martedì 27 ottobre 2026
Nel dibattito pubblico italiano, il tema della sicurezza sul lavoro viene costantemente trattato come una crisi emergenziale e passeggera, riaccendendosi quasi esclusivamente all’indomani di drammatici fatti di cronaca. Eppure, un’analisi strutturale dei dati consolidati dell’ultimo decennio rivela una realtà ben più radicata e complessa. Dal 2015 a oggi, l’Italia ha registrato una persistente eccedenza di decessi rispetto alla media dell’Unione Europea, pur mantenendo una posizione mediana nella classifica complessiva dei Ventisette Paesi membri. Questo significa che, se da un lato il sistema nazionale non rappresenta la maglia nera del continente, dall’altro non riesce a compiere quel salto di qualità necessario per allinearsi agli standard delle nazioni europee più virtuose.
Se consideriamo il tasso standardizzato di incidenza, ovvero il numero di decessi rapportato a centomila occupati per depurare il dato dalle differenze demografiche, l’Unione Europea si mostra nettamente divisa in blocchi. L’Italia si colloca in una fascia centrale, con un valore che negli ultimi dieci anni è oscillato tra i due e i due punti e mezzo decessi ogni centomila lavoratori. Si tratta di una performance stabilmente peggiore rispetto alla media comunitaria, che si attesta intorno a uno virgola sessantatré. Il confronto diretto con le grandi economie europee evidenzia profonde asimmetrie sistemiche, poiché a fronte di una Francia che sperimenta paradossalmente tassi molto elevati per via di criteri di classificazione estremamente ampi, la Germania mantiene da tempo un tasso inferiore a un decesso ogni centomila occupati, posizionandosi insieme ai Paesi Scandinavi e al Benelux al vertice della sicurezza.
Osservando l’evoluzione storica recente, la parabola della riduzione degli infortuni mortali in Italia ha vissuto la sua stagione più incisiva nel periodo precedente al decennio in esame. Dal 2015 in poi, il fenomeno è entrato in una fase di sostanziale stagnazione, interrotta soltanto dalle profonde anomalie legate alla pandemia di Covid-19. Durante il biennio dell’emergenza sanitaria, l’apparente allargamento della forbice statistica tra l’Italia e il resto d’Europa è stato generato da una scelta burocratica interna, in base alla quale l’Inail ha contabilizzato i decessi per contagio da coronavirus contratti sul posto di lavoro come infortuni professionali, una pratica rifiutata dalla maggioranza dei partner europei. Una volta esaurito questo specifico effetto, i dati italiani hanno ripreso una traiettoria di lento e graduale miglioramento, accorciando le distanze con Bruxelles ma senza mai annullare il divario.
Le ragioni profonde di questa resistenza al ribasso risiedono in alcune precise peculiarità del sistema produttivo e infrastrutturale italiano. Il primo elemento determinante è l’altissimo impatto dei sinistri stradali legati al trasporto delle merci e agli incidenti in itinere, ovvero quelli che avvengono nel tragitto casa-lavoro. Se si escludessero convenzionalmente i trasporti dalle indagini comparative, il tasso di mortalità sul lavoro italiano scenderebbe al di sotto della stessa media europea, dimostrando come la forte dipendenza logistica dalla rete stradale incida drammaticamente sul bilancio delle vittime.
A questa problematica strutturale si aggiunge il tessuto stesso dell’economia italiana, caratterizzato da una galassia frammentata di piccole e medie imprese, ditte individuali e subappalti, specialmente in comparti ad alto rischio come l’edilizia e l’agricoltura. Poiché la letteratura statistica europea dimostra che l’incidenza degli infortuni è significativamente superiore nelle realtà aziendali minori, l’applicazione capillare dei protocolli di prevenzione e l’efficacia dei controlli ispettivi si scontrano in Italia con barriere dimensionali ed economiche oggettive. La sfida del prossimo futuro, dunque, non richiede la promulgazione di normative d’urgenza, quanto piuttosto una profonda modernizzazione dei trasporti e un sostegno strutturale alla cultura della sicurezza nelle microimprese.
di Leonardo Raito