Beccalossi, grandezza e caduta

giovedì 7 maggio 2026


Il 12 se lo guardi allo specchio ti dice 21. Evaristo Beccalossi vinse con l’Inter lo scudetto numero dodici e se ne è andato portandosi in tasca il ventunesimo.

Qualche anno fa mi sono fatto un regalo: invitare al Festival delle Storie il 10 della mia infanzia. E lui è venuto lì, a raccontarsi con ironia, comicità da cabaret, magia e tenerezza. Ha fatto ridere perfino i miei amici juventini, perché il Becca spiazza e non lo trovi mai dove gli altri se lo aspettano. È stato un incompiuto, come Recoba. Sono i giocatori che in fondo sento più vicini, quelli che non vivono di ansia e di ossessioni. Quelli che magari non rincorrono un pallone, ma lo aspettano nell’incrocio più improbabile e poi lo fanno apparire e scomparire. Sono i domatori di lucciole e ti raccontano illusioni.

Peppino Prisco lo amava come si ama l’arte per l’arte. “Evaristo non gioca con il pallone, è il pallone che gioca con lui. Non lo calcia, lo accarezza riempiendolo di coccole”. C’è tutto. C’è qualcosa che va oltre l’economia del calcio, il senso, il fine, la linea che lega la bellezza al risultato. Non solo la vittoria non è l’unica cosa che conta, ma non c’è neppure la dimensione metafisica del fuoriclasse assoluto. Non c’è nulla di divino in Evaristo. La sua è solo una storia d’amore, profondamente umana, con il non senso del calcio. È raccontare con la palla quello che non esiste. È vivere la passione senza pensarci troppo.

“Ho sbagliato, ho pagato, ma ho sempre vissuto per le emozioni e se sbagli per questo motivo non è davvero un errore”. La sua tigna, di bambino, l’ha messa solo per riflettersi al contrario, per diventare lui tendenzialmente destro un mancino solo in apparenza naturale. Si è intestardito a diventare un Sivori o un Corso, in realtà più completo, perché quei giorni a dialogare con il muro solo di sinistro hanno costruito una piccola bugia.

Beccalossi ha il sedere basso e non tutti possono seguire le sue curve, mulinando con le braccia per trovare l’equilibrio mentre supera gli avversari come birilli. E poi di piedi ne ha due e li usa per le sue magie, cosa rara per i mancini naturali. È da lì che forse arriva quella sindrome dell’impostore con cui dissimula il suo talento. Il dubbio che sia tutto un bluff lo ha accompagnato per tutta la vita. Becca, umano troppo umano, è grandezza e caduta. È quello che segna la doppietta al Milano di Albertosi facendo impazzire San Siro e il romanzo dei due rigori sbagliati Il 15 settembre 1982, contro lo Slovan Bratislava, nel primo turno di Coppa delle Coppe. Il primo lo tirò fuori, il secondo sul portiere che gli “prese” pure la “ribattuta”. Due errori in meno di otto minuti: una rarità.

Quella storia di campo divenne letteratura, teatro, leggenda con il monologo di Paolo Rossi, faccia da interista e nome rubato a un campione del mondo, che santificò il numero 10 nerazzurro con “Lode a Evaristo Beccalossi”. L’incipit è una punizione surreale dal limite. “Questo pezzo è dedicato a due grandi talenti della cultura mondiale, che han fatto sì che alcuni di noi, se pur perdenti, si ritenessero destinati a una vittoria futura e possibile. Questi due talenti nel campo della cultura, della musica, dell’arte, dell’evoluzione in genere, sono per me Charlie Parker ed Evaristo Beccalossi. Forse mi rendo conto che molti di voi non sanno chi fosse Charlie Parker, allora spiego chi era Beccalossi”.

Evaristo Beccalossi se ne è andato troppo in fretta e lascia qui un piccolo segreto. Il calcio non è il gioco. Il calcio è l’eco. È quella cosa che torna a chiamarti dopo anni, da una stanza che pensavi di aver chiuso, e ti dice piano che eri lì, eri proprio tu, e il bambino che eri non è morto, sta solo aspettando il prossimo scudetto per farsi sentire di nuovo. Tutti gli scudetti sono belli. Ma qualcuno lo è un po’ di più, e non è una questione di trofei, è una questione di geografia interna, di mappe segrete, di posti in cui eri quando il mondo ha smesso di fare rumore.

Evaristo Beccalossi è lo scudetto numero 12, quello che forse ho amato di più.


di Vittorio Macioce