giovedì 26 febbraio 2026
Ci sono storie che sembrano nate per essere raccontate attorno a un fuoco. La parabola del Bodø/Glimt appartiene a questa categoria: una squadra proveniente da Bodø, oltre il Circolo polare artico, che ha osato sfidare l’ordine costituito del calcio europeo ed è riuscita a piegarlo. Questa settimana ha eliminato l’Inter nei playoff di Champions League, l’anno scorso la Lazio nei Quarti di Finale di Europa League e nell’ottobre 2021 è stato capace di rifilare ben sei reti alla Roma nella fase a Gironi della Uefa Conference League. Due club abituati ai riflettori, agli stadi monumentali, alla pressione costante delle grandi notti. Dall’altra parte, una squadra di un piccolo centro del nord della Norvegia, dove in inverno il sole quasi scompare e il freddo non è un’eccezione ma una condizione esistenziale. Eppure, proprio lì, è germogliata un’idea diversa di calcio.
Il Bodø/Glimt non gioca per difendersi dal mondo: gioca per affermarsi dentro il mondo. Il suo calcio è verticale, rapido, aggressivo nel pressing e audace nelle scelte. Non attende l’errore dell’avversario: lo provoca. Non specula: costruisce. Quando ha affrontato l’Inter, non si è chiuso per sopravvivere. Ha cercato il pallone, ha occupato gli spazi con coraggio, ha trasformato ogni transizione in un’occasione. Contro la Lazio ha mostrato maturità e disciplina, ma senza rinunciare alla propria identità offensiva. Questa è la prima lezione filosofica della loro storia: non adattarsi per paura, ma adattarsi per esprimersi meglio. Nel loro gioco si intravede una forma di fiducia radicale: la convinzione che l’attacco non sia imprudenza, ma affermazione di sé. Come nella vita, la difesa permanente può garantire sicurezza, ma raramente produce grandezza. In un’epoca in cui il calcio è spesso dominato dall’individualismo e dalle stelle globali, il Bodø/Glimt rappresenta una controcultura. Non esiste un salvatore unico, non esiste il genio isolato che decide tutto.
Il loro sistema funziona perché ogni giocatore è interdipendente dall’altro. Il movimento senza palla è continuo, il pressing è collettivo, la costruzione è condivisa. È un’orchestra più che un palcoscenico solista. Questa dimensione riflette la cultura del luogo da cui provengono: nelle comunità piccole, sopravvivere significa collaborare. Il clima rigido, le distanze, la natura dominante insegnano che l’io non basta; serve il noi. E quel “noi” diventa filosofia sportiva. C’è un altro elemento, più sottile, che rende la loro favola così potente: la consapevolezza del limite. Il Bodø/Glimt non ha il budget delle grandi potenze europee, non ha la profondità di rosa delle squadre storiche, non ha il peso politico dei club più influenti. Eppure non vive questa condizione come una condanna, ma come una forma di libertà. Chi non è schiacciato dalle aspettative può sperimentare. Chi non deve difendere un impero può permettersi di osare. In questo senso, il limite diventa spazio creativo.
È una lezione quasi esistenzialista: non scegliamo le condizioni di partenza, ma possiamo scegliere il modo in cui abitarle. C’è qualcosa di simbolico nel fatto che questa storia nasca così a nord. In un luogo dove le stagioni sono estreme e la luce cambia radicalmente il ritmo della vita. Il Bodø/Glimt gioca con intensità, ma non con frenesia. Ha un ritmo interno, quasi naturale. Pressa alto, sì, ma con ordine. Attacca, ma con lucidità. È un calcio che unisce energia e disciplina, istinto e metodo. Forse è proprio questa sintesi a renderlo così difficile da affrontare: non è un entusiasmo ingenuo, ma un entusiasmo organizzato. Non è ribellione caotica, ma ribellione consapevole. Eliminare due grandi italiane dalle competizioni europee non è solo un risultato sportivo. È un simbolo. È la dimostrazione che la gerarchia può essere messa in discussione, che la periferia può dialogare con il centro, che la passione strutturata può competere con il potere consolidato. La loro storia ci ricorda che il calcio, come la vita, non è soltanto una questione di mezzi. È una questione di visione. Il Bodø/Glimt non è semplicemente una squadra che ha vinto delle partite impossibili. È l’incarnazione di un’idea: che anche ai margini del mondo può nascere un progetto capace di riscrivere la mappa.
di Michele Bandini