Quando si giocava prima a pallone, e poi a calcio

lunedì 13 aprile 2026


C’è un’immagine che torna alla mente con nostalgia: un prato irregolare, due maglioni o due zaini a fare da pali, squadre improvvisate e un tempo che non esisteva se non nelle ombre che si allungavano sul campo nel tardo pomeriggio. Il calcio, allora, non era ancora uno “sport” nel senso organizzato del termine: era un linguaggio elementare, una forma primaria di socialità, una grammatica del corpo e dell’immaginazione. Si giocava per ore, senza arbitro, senza schemi, senza allenatori, e si rideva forse più di quanto si giocasse.

Chiunque abbia vissuto quella stagione sa che da quel caos fertile nasceva una competenza reale. Il bambino che, nei cinque minuti di pausa tra una risata e l’altra, provava una finta, un dribbling, una traiettoria improbabile, stava già facendo ciò che oggi chiameremmo creatività tecnica. Non eseguiva: scopriva.

Oggi, al contrario, basta affacciarsi a un campetto − magari uno di quelli illuminati da luci fredde e artificiali, nella nebbia di un pomeriggio invernale − per cogliere un mutamento radicale. I ragazzi non giocano: si allenano. Ripetono esercizi, seguono schemi, eseguono consegne. Anche quando arriva la partitina finale, questa è incastonata dentro un sistema di regole e indicazioni tattiche che ne limitano l’imprevedibilità. L’errore non è più una possibilità feconda, ma una deviazione da correggere. La libertà non è più la condizione del gioco, ma il problema da contenere.

Questo mutamento non è neutro. Il calcio, come ogni linguaggio creativo, vive di un equilibrio delicato tra ordine e caos. Troppo caos produce confusione sterile; troppo ordine soffoca l’invenzione. Il calcio italiano, che per decenni ha prodotto giocatori capaci di “vedere” il gioco in modo unico − pensiamo a figure come Roberto Baggio, Francesco Totti o Alessandro Del Piero − sembra oggi oscillare verso un eccesso di controllo, di sistematizzazione precoce, di addestramento anziché formazione.

Non è un caso che, mentre altri paesi hanno investito sì nell’organizzazione, ma lasciando ampi spazi di gioco libero nelle età formative, l’Italia abbia progressivamente irrigidito i propri percorsi. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: difficoltà nel produrre autentici campioni, calo della qualità tecnica media e, simbolicamente, le ripetute mancate qualificazioni ai Mondiali della Nazionale di calcio dell’Italia.

Ma sarebbe un errore fermarsi al calcio. Quella stessa logica − la sostituzione del gioco con la procedura, della scoperta con l’esecuzione − sembra essersi insinuata anche in altri ambiti, primo fra tutti la scuola. Un tempo, pur con tutti i suoi limiti, la scuola lasciava margini di libertà più ampi. L’apprendimento lasciava più spazio alle curiosità impreviste e ai momenti di leggerezza, che non erano tempo perso, ma condizioni necessarie per interiorizzare davvero ciò che si studiava. Il sapere non era sempre misurato, certificato, verificato in modo ossessivo.

Oggi, invece, la scuola appare sempre più attraversata da una burocrazia pervasiva. Verifiche, griglie, competenze, indicatori: un lessico che tradisce una trasformazione profonda. L’insegnante, più che un educatore, o un mediatore culturale, rischia di diventare un esecutore di protocolli; lo studente, più che un soggetto in formazione, un destinatario di procedure valutative. Anche qui, come nel calcio, l’errore perde il suo valore generativo e diventa qualcosa da evitare, da correggere rapidamente, da contabilizzare.

E come nel calcio, anche nella scuola si afferma una figura che accentra e prescrive: nel primo caso l’allenatore, nel secondo il dirigente. Non si tratta, naturalmente, di negare l’utilità dell’organizzazione o della competenza tecnica, ma quando queste diventano totalizzanti, quando saturano ogni spazio, ciò che viene meno è precisamente ciò che non può essere programmato: l’invenzione, l’intuizione, il piacere tanto di giocare quanto d’imparare.

Il punto decisivo è proprio questo: senza piacere non c’è apprendimento autentico, così come senza divertimento nel gioco non c’è vero calcio. Il bambino che si diverte a giocare a pallone per ore sta costruendo una relazione profonda con il gesto tecnico; lo studente che scopre qualcosa con curiosità sta costruendo una relazione viva con il sapere. In entrambi i casi, si tratta di processi che non possono essere interamente eterodiretti.

Si potrebbe obiettare che il mondo è cambiato, che la complessità richiede organizzazione, che il talento va coltivato con metodo. Tutto vero. Ma il metodo, se non lascia spazio alla libertà, diventa una gabbia. E una gabbia, per quanto efficiente, non ha mai prodotto un artista.

Forse, allora, la domanda da porsi non è come rendere più efficiente il sistema, ma come restituire spazio al gioco dentro il sistema. Nel calcio, questo significa ridare centralità al gioco libero nelle età formative, accettare l’errore come parte del processo, privilegiare la tecnica rispetto alla rigidità tattica precoce. Nella scuola, significa alleggerire il carico burocratico, restituire fiducia agli insegnanti, e soprattutto riconoscere che l’apprendimento non è solo una questione di misurazione, ma di passione e di esperienza.

Perché, in fondo, sia il calcio che la scuola hanno a che fare con la stessa materia fragile e preziosa: la crescita umana. E la crescita, come sapevano quei pomeriggi infiniti sui prati, ha bisogno prima di tutto di tempo, di fiducia, di buoni maestri e di libertà.


di Gustavo Micheletti