Brignone eroica: è oro in SuperG

giovedì 12 febbraio 2026


Dieci mesi dopo l’infortunio, Federica Brignone compie l’impresa. La tigre di La Salle ha vinto la medaglia d’oro in SuperG alle Olimpiadi di Milano Cortina 2026. Brignone ha fatto la storia con una discesa pazzesca, a tratti sconsiderata, facendo scuola sull’Olympia delle Tofane e portando a casa l’unico oro che ancora le mancava, quello olimpico. Alla Nazionale azzurra, invece, il primo piazzamento in questa specialità dello sci alpino mancava da 24 anni, quando a vincerlo fu Daniela Ceccarelli a Salt Lake City 2002. Sotto gli occhi di un gioioso capo di Stato, Federica ha preceduto la francese Romane Mirandoli – argento a sorpresa – e l’austriaca Cornelia Hütter. C’è rammarico invece per Sofia Goggia, uscita di pista nelle fasi iniziali della sua discesa, nelle quali aveva perfino guadagnato un vantaggio abissale sull’attuale medaglia d’oro olimpica. Del quartetto italiano, Laura Pirovano è arrivata quinta ed Elena Curtoni settima, in quella che sarà probabilmente la sua ultima olimpiade.

Dal buio del 3 aprile 2025, giorno in cui tutto sembrava perduto, è iniziata una risalita silenziosa e tenace durata quasi un anno. Federica ha trasformato il dolore in forza, affrontando mesi di riabilitazione e sacrifici lontano dai riflettori. Oggi, quel percorso tortuoso si conclude nel modo più incredibile, trasformando un incubo sportivo in un leggendario oro olimpico a Cortina. 292 giorni per reimparare a camminare, a correre, a sciare e infine a vincere. Forse l’asso nella manica di Brignone è stato il considerarsi “un’outsider”, come lei ha ammesso nell’intervista a fine gara. Una discesa da “o la va o la spacca”, in una disciplina dove spesso non vince chi è il più tecnico ma il più veloce. E la storia ha dato ragione a Federica, che probabilmente si è lanciata sulle Tofane con la gratitudine nello spirito di chi il suo obbiettivo l’aveva già raggiunto: riuscire a rappresentare l’Italia alle olimpiadi di casa. “A me questa medaglia mentalmente non mancava”, ha detto Brignone ai microfoni di Rai Sport. E adesso non le manca davvero, poiché la tigre di La Salle, a 35 anni, ha ufficialmente vinto tutto ciò che si potesse vincere. Scrivendo la storia dello sci alpino per l’ennesima volta.

ITALIA STORICA: DUE ORI NELLO SLITTINO IN COPPIA

Nella notte di Cortina d’Ampezzo, la Perla delle Dolomiti ha regalato all’Italia due medaglie d’oro nell’arco di un’ora. Nelle Olimpiadi di Milano Cortina, è tornato a risuonare l’inno di Mameli. Lo slittino a coppie è inequivocabilmente azzurro: nel giro di 63’ la nostra nazionale ha conquistato due ori olimpici su pista artificiale, un risultato senza precedenti nella storia dei Giochi. Mai uno stesso Paese aveva centrato una doppietta doro nel doppio nella medesima giornata, neppure negli anni del predominio della Germania Est. Sul budello ghiacciato intitolato a Eugenio Monti, Andrea Voetter e Marion Oberhofer scrivono una pagina storica ai Giochi di Milano Cortina 2026. Le due altoatesine si aggiudicano il primo oro olimpico del doppio femminile, disciplina al debutto nel programma a cinque cerchi. Un successo maturato dopo stagioni ai vertici del circuito internazionale: vincitrici della Coppa del Mondo generale nel 2023 e nel 2024, Voetter e Oberhofer tornano sul gradino più alto proprio nel giorno più importante, interrompendo un digiuno di vittorie che durava da quasi due anni.

L’oro delle azzurre arriva dopo il bronzo conquistato da Dominik Fischnaller e certifica la solidità di un movimento che ha ritrovato centralità grazie alla pista di casa. Allenarsi stabilmente a Cortina si è rivelato un fattore determinante per la crescita tecnica e competitiva della squadra italiana. Poco più di un’ora dopo, Emanuel Rieder e Simon Kainzwalder completano l’opera, consegnando all’Italia il terzo oro olimpico nel doppio maschile della sua storia. Il primo risale a Sapporo 1972, con Paul Hildgartner e Walter Plaikner ex aequo con i tedeschi orientali Horst Hoernlein e Reinhard Bredow; il secondo a Lillehammer 1994, firmato Kurt Brugger e Wilfried Huber. Con il successo di Rieder-Kainzwalder, la tradizione si rinnova e si consolida. Gli ori di Voetter, Oberhofer, Rieder e Kainzwalder – tutti schierati con orgoglio durante l’esecuzione dell’inno – sono il risultato di una preparazione meticolosa, ma anche della scelta di investire in un impianto nazionale moderno. Il nuovo sliding center di Cortina, dedicato al “Rosso volante” Eugenio Monti, rappresenta una scommessa vinta: ha restituito centralità all’Italia in una disciplina che richiede strutture altamente specializzate, evitando agli atleti trasferte onerose all’estero e garantendo continuità di allenamento.

Lo slittino italiano parla storicamente altoatesino. L’albo doro olimpico, mondiale ed europeo è costellato di nomi nati e cresciuti nelle valli del Sudtirol. Una tradizione che affonda le radici negli anni Cinquanta, con Walter Hofer e Lotte Scheimpflug – austriaca naturalizzata italiana – quinti agli Europei di Igls nel 1951. Al debutto olimpico della disciplina, Innsbruck 1964, arrivò subito il bronzo nel doppio con Walter Aussendorfer e Siegfried Mair. Il primo oro fu quello di Erika Lechner a Grenoble 1968.

Nel 1990 emerge sulla scena internazionale Armin Zoeggeler, campione del mondo juniores. Due anni dopo debutta in Coppa del Mondo e sale immediatamente sul podio, terzo a Sigulda il 6 dicembre 1992. Arruolato nei Carabinieri – come Rieder e Kainzwalder – Zoeggeler diventa negli anni il simbolo di un’epoca, dominando le piste di Europa, Asia e Nord America. Il soprannome di “Cannibale” sintetizza un palmarès straordinario: bronzo a Lillehammer 1994, argento a Nagano 1998, doppio oro a Salt Lake City 2002 e Torino 2006, bronzo a Vancouver 2010. A questi si aggiungono dieci Coppe del Mondo generali (dal 1998 al 2011), sei titoli mondiali, cinque argenti e cinque bronzi iridati, oltre a 119 podi complessivi in Coppa, di cui 59 vittorie. Oggi Zoeggeler è il commissario tecnico della nazionale che ha riportato lo slittino al centro del villaggio. La doppietta di Cortina non è soltanto un trionfo sportivo: è la conferma di una tradizione radicata, di un investimento infrastrutturale strategico e di una scuola tecnica che, dalle valli altoatesine, continua a produrre eccellenze capaci di riscrivere la storia olimpica.

GIALLO SUL CASCO UCRAINO: ATLETA SQUALIFICATO

È stato “squalificato” l’atleta ucraino dello skeleton Vladislav Heraskevych, che alle Olimpiadi ha insistito per indossare un casco per rendere omaggio alle vittime dell’invasione russa su vasta scala dell’Ucraina avviata quasi quattro anni fa. A riferirlo è stato un portavoce del Comitato olimpico ucraino all’agenzia Afp. Il Comitato olimpico internazionale aveva offerto a Heraskevych la possibilità di gareggiare indossando una fascia nera al braccio.

Ma per il 27enne di Kiev non era la stessa cosa. Sul casco sono raffigurati oltre 20 sportivi e allenatori uccisi dall’inizio dell’invasione russa del 2022: volti, nomi, storie spezzate. Un tributo personale e collettivo insieme. Heraskevych ha spiegato di ritenere che il gesto non costituisca propaganda politica e ha annunciato l’intenzione di presentarsi comunque con il casco anche nel giorno della gara di skeleton ai Giochi di Milano Cortina. Il Cio, però, insiste: gli atleti possono esprimersi sui social e nelle aree media, ma non sul campo di gara o sul podio. “La striscia nera al braccio? No, indosserò il casco”. Parlando con i giornalisti, Heraskevych aveva spiegato che “continuerà a lottare per il diritto di gareggiare con questo casco”. E ancora: “Credo sinceramente di non aver violato alcuna legge né alcuna regola. Questo casco non viola la Regola 50 più di quanto lo facciano altri segni utilizzati da altri atleti. La decisione del Cio su questo tema è una sorta di circo”. Parole dure, che hanno fatto rapidamente il giro del villaggio olimpico. La decisione del Cio, motivata con la Regola 50 della Carta olimpica (divieto di “manifestazioni” o “propaganda” nei siti di gara), è arrivata dopo le prime sessioni sulla pista di Cortina, in cui Heraskevych aveva indossato il casco in allenamento. L’atleta ha confermato di averlo utilizzato nelle sessioni dell’8, 9 e 10 febbraio.

Una decisione che “mi spezza il cuore”, ha scritto, aggiungendo che la sensazione è che il Cio “stia tradendo” atleti che hanno fatto parte del movimento olimpico, impedendo loro di essere onorati nell’arena sportiva. Prima del divieto, Heraskevych aveva raccontato a Reuters le ragioni del gesto. Richiamando la Regola 50, lo skeletonista ha sostenuto che il suo non fosse un messaggio di propaganda contro altri Paesi o atleti: “Credo che la regola riguardi dichiarazioni politiche che offendono altre nazioni e altre persone… non è questo il caso. Credo dovrebbe essere permesso competere con questo casco, anche per rendere omaggio a giovani che hanno fatto parte della famiglia olimpica. Molte cose sono cambiate dall’ultima olimpiade, e questa è una delle peggiori”, ha dichiarato Heraskevych riferendosi alla guerra in Ucraina: “Alcuni erano ragazzi che non potranno più competere e sono stati uccisi sotto i bombardamenti. Oggi sono con me alle Olimpiadi. Voglio mostrare al mondo quanto grandi siano i sacrifici in Ucraina e ricordare che la guerra è terribile”, ha concluso.


di Edoardo Falzon