venerdì 6 novembre 2026
Sovente m’interrogo e faccio anche domande al mio prossimo circa il grado di soddisfazione verso la società odierna. Emerge una radicata infelicità, la mancanza di stimoli alla genialità umana: una calma piatta e digitale. Un uomo narcotizzato, senza sangue nelle vene, incapace di difendere la propria Itaca: ma a cui il sistema chiede di collaborare a fare tabula rasa di presunti lontani e fantasmagorici nemici.
È quanto mai evidente che il popolo sia il vero nemico di quella corte che devasta le nostre un tempo isole felici, le nostre tante Itaca. Un popolo ormai vinto e sopito, e questo lo si constata interrogando i giovani; quel virgulto in cui un tempo ardeva un misto di fuoco della passione e forza acerba, la volontà di dimostrare di essere uomini, di saper tendere l’arco di Ulisse, di brandire la spada di Laerte, d’estrarre Excalibur da una roccia, di duellare per l’onore del proprio popolo. Se un qualsivoglia studente esprimesse queste pulsioni, verrebbe mandato in cura da uno psichiatra: quindi s’accuserebbe la sua famiglia d’essere una retriva sacca di cultura patriarcale. Ergo, siamo fritti, moriremo schiavi, se è questo lo spirito che alberga nel popolo.
Sociologi e psicologi cercano di convincerci che i giovani vorrebbero solo demolire il modello sociale edificato dai boomer; ovvero quello fatto dalla generazione che, dal Dopoguerra al 1964, è figlia della forte crescita delle nascite e del boom economico, quindi colpevole d’aver creato troppa ricchezza da un lavoro che ha sfruttato il pianeta, l’ambiente. È una rivolta contro i padri e i nonni e talvolta anche i bisnonni. Una rivolta anche contro chi avrebbe fatto il Sessantotto o animato le proteste degli anni Settanta. Ma a ben guardare, e andando oltre il nostro tempo, è una rivolta che caratterizza periodicamente le crisi esistenziali dell’umanità. I boomer hanno vissuto la ricostruzione post-bellica, il benessere economico crescente, le grandi trasformazioni sociali, hanno subito le degenerazioni del femminismo e dei movimenti per i diritti civili, hanno desiderato e lottato per l’accesso al lavoro rispetto alle generazioni successive.
I boomer non sono eroi, sono il frutto dei loro genitori, della famiglia che li ha partoriti, di quella “generazione silenziosa” nata tra il 1928 ed il 1945 che ha affrontato la Grande depressione e la Seconda Guerra mondiale: vivendo privazioni e scarsità di mezzi, per poi da adulti crescere i boomer nell’entusiasmo della ricostruzione economica e sociale del dopoguerra. Ci hanno cresciuti con i valori e lo stile di vita della tradizione familiare italiana. Ci hanno orientati al risparmio, al senso del dovere, al rispetto del nostro prossimo, alla dedizione al lavoro. Chi ci ha preceduto ha contribuito in modo concreto al miracolo economico ed alla rinascita dell’Italia.
Oggi serpeggia tra le giovani generazioni la volontà di distruggere tutto, ammantando questa scelta con la scusa pelosa che la ricchezza andrebbe bruciata per il bene del pianeta. Certamente idee che hanno origine da qualche parte: soprattutto c’è una élite che investe perché questi venti si diffondano tra i giovani. Così questi ultimi non oppongano alcuna resistenza, non combattono contro chi espropria quanto costruito dai genitori, dai nonni, dagli avi. Soprattutto non si debbano mai domandare chi sarebbero i nuovi padroni di terreni, case, aziende e brevetti frutto della fatica degli avi. Questo problema della resa sociale, della dissoluzione della nostra civiltà, credo sia ormai noto, e ne parlano e scrivono in tanti.
La soluzione è unire le forze del popolo in una diga politica che argini questa Babilonia voluta da pochi. Soprattutto svincolare le nostre vite da quei poteri bancari europei che dettano le regole all’Ue, che influenzano le scelte dei governi su lavoro, redditi, energia, risparmi, pensioni, sanità. I giovani non credono più nel lavoro e in una vita stabile perché pochi vecchi stanno lavorando allo schiavismo mondiale del futuro.
di Ruggiero Capone