Il veleno nel tratto: se il maschilismo si maschera da satira

venerdì 6 novembre 2026


C’era un tempo in cui la satira era l’arte sublimata di sferzare il potere. Era lo strumento con cui i senza voce svelavano la nudità del re, l’arma affilata dell’intelligenza contro l’arroganza della politica. Oggi, a guardare certi scorci della stampa nostrana, la sensazione è che il fioretto sia stato sostituito dalla clava, e che la provocazione intellettuale abbia ceduto il passo al più bieco dileggio di maniera.

La recente vignetta firmata da Natangelo sulle pagine del “Fatto Quotidiano” – che ritrae il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni con una lingua spropositatamente srotolata a terra, accompagnata da una battuta greve sui “peli biondi” e la servitù verso Donald Trump – non è solo una scivolata di gusto. È un campanello d’allarme culturale che merita una riflessione franca, spogliata dalle tifoserie di partito.

IL CORTOCIRCUITO DEL “DOPPIO STANDARD”

Dove si colloca oggi il confine tra libertà di critica e maschilismo mascherato da matita ribelle? La domanda è d’obbligo. Per anni ci è stato raccontato – a ragione – che il linguaggio modella il pensiero, che la reificazione del corpo femminile è la radice primordiale di ogni discriminazione e che la dignità della donna non può mai essere barattata in nome dell’umorismo.

Eppure, quando il bersaglio cambia colore politico, la sensibilità paritaria sembra evaporare di colpo. Se quella stessa vignetta avesse riguardato una donna di diversa appartenenza ideologica, le piazze virtuali (e reali) sarebbero insorte al grido di “sessismo di Stato”.

Applicare il filtro della satira per sdoganare allusioni fisiche e sguardi scopertamente misogini non è irriverenza: è un doppio standard intollerabile.

OLTRE LA FIGURA ISTITUZIONALE: LA DONNA E LA MADRE

Giorgia Meloni è il Presidente del Consiglio italiano. Come tale, la sua linea politica, le sue alleanze internazionali e le sue scelte di governo sono – e devono essere – soggette a ogni forma di critica, anche feroce, anche grottesca. È la regola della democrazia.

Ma dietro la carica istituzionale esiste una persona. Una donna, una madre, un essere umano che porta con sé una dignità inviolabile. Ridurre il dibattito geopolitico o la posizione diplomatica dell’Italia a una servile caricatura a sfondo anatomico e allusivo non denigra l’operato del Premier: denigra chi disegna e chi pubblica.

La maternità e l’identità femminile non sono uno scudo per schivare le critiche politiche, ma non devono mai diventare il bersaglio preferenziale di una derisione a sfondo sessuale.

COSA CI RESTA (E COSA CI DICE) QUESTA VIGNETTA?

Cosa rimane, dunque, dopo che l’eco dell’indignazione si sarà spento?

Ci resta un senso di profonda povertà d’argomenti. Quando la satira perde la capacità di cogliere le contraddizioni reali del potere – le sue falle logiche, i suoi vuoti programmatici – e si rifugia nel dileggio del corpo e nella volgarità gratuita, cessa di essere contro-potere e diventa semplice bullismo d’inchiostro.

La vignetta di Natangelo ci dice che la nostra sfera pubblica sta smarrendo la bussola dell’etica del rispetto. Ci dice che la battaglia contro il maschilismo è ancora tragicamente incompiuta, incastrata com’è nelle logiche di appartenenza: se la donna da insultare è un’avversaria, allora tutto diventa lecito.

Se è questo il livello a cui siamo disposti a scendere in nome della sferzata satirica, allora non stiamo difendendo la libertà d’espressione. Stiamo solo avallando l’idea che la dignità di una donna valga meno della battuta più facile.

E questo, al di là di come la si pensi su Giorgia Meloni o su Trump, è un fallimento che ci riguarda tutti.

 


di Alessandro Cucciolla