giovedì 12 marzo 2026
La Nazionale iraniana ha preso una decisione. Anche i mondiali di calcio sono stati influenzati dalla guerra tra Iran, Israele e Stati Uniti, visto che Teheran ha dichiarato di non partecipare alla competizione che avrà luogo quest’estate, organizzati da Usa, Sudamerica e Canada. L’annuncio è arrivato dal ministro dello Sport iraniano, Ahmad Donjamali, che ha motivato la scelta con il clima politico e militare seguito agli attacchi condotti da Stati Uniti e Israele contro la capitale iraniana. “Dato che questo governo corrotto ha ucciso il nostro leader, non siamo in alcun modo in grado di partecipare ai Mondiali”, ha affermato Donjamali in un’intervista trasmessa in diretta televisiva nazionale, facendo riferimento alla morte della guida suprema Ali Khamenei nei primi bombardamenti che hanno dato avvio al conflitto. “A causa delle azioni ostili contro l’Iran, due guerre ci sono state imposte negli ultimi otto o nove mesi e diverse migliaia dei nostri cittadini sono stati uccisi. Per questo non esiste alcuna possibilità di partecipazione”, ha aggiunto il ministro, lasciando intendere che la decisione rappresenta una risposta politica alla situazione internazionale.
Nonostante i toni estremamente netti, la posizione ufficiale non appare ancora definitiva. Nelle ultime ore il presidente della Fifa, Gianni Infantino, ha rivelato che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ribadito durante un incontro un “invito caloroso” alla nazionale iraniana affinché partecipi comunque al torneo iridato che si giocherà in territorio a stelle e strisce. A raffreddare ulteriormente ogni ipotesi di presenza iraniana è intervenuto però il presidente della federazione calcistica di Teheran, Mehdi Taj, che ha espresso forti dubbi sull’opportunità di disputare la competizione negli Stati Uniti. “Quale persona sensata manderebbe la propria nazionale negli Stati Uniti se i mondiali diventassero politici come è accaduto in Australia?”, ha dichiarato.
CALCIATRICI IRANIANE OTTENGONO ASILO IN AUSTRALIA
Nel frattempo un altro caso legato al calcio iraniano sta attirando l’attenzione internazionale. Sette componenti della delegazione femminile dell’Iran, impegnata in Australia per due partite della Asian Cup – il torneo quadriennale di calcio femminile – hanno ottenuto asilo nel Paese oceanico. Il governo di Canberra ha confermato che a quasi tutti i membri della delegazione è stata offerta la possibilità di chiedere protezione mentre transitavano nell’aeroporto di Sydney prima di imbarcarsi per il viaggio di ritorno verso Teheran. Il ministro dell’Interno australiano Tony Burke ha spiegato che sette componenti della squadra, conosciuta come le Lionesses, hanno accettato l’offerta ricevendo visti di protezione temporanei, mentre gli altri membri della delegazione hanno scelto di rientrare in Iran dopo aver ricevuto la stessa proposta.
I permessi concessi dalle autorità australiane hanno una validità di 12 mesi e rappresentano il primo passo verso un possibile percorso di residenza permanente. La stessa tipologia di visto era già stata concessa in passato a cittadini ucraini, palestinesi e afgani. “È stata data loro una scelta”, ha dichiarato Burke ai giornalisti. “Volevamo assicurarci che non vi fossero pressioni, o fretta. Si trattava di assicurare a quelle persone la dignità di compiere una scelta”. Resta incerto il destino delle giocatrici che hanno deciso di tornare in patria e le eventuali conseguenze che potrebbero affrontare una volta rientrate. La vicenda ha attirato l’attenzione internazionale e anche un intervento diretto della politica americana. Le calciatrici che non hanno cantato l’inno sono state definite wartime traitors. La Afc Women’s Asian Cup è il torneo quadriennale organizzato dalla Confederazione asiatica di calcio che riunisce le principali nazionali femminili del continente.
di Edoardo Falzon