venerdì 3 aprile 2026
Il coraggio di lasciare andare. Non ci si può indignare se per la terza volta consecutiva l’Italia non si è qualificata ai Mondiali di calcio. Perché se un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, tre indizi fanno una prova. Dalla sconfitta ai rigori con la Bosnia, bisogna spostare il focus: non è colpa di Alessandro Bastoni, non è colpa dell’undici titolare, non è colpa di Gennaro Gattuso, non è colpa di Gianluigi Buffon e non è colpa di Leonardo Bonucci se per l’ennesima volta guarderemo la Coppa del mondo dal divano. L’intero sistema calcio, a livello federale e culturale, è imputabile di questo fallimento. A rimetterci è stato, com’è giusto che sia, il presidente Gabriele Gravina, che si è dimesso ieri dalla Figc. Un passo indietro dovuto, arrivato colpevolmente in ritardo. Non più rimandabile dopo la bufera che ha seguito le sue dichiarazioni.
È arrivato l’ennesimo anno zero, forse quello definitivo. Dico forse, perché come Fabio Caressa sono preoccupato che il fondo non sia ancora stato raggiunto. Visto che si pensava di aver raggiunto l’abisso nel 2022, quando siamo stati eliminati alle qualificazioni dalla Macedonia del Nord, e nel 2024, quando agli Europei siamo stati eliminati agli Ottavi dalla Svizzera. Ad alimentare le preoccupazioni, è il toto-nomi sul prossimo presidente della Figc: Giovanni Malagò (67 anni), Giancarlo Abete (75 anni), Adriano Galliani (81 anni). L’elezione di uno di questi tre avrebbe un retrogusto alquanto gattopardesco. Sembra un gioco delle sedie al quale per partecipare bisognava iscriversi almeno 20 anni fa. Per una rottura vera e propria con il drammatico passato – neanche troppo “prossimo” – del calcio italiano c’è bisogno di nomi nuovi, giovani, che non diano un’idea di proprietà del calcio da parte della Federazione. Non c’è una regola scritta che vieta la presidenza della Figc ai nati dopo il Sessanta, e quindi si facciano avanti i vari Roberto Baggio, Paolo Maldini e Alessandro Del Piero. Conoscono il calcio, la Federazione, e soprattutto hanno visto la Serie A e la nazionale diventare fanalino di coda dei campionati europei. Baggio, addirittura, un piano per salvare gli azzurri l’aveva redatto e consegnato alla Figc nel 2011, ma le 900 pagine del suo report sono diventate lettera morta.
In fin dei conti, la crisi del calcio italiano può essere riassunta con le parole di Nemanja Matić. Il centrocampista del Sassuolo, qualche mese fa, ha confessato di aver trovato il nostro campionato “fermo agli anni Novanta”. Bisogna avere coraggio, far giocare in prima squadra i prodotti delle giovanili; dare la possibilità ai ragazzi di sbagliare in Serie A; evitare anni e anni di prestiti in Serie C per “farsi le ossa”. Si potrebbe evitare di comprare last minute calciatori stranieri costosissimi – e inutili – per sostituire i titolari infortunati: al loro posto, far giocare i giovani che sognano la prima squadra. Perché troppe promesse dello sport sono state dimenticate tra panchine e prestiti. Troppi talenti italiani non hanno avuto tempo di sbagliare. I campioni in erba che abbiamo visto, inoltre, sono solo la punta dell’iceberg: perché giocare a calcio, in Italia, è un privilegio. La scuola calcio da noi costa in media 400 euro all’anno, mentre in Francia la Federazione investe circa 12 milioni di euro l’anno nelle scuole per giovani talenti. Anche in Italia esistono centri del genere, ma non sono finanziati né sponsorizzati a dovere. Inoltre, la Federazione ha spesso promosso investimenti una tantum, come il fondo salva calcio del 2020 (21,7 milioni di euro), senza una programmaticità precisa. C’è bisogno di un cambio di marcia, e qui entra in campo la politica. Con la consapevolezza che i primi frutti saranno raccolti tra diversi anni.
Gli italiani, forse, non amano il calcio, ma l’idea di un qualcosa che non esiste più da tempo. E si aggrappano ai brandelli rimasti pur di tenere acceso il ricordo di ciò che fu. Ma questo sport, come tutte le cose, si può rifondare. Prima, però, dobbiamo avere il coraggio di lasciarlo andare.
di Edoardo Falzon