Giustizia tributaria, il conto della riforma lo paga il contribuente

lunedì 2 novembre 2026


Organici insufficienti, professionalità trascurate e indipendenza ancora incompiuta. Per evitare la paralisi delle Corti si rinvia persino il pensionamento dei giudici destinati a lasciare il sistema. E Bruxelles apre una procedura d’infrazione.

La giustizia tributaria sta cambiando volto. Ma sarà davvero migliore per i cittadini? La riforma avviata nel 2022 e proseguita con il decreto legislativo numero 149 del 2026 promette magistrati più qualificati, processi rapidi e maggiore efficienza. Dietro questi obiettivi, tuttavia, emergono contraddizioni che rischiano di tradursi in maggiori costi e minori garanzie per i contribuenti.

Il primo nodo è l’indipendenza. La giustizia tributaria continua a dipendere, sul piano amministrativo e organizzativo, dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. Proprio il Ministero al quale sono riconducibili le agenzie fiscali, che rappresentano una delle principali controparti dei contribuenti nel contenzioso tributario. Nessuno mette in discussione l’autonomia decisionale dei giudici, ma resta un interrogativo: può dirsi pienamente indipendente una giurisdizione la cui organizzazione dipende dall’apparato ministeriale collegato a una delle parti più frequenti del contenzioso?

Poi ci sono i numeri. A regime, la nuova magistratura tributaria conterà appena 576 magistrati: 448 in primo grado e 128 in appello. Nel solo 2025, però, sono stati depositati oltre 202 mila nuovi ricorsi e, a fine anno, risultavano pendenti quasi 239 mila controversie.

La riforma ha previsto che ciascun magistrato possa definire mediamente 374 cause all’anno, una produttività stimata pari a quattro volte e mezzo quella storicamente registrata per i giudici onorari. Una previsione ambiziosa, sulla cui sostenibilità erano già stati sollevati dubbi in sede parlamentare. Perché la rapidità della giustizia non può essere misurata soltanto contando le sentenze.

Il paradosso, però, è un altro. Per evitare che il sistema si paralizzi, si è dovuto intervenire ripetutamente sul cosiddetto décalage, il meccanismo che riduce progressivamente l’età di cessazione dal servizio dei giudici tributari. Lo stesso Consiglio di presidenza della giustizia tributaria (Cpgt) ha sollecitato un confronto con il Mef sulla necessità di modificare tale disciplina. Le proroghe legislative hanno così consentito di mantenere in servizio giudici che, secondo le precedenti scadenze, avrebbero già dovuto lasciare le funzioni, rinviando al 2029 l’applicazione generalizzata del limite dei settant'anni.

In sostanza, per tenere in piedi la riforma si continua ad avere bisogno proprio dei giudici dei quali si è programmata l’uscita. Una contraddizione che solleva dubbi sulla capacità del nuovo modello di rispondere alle reali esigenze degli uffici giudiziari.

E qui emerge la questione della professionalità. La riforma sembra attribuire al nuovo concorso per esami il valore di spartiacque tra una magistratura professionale e una che non lo sarebbe. Ma nelle Corti tributarie operano da decenni magistrati, avvocati, commercialisti, revisori e altri professionisti altamente qualificati, con una lunga esperienza anche nell’esercizio delle funzioni giurisdizionali.

C’è inoltre un particolare tutt’altro che secondario: anche i giudici tributari già in servizio sono stati reclutati attraverso procedure selettive, da decenni mediante concorsi pubblici per titoli, regolarmente banditi nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana, IV Serie speciale “Concorsi ed esami”. Non si tratta, dunque, di figure prive di una selezione pubblica. E soprattutto la loro professionalità non può essere ignorata soltanto perché acquisita attraverso percorsi differenti da quelli oggi previsti.

La competenza, del resto, non si misura soltanto con un esame. La giustizia tributaria richiede conoscenze specialistiche di bilanci, contabilità, valutazioni aziendali, operazioni societarie e tecniche di accertamento fiscale. Competenze che molti giudici già possiedono grazie a decenni di attività professionale e giudiziaria e che il nuovo reclutamento non garantisce automaticamente.

Il rischio concreto è che a pagare questa perdita di esperienza siano ancora una volta i contribuenti. Questioni contabili ed economiche particolarmente complesse potrebbero richiedere un maggiore ricorso alle consulenze tecniche d’ufficio. Uno strumento legittimo, ma che può allungare i processi e comportare ulteriori spese per le parti. Sarebbe singolare se una riforma pensata per rendere la giustizia più efficiente finisse per renderla più costosa.

A complicare il quadro è arrivata anche Bruxelles. Il 4 giugno 2026 la Commissione europea ha avviato nei confronti dell’Italia la procedura d’infrazione INFR(2026)4004 sulle condizioni di lavoro dei giudici tributari onorari. Al centro della contestazione vi sono le disparità di trattamento economico e delle tutele previdenziali e sociali rispetto ai magistrati tributari professionali, nonostante l’esercizio delle medesime funzioni giurisdizionali. Non è ancora una condanna, ma è una contestazione formale che investe uno dei punti più controversi del nuovo ordinamento.

Il risultato è una riforma che promette di rafforzare la giustizia tributaria, ma continua a dipendere dall’esperienza dei giudici che intende progressivamente sostituire, prevede organici sulla base di produttività ancora da dimostrare e lascia aperta la questione dell’indipendenza organizzativa dal Mef.

Il vero banco di prova non sarà il numero dei nuovi magistrati assunti, ma la qualità della giustizia offerta ai cittadini. Servono giudici indipendenti, organici adeguati, competenze specialistiche e tempi ragionevoli, senza inutili aggravi economici.

Perché una riforma non è un successo soltanto perché cambia le regole. Lo diventa quando migliora concretamente il servizio. E se questo non accadrà, il prezzo delle contraddizioni della nuova giustizia tributaria lo pagherà proprio chi dovrebbe beneficiarne: il contribuente.

(*) Presidente e Portavoce del Comitato di Base per l’attuazione del diritto dell’Unione Europea per i giudici tributari


di Di Sabato Sessa e Luca Maria Blasi (*)