mercoledì 28 ottobre 2026
La giornalista e criminologa, Silvia Morrone, esperta di violenza di genere, racconta il potere della consapevolezza nei suoi libri Occhi negati. Pensieri senza nome e Resta con te. Vivere la violenza di genere e venirne fuori.
Ci sono relazioni che, anziché nutrire, consumano lentamente. Legami in cui l’amore si confonde con il controllo, l’amicizia diventa manipolazione e la sofferenza finisce per essere considerata normale. Riconoscere questi meccanismi non è sempre facile, soprattutto quando a ferirci è una persona alla quale abbiamo affidato fiducia e sentimenti.
In Occhi negati. Pensieri senza nome, il suo ultimo libro, Silvia Morrone, giornalista, criminologa ed esperta di violenza di genere, esplora attraverso la finzione le dinamiche delle relazioni tossiche, restituendo spazio a emozioni spesso inespresse. Un percorso che si intreccia con quello del precedente volume, Resta con te. Vivere la violenza di genere e venirne fuori, dedicato a Giulia Cecchettin, con la prefazione di Gino Cecchettin, nel quale l’autrice raccoglie le testimonianze di donne sopravvissute alla violenza. Due libri diversi, un messaggio comune: riconoscere il male è il primo passo per ritrovare la libertà e sé stessi.
In Occhi negati. Pensieri senza nome sceglie la finzione per raccontare relazioni non sane, attraversate da delusioni, sensi di colpa e consapevolezza. Perché ha sentito il bisogno di affidarsi alla narrazione immaginaria per esplorare dinamiche così reali e dolorose?
La fantasia è affine alla libertà. È una parola che chi vive un rapporto non sano spesso non conosce. Non conoscere significa vivere di limiti, e vivere di limiti vuol dire stringersi tra tre mattonelle.
Ho sentito inevitabile allungare il mio orecchio all’inespresso attraverso l’immaginazione: una pagina bianca che inviti ad aprirsi. Si può uscire. Chi è invischiato nell’inenarrabile ha bisogno di saperlo. Attraverso queste pagine voglio restituire una possibilità: essere liberi, libere di scegliere.
Il titolo Occhi negati richiama la difficoltà di vedere ciò che ci ferisce. Perché, nelle relazioni tossiche, spesso fatichiamo a riconoscere la violenza emotiva e ad accettare che una persona amata, o considerata amica, possa farci del male?
Gli occhi negati sono anche quelli di chi respinge l’idea che l’altro sia altro da sé. L’altra persona non viene più riconosciuta come individuo, ma come una funzione, uno sfavillante rifornimento di bisogni. Quando questa funzione viene meno, perché l’altro stabilisce un confine o decide di separarsi per salvarsi, la persona viene cancellata e punita: con una gelosia che si trasforma in svalutazione, poi in minacce, fino alla morte. Neanche la presenza di un figlio, spesso, riesce a fermare la violenza.
Perché si fatica a vedere? Perché si continua a guardare l’altro attraverso il ricordo di ciò che è stato. La mente è agganciata all’indietro e si rifiuta di sovrascrivere un’immagine già archiviata: la stretta di mano, lo scambio dei numeri di telefono, i primi incontri. Tutto ciò che all’inizio appariva vivificante e abbagliante continua a condizionare il nostro sguardo, anche quando dovrebbe essere oscurato dalla sofferenza. È questa asimmetria dei ricordi che può impedirci di riconoscere la realtà.
Nel libro affronta non soltanto la violenza di genere, ma anche le amicizie che diventano legami corrosivi. Quali segnali dovrebbero metterci in allarme? Come distinguere una crisi da una relazione che compromette la nostra serenità e autostima?
Fino a quando l’incompatibilità non sarà riconosciuta come un possibile segnale di pericolo, continueremo a parlare di due stanze diverse. Una crisi può nascere da un conflitto; il problema si manifesta quando trasferisco sull’altro la responsabilità di contenerlo e risolverlo.
Gli schemi che una persona attiva sono indicativi della sua visione del rapporto: la distanza alternata alla presenza finalizzata a riprendere il controllo, la gelosia destinata al dominio, il disprezzo alimentato dall’invidia. E poi le spinte a terra, i calci sulla schiena, l’isolamento dagli amici e dalla famiglia, il controllo dei messaggi e delle telefonate, il divieto di praticare uno sport o di fare shopping.
Sono comportamenti che non vanno minimizzati. Eppure, quando si è dentro una relazione simile, possono finire per sembrarci normali, persino veri. Il nostro sguardo si deforma: non è più il nostro specchio a restituirci un’immagine di noi stessi, ma il pezzo di vetro che ci ha consegnato chi avevamo accanto.
Nel suo precedente libro, Resta con te. Vivere la violenza di genere e venirne fuori, ha raccolto le testimonianze di donne sopravvissute alla violenza, con la prefazione di Gino Cecchettin e dedicando il volume a Giulia Cecchettin. Che cosa le hanno insegnato queste storie? Quanto è importante dare voce alle sopravvissute per aiutare altre donne a riconoscere i campanelli d’allarme?
La luce di Gino, come quella di queste donne, custodisce queste pagine. L’apertura delle sopravvissute è stata un dono. Ciò che resta inespresso può rimanere a lungo nel silenzio, finché qualcuno non diventa la persona giusta a cui affidarlo.
Ho provato ad ascoltarle con i gomiti sul pavimento: ho rispettato le pause, dato significato ai silenzi, ai sospiri bagnati, per poi accogliere le parole ricamate di fiandra. Ho cercato di ascoltare senza invadere, lasciando a ciascuna il proprio spazio e il proprio tempo.
Le loro storie possono diventare uno slancio per chi si ritrova nella stessa situazione. La condivisione è liberazione, trasformazione, soluzione: un inizio. Dare voce a chi è sopravvissuta significa anche offrire ad altre donne la possibilità di riconoscersi, di comprendere ciò che stanno vivendo e di scoprire che non sono sole.
Nei suoi due libri emerge un passaggio fondamentale: dalla sofferenza alla consapevolezza. Perché può essere così difficile interrompere una relazione violenta o manipolatoria? E quale ruolo possono svolgere la famiglia, gli amici e le istituzioni nell’aiutare una vittima a chiedere aiuto senza sentirsi giudicata?
Uscire da una relazione violenta richiede uno sforzo di pensiero molto più grande di quello necessario per continuare a tollerarla. È proprio questo a darci la misura della difficoltà che può accompagnare la decisione di denunciare.
La terapia può essere salvifica, così come può esserlo una rete di sostegno che funziona davvero. Una rete nella quale nessuno impone alla vittima come debba essere o cosa debba fare, ma le permette di raccontare la propria storia, affidandola a persone capaci di accoglierla e accompagnarla.
Famiglia, amici e istituzioni devono contribuire a costruire uno spazio sicuro, in cui la paura non impedisca di chiedere aiuto e il racconto non si trasformi in un processo alla vittima. Occorre vigilare sulle parole, sulle emozioni che le sostengono, sui non detti e sugli sguardi distolti. Solo così chi ha subito violenza può ritrovare la possibilità di guardare avanti.
Vorrei concludere con un messaggio rivolto a chi ci legge e magari sta vivendo proprio adesso una relazione che la fa soffrire, senza riuscire a trovare la forza di uscirne. Se dovesse affidare a una sola frase il messaggio più importante dei suoi due libri, quale sceglierebbe? E che cosa significa davvero, per lei, restare con sé stessi?
Se sei dentro, non lo vedi. Non puoi riconoscere ciò che non conosci. Non sapere come si manifesti una relazione in cui il male è al centro equivale ad avere una cortina scura sugli occhi. Toglierla comporta formazione, formazione, formazione.
Bisogna allenare lo sguardo a guardare noi stessi, a restare con noi. Significa sentire e pensare, rigorosamente in quest’ordine. È lo spazio dei nostri desideri, in cui non c’è un angolo destinato a chi vuole neutralizzarci. È il tempo della voce interiore inalienabile che, come la creatività, arriva quando resti con te.
Perché restare con sé stessi significa, prima di tutto, non smettere di riconoscersi il diritto di essere liberi.
di Claudia Conte