Pirlo o son desto?

lunedì 27 luglio 2026


Qualche perplessità in merito alle distrazioni e alle leggerezze della Figc

C’è qualcosa che non torna. Da oltre quattro anni in Europa esiste la consapevolezza che la guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina non è un conflitto come gli altri, ma rappresenta uno spartiacque storico e una grave violazione dell’ordine internazionale, per la quale sono state adottate sanzioni economiche senza precedenti ed escluse squadre e federazioni dalle competizioni sportive. Tuttavia, se questa è davvero la premessa, allora dovrebbe esistere una certa coerenza nelle conseguenze che se ne traggono, coerenza che con la nuova nomina del commissario tecnico della Nazionale italiana di calcio non sembra esserci stata. Andrea Pirlo è stato sicuramente stato un grande calciatore, su questo possono esserci pochi dubbi. Né si può sostenere che abbia commesso qualcosa di illecito: un professionista è libero di stipulare contratti commerciali con chi ritiene opportuno, purché nel rispetto della legge.

Il problema nasce nel momento in cui quello stesso professionista viene scelto per incarnare uno dei simboli sportivi del nostro Paese. Il commissario tecnico della Nazionale non è infatti soltanto un allenatore: è anche il volto con cui l’Italia si presenta al mondo. Non rappresenta una società privata, ci rappresenta un po’ tutti. Per questo motivo la recente attività di Andrea Pirlo come testimonial di una delle principali società di scommesse russe, in un periodo in cui la Russia era già sottoposta all’isolamento politico e sportivo conseguente all’invasione dell’Ucraina, pone inevitabilmente una questione che non è giuridica, ma politica e simbolica.

La domanda non riguarda tanto l’opportunità da parte di un ex grande giocatore, oggi allenatore, di stipulare certi accordi commerciali: la domanda è se la Figc non dovesse tenere conto che tali accordi erano in corso. Poteva forse ignorare un rapporto professionale volontariamente instaurato con una grande azienda russa proprio mentre la stessa Russia continuava a massacrare civili ucraini ed era sottoposta a sanzioni internazionali? E se non lo ignorava, poteva considerarla una circostanza marginale e ininfluente sulla scelta del nuovo commissario tecnico della nazionale italiana? Si tratta evidentemente di domande retoriche, perché la risposta è no: non poteva e non avrebbe dovuto sottovalutare la questione, come invece sembra aver fatto.

È noto a tutti che nel nostro Paese il calcio non è soltanto uno sport: è anche una sorta di religione civile. Muove televisioni, sponsor, consenso, voti, emozioni collettive. È probabilmente l’unica istituzione capace di mettere d’accordo persone che non condividono più nemmeno la stessa idea di Nazione. Quando la politica si occupa di calcio, il costo può diventare molto alto ed è consigliabile muoversi con una certa cautela, ma una certa cautela ci vorrebbe anche quando delle scelte in ambito calcistico possono avere evidenti implicazioni politiche.

In questo caso però di cautela pare essercene stata pochissima, e questa circostanza non può che sollevare dei dubbi, se non delle forti perplessità. Ciò che però risulta abbastanza chiaro è che il caso in discussione non riguarda principalmente Andrea Pirlo, ma riguarda in primo luogo noi, perché riguarda la coerenza con cui una democrazia occidentale amministra i propri valori e i propri simboli.

Nonostante quest’indubbia rilevanza della scelta della Federazione, fino a oggi sono relativamente pochi i politici che hanno preso pubblicamente posizione in merito, persino tra coloro che sono sensibili all’esigenza di non fare nulla che possa favorire la propaganda russa. Una delle prime a farlo in modo chiaro è stata Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, che ha posto l’attenzione su un argomento decisivo, sostenendo che Andrea Pirlo ha contribuito “a un’operazione di normalizzazione del regime di Vladimir Putin, partecipando a iniziative sfruttate dalla propaganda del Cremlino mentre l’Ucraina veniva bombardata”. In questo modo Pirlo si è reso funzionale alla strategia con cui “Mosca cerca di dimostrare che tutto può continuare come se nulla fosse”. Ma “la Nazionale italiana – ha continuato  Picierno – rappresenta l’Italia nel mondo. E l’Italia è dalla parte dell’Ucraina, dell’Unione europea e del diritto internazionale. Per questo la scelta di Pirlo è stata un grave errore. E la scelta della Figc lo è ancora di più. Non il piano B di Pep Guardiola. Il piano Z del calcio italiano”.

Dopo di lei, o insieme a lei, anche Carlo Calenda ha ricordato l’inopportunità di affidare la squadra nazionale di calcio a un allenatore che continua a collaborare con una società di scommesse russa e che, negli ultimi anni, ha partecipato a iniziative pubbliche organizzate a Mosca, precisando che “chi fa o ha fatto propaganda per la Russia dopo il 2022 non dovrebbe ricoprire cariche nazionali”.

Infine, anche Mauro Berruto, responsabile per lo sport nella segreteria del Partito democratico, ha affermato che, se Pirlo fosse scelto come Commissario tecnico, la prima cosa che dovrebbe fare sarebbe quella di risolvere l’imbarazzo rinunciando a questo suo ruolo presso l’agenzia di scommesse russa a cui ha venduto circoscritti diritti d’immagine. Si tratta, a ben vedere, di un tipo di posizione diversa da quella di Picierno e di Calenda, ma almeno ha il merito di aver dato voce al suo partito su questa delicata vicenda. In effetti, a pensarci bene, ma anche a pensarci in fretta e furia, l’essere il rappresentante nel mondo di un’agenzia di scommesse connivente con una dittatura che compie da oltre quattro anni azioni criminali contro i civili di un libero Paese europeo non pare un requisito ideale per svolgere la funzione di ct di una nazionale di calcio di un Paese democratico che fa parte dell’Ue; ma forse si tratta di un dettaglio che è sfuggito a chi ha preso l’improvvida decisione di far ricadere la scelta su Pirlo.

Colpisce comunque, almeno nell’immediato, la diffusa reticenza a parlare dell’argomento di tanti politici. Il terreno può sembrare per molti versi scivoloso, e dunque è comprensibile, ma qui non si tratta di stabilire se un allenatore debba essere giudicato per le sue idee politiche; si tratta di chiedersi se i criteri con cui si fanno delle nomine sportive di rilievo nazionale possano essere in contraddizione con la linea di politica estera del Governo. In una democrazia le federazioni sportive hanno sicuramente il diritto di scegliere i propri rappresentanti e i tecnici che devono guidare le loro squadre di atleti, ma quando una squadra si chiama “Italia” c’è qualche responsabilità in più, perché esiste anche il compito di valutare il significato simbolico e politico di quelle nomine, compito di cui la Figc non sembra aver tenuto fin qui conto.

Se da un lato bisogna dare atto al Governo Meloni di avere sino ad oggi mantenuto una linea coerente e coraggiosa sul conflitto in Ucraina, continuando ad appoggiare un Paese arbitrariamente invaso con modalità criminali – e ciò nell’interesse, oltre del Paese invaso, anche dell’Italia, dell’Europa, dell’Alleanza atlantica e del diritto internazionale – non si può tuttavia ignorare il fatto che quando le scelte della Figc iniziano a risultare contraddittorie rispetto alla stessa politica del Governo in carica il problema non riguarda più solo l’allenatore della Nazionale di calcio, ma più in generale la credibilità stessa di qualsiasi maggioranza politica e dei più significativi rappresentati delle istituzioni.

Il fatto che la nomina di Pirlo, non appena vociferata, sia stata apprezzata parecchio in Russia – almeno in misura inversamente proporzionale a quanto lo è l’attuale Governo italiano, cosa che gli fa sicuramente molto onore – dimostra che sì, c’è proprio qualcosa che non torna, e che forse, finché si è in tempo, converrebbe suggerire a chi di dovere di puntare su qualche altro ct, anche perché in giro ce ne sono diversi liberi e dotati di curricula assai più sostanziosi di quello di Andrea Pirlo, di cui non si possono non rimpiangere ben altre giocate rispetto a quelle che sponsorizza attualmente.


di Gustavo Micheletti