercoledì 5 agosto 2026
Campione del mondo, allenatore di atleti della UFC, testimonial di Sport & Smile, docente e imprenditore nel settore degli sport da combattimento, Jordan Valdinocci rappresenta una delle eccellenze italiane che hanno saputo affermarsi sulla scena internazionale grazie a un mix di talento, disciplina e formazione. Due lauree, un percorso costruito con sacrificio e una carriera che oggi lo porta a lavorare tra Italia, Stati Uniti e altri Paesi, contribuendo alla crescita di una nuova generazione di atleti.
In questa intervista racconta il valore dello studio nello sport, i momenti che hanno segnato la sua carriera, il ruolo educativo delle arti marziali, l’evoluzione degli sport da combattimento nel panorama mondiale e i progetti che guardano al futuro, con l’obiettivo di rendere l’Italia sempre più protagonista in un movimento in costante espansione.
Jordan, la tua storia dimostra che talento e studio possono convivere. Hai conseguito due lauree e, parallelamente, hai costruito una carriera ai massimi livelli negli sport da combattimento. Quanto hanno contato la disciplina e la formazione nel tuo percorso di campione?
Si in effetti sport e studio sono spesso considerati due cammini alternativi nello sport ad alto livello, in particolare negli sport da combattimento.
La disciplina è tutto, mantenere la costanza nell’allenamento e nelle rinunce, che sono tante nel nostro sport, è sicuramente l’aspetto che nel lungo periodo fa la differenza. Per tanto tempo ci si sacrifica senza vedere risultati, quindi, serve tanta disciplina per non mollare e continuare con la “noiosa e folle routine” che solo dopo anni ripaga.
La formazione credo che abbia avuto un ruolo fondamentale in diversi aspetti. Per quel che riguarda la parte prettamente tecnica mi ha permesso di avere un approccio diverso all’apprendimento nello sport, più metodologico e critico. Questo mi ha permesso anche di fare la differenza come coach. Inoltre, l’aver imparato le lingue mi ha dato la possibilità di lavorare in tutto il mondo.
Hai conquistato diversi titoli mondiali e oggi alleni atleti della UFC in tutto il mondo. C’è un momento della tua carriera che consideri il vero punto di svolta e che ti ha fatto capire di poter competere con i migliori a livello internazionale?
Sono tanti i momenti significativi ma se dovessi sceglierne uno direi sicuramente la vittoria del primo mondiale nel 2021 a Monaco di Baviera. Vincere contro un atleta fortissimo fuori casa e con una preparazione svolta in pieno covid (con tutte le difficoltà connesse) mi ha dato tanta fiducia nelle mie potenzialità. Come allenatore invece direi sicuramente la recente esperienza alla Casa Bianca.
Oltre a essere un atleta sei anche un allenatore e un punto di riferimento per tanti giovani. Quali sono i valori che cerchi di trasmettere ogni giorno ai ragazzi che entrano nella tua palestra, prima ancora della tecnica?
Viviamo in un mondo di finte scorciatoie, io lo chiamo il fast food del successo. Oggi un ragazzo giovane apre Instagram e trova tantissimi contenuti dove gli si dice che si può avere successo in poco tempo, con facili ricette, senza sacrifici. Io cerco attraverso lo sport, di riportarli nel mondo reale “di qua dallo schermo”. Perché salvo pochissimi casi, più passano gli anni più la strada per i risultati si conferma essere la stessa, quella lunga, fatta di curve rinunce e forse soddisfazioni.
Il nostro è uno sport duro, di confronto reale con se stessi e con gli altri, confronto dal quale anche nell’era dei social non si può sfuggire
In diverse interviste hai raccontato che la tua forza è trasformare le difficoltà in energia positiva. Quanto è importante, nello sport e nella vita, imparare a convivere con le sconfitte e a ripartire dopo un momento difficile?
Sì esattamente. Ho iniziato questo sport in un periodo difficile della mia vita, e proprio grazie a quella difficoltà, che sono state la mia “benzina”, ho avuto quell’energia e un po’ di sana incoscienza che mi ha permesso di arrivare fin qua. Sulle mie maglie si trova spesso la scritta “nunca parar” che è semplicemente un “mai fermarsi” in spagnolo, ma per me è molto di più: è quella capacità di trasformare le cose negative in successi.
Questo credo che sia anche un messaggio molto forte da trasmettere: il dolore non va sprecato, va usato.
La tua esperienza ti porta continuamente tra Italia, Stati Uniti e altri Paesi, lavorando con campioni di livello mondiale. Come sta cambiando il mondo degli sport da combattimento e quale ruolo può avere l’Italia in questo scenario internazionale?
Bella domanda. Gli sport da combattimento stanno entrando nel mainstream, sommati tra loro (MMA, boxe e kickboxing) sono il terzo sport più seguito a livello mondiale. In Usa la UFC è ormai popolare quando la NBA o la NFL, e attira personaggi dello spettacolo e investitori tra i più potenti del mondo.
L’evento UFC alla Casa Bianca per i 250 anni d’America e per gli 80 anni di Trump è stata la prova di quanto in questo momento storico le MMA siano popolari.
E l’Italia?
L’Italia sta seguendo, ma con i suoi tempi. Noi siamo la patria del calcio, della bella vita e del mangiare bene quindi gli sport da combattimento fanno più fatica ad attecchire, ma noto che le cose stanno cambiando tantissimo. Ormai i ragazzi seguono la UFC e sanno i nomi degli atleti, e il movimento è in costante crescita. Parlando con dei manager in Usa spesso noto che vedono l’Italia come la scommessa del prossimo futuro. Qua ci sono tanti atleti validi, c’è una fan base in crescita, ma ancora c’è un po’ troppa “politica” all’interno dell’ambiente per cui per molti atleti è difficile emergere. Comunque, gli SDC sono forte in ascesa anche in Italia e spero di poter dare il mio contributo.
Guardando al futuro, quali sono i tuoi prossimi obiettivi? C’è un sogno che non hai ancora realizzato, da atleta, da coach o come promotore di questo sport, che vorresti vedere diventare realtà nei prossimi anni?
Beh, si tantissimi, anche se in questi ultimi anni la realtà ha superato spesso la fantasia. Al momento ho tanti progetti in piedi, a Pesaro gestisco insieme a Fight House (la nostra ASD) due palestre che si occupano di sport da combattimento con atleti di vario livello, lavoriamo con le forze dell’ordine per quel che riguarda la difesa personale, lavoriamo nelle scuole con gli studenti. In Usa lavoro con tante palestre e atleti, in Repubblica Dominicana con il Ministero del Turismo all’interno di un progetto sugli sport da combattimento. Inoltre, stiamo creando una app innovativa per atleti e coach in tutto il mondo.
Sono così tante le cose su cui stiamo lavorando che non riesco ad identificare un obiettivo unico ma generalmente mi piace pensare di poter diventare sempre più un punto di riferimento a livello mondiale per gli sport da combattimento a 360 gradi.
di Claudia Conte