La lotta di classe al tempo degli homoplouti

lunedì 26 ottobre 2026


L’AI, la fine del merito e l’avvento della tecnica

Nell’aprile del 1941, mentre la Wehrmacht occupava Parigi e il patto Ribbentrop-Molotov ancora reggeva, un ex trozkista americano, James Burnham, dava alle stampe The Managerial Revolution per annunciare, non come auspicio ma come diagnosi, la fine del capitalismo. È da quel libro quasi dimenticato che Branko Milanovic e Nils Gilman ripartono, in un saggio recente, per interrogare il nodo quanto mai attuale fra intelligenza artificiale e disuguaglianza.

Al posto del capitalismo, sosteneva Burnham, andava sorgendo la società dei manager, di coloro cioè “che sanno far funzionare le cose” e ai quali lo Stato avrebbe affidato gli strumenti di produzione, confinando i vecchi proprietari nel rango di “residuo decorativo”, liberi tutt’al più di “giocare a golf in Florida mentre i manager prendono ogni decisione che conti”. Sul seguito politico, lo riconoscono gli stessi autori, Burnham avrebbe poi sbagliato quasi ogni previsione.

Se nondimeno lo riportano in auge, a più di ottant’anni di distanza, è perché gli accreditano il merito di aver posto l’unica domanda che davvero conti: “Chi controlla gli strumenti di produzione, e quale classe genera quel controllo?”. Per loro, è nella sede materiale del dominio che tutto si decide, mentre le idee non farebbero che seguirne i movimenti. Eppure, a rileggere oggi quelle pagine, si avverte che sotto il nome un poco angusto di “società manageriale” Burnham additava qualcosa di ben più vasto di una classe sociale: l’avvento della Tecnica. Non la tecnocrazia come governo di una casta di competenti, ma il farsi signore del mondo dell’apparato stesso, al quale ogni altra potenza, economica o politica, è destinata prima o poi a piegarsi.

Qual è, dunque, la novità che i due vorrebbero cogliere con un neologismo? Per gran parte della sua storia il capitalismo ha conosciuto due figure distinte e contrapposte, chi vive del proprio lavoro e chi vive del proprio capitale, il salariato e il rentier, le cui sorti Marx vedeva destinate allo scontro. Ciò che oggi, soprattutto negli Stati Uniti, va affermandosi è invece una terza figura, nella quale le due si saldano: la stessa persona siede al vertice sia dei redditi da lavoro sia dei redditi da capitale, percependo un alto stipendio e insieme vivendo di rendite finanziarie. È questa la homoploutia di cui parla Milanovic, dal greco homo, “medesimamente”, e ploutia, “ricchezza”, l’essere cioè ugualmente ricchi, nel medesimo soggetto, di entrambi i fattori della produzione. Una condizione che, avvertono gli autori, riguarda ormai circa il tre per cento della popolazione americana, e che reca con sé un privilegio inedito, l’invulnerabilità: la famiglia homoploutica, “esposta a entrambi i mercati e, pertanto, in pratica a nessuno dei due”, vede l’annata storta in borsa compensata dallo stipendio e la perdita del posto compensata dal portafoglio. Qui sta, per gli autori, l’unico sviluppo del capitalismo che avrebbe davvero sorpreso Marx: il conflitto fra capitale e lavoro non viene risolto abolendo uno dei contendenti, ma collocandoli entrambi dentro la stessa persona, cosicché la lotta di classe, “interiorizzata”, si spegne per mancanza di avversari.

Che una diseguaglianza simile venga tollerata, e per di più in società che si dicono democratiche, ha per gli autori una sola spiegazione: la meritocrazia. Il cui compito non è soltanto persuadere il privilegiato di essersi guadagnato il proprio posto, ma tenere aperta, almeno in apparenza, la scala che a quel posto conduce. Finché la gerarchia resta scalabile, finché cioè un figlio del ceto medio può, a prezzo di studio e fatica, sperare di salire, la diseguaglianza non confligge con la democrazia, anzi ne diventa in certo modo il motore. È il patto implicito che la classe homoploutica ha potuto a lungo offrire a chi le stava sotto, in un messaggio tanto coerente quanto irritante, “siamo ricchi perché siamo utili, perché abbiamo studiato e lavorato duramente, e potete unirvi a noi, purché siate utili anche voi”. Una via d’accesso strettissima e dispendiosa, al punto che il solo investimento educativo capace di separare un figlio dell’élite da uno del ceto medio equivale ormai, calcolano gli autori, a un’eredità di dieci milioni di dollari, eppure esistente: ed era proprio nel suo esistere che risiedeva la forza capace di far accettare il dislivello. Ma il rovescio di questa logica è altrettanto cogente, ed è quello che tutto deciderà. Una gerarchia chiusa, nella quale si entri soltanto per nascita, risulta semplicemente intollerabile a una democrazia, giacché le sottrae l’unica giustificazione che le permetteva di convivere con la diseguaglianza.

A incrinare il patto giunge ora l’intelligenza artificiale, dinanzi alla quale gli autori prospettano due esiti opposti. Nel primo, quello del consolidamento, la nuova tecnologia gonfia la quota di ricchezza che affluisce al capitale: gli homoplouti che, accanto allo stipendio elevato detengono cospicui portafogli, non fanno che arricchirsi ulteriormente, e si rinserrano in quella che gli autori chiamano “aristocrazia operosa”, una casta che ai figli trasmette, insieme, istruzione e patrimonio, con affidabilità sempre maggiore. Nel secondo, quello della dissoluzione, l’AI agisce all’inverso, e qui sta l’ironia più acuta del saggio: la tecnologia aggredisce non già il lavoro manuale, come un tempo la macchina a vapore, bensì proprio quel lavoro cognitivo (avvocati, medici, consulenti, programmatori) su cui l’élite aveva edificato il proprio premio salariale.

Vale ancora, osservano, il paradosso già notato dagli studiosi di robotica, per cui alla macchina riesce assai più agevole il ragionamento astratto che non il gesto manuale affinato in un miliardo di anni di evoluzione. Svanito così lo stipendio, all’homopluta non resterebbe che la rendita, e la sua famiglia regredirebbe alla vecchia figura del ricco che non lavora. Due destini contrari, eppure convergenti in un unico punto: in entrambi la scala viene sbarrata, perché se nel primo caso vi si entra solo per eredità e nel secondo non vi è più alcun merito da esibire, in nessuno dei due la gerarchia resta scalabile. Ed è in quel preciso istante, avvertono gli autori, che la diseguaglianza cessa di poter convivere con la democrazia, e le società più ricche e avanzate del pianeta rischiano di scoprirsi più instabili delle più povere.

A guardare bene, il bivio che agli autori pare decisivo potrebbe rivelarsi assai meno dirimente di quanto credano, e per una ragione che sta tutta in ciò che intendiamo per “apparato”. Si commette infatti un errore se lo si immagina come l’insieme delle macchine, il parco dei calcolatori e dei modelli di intelligenza artificiale che oggi fanno tanto scalpore. L’apparato è qualcosa di più vasto e di più sottile: è la forma stessa che una società assume quando innalza a proprio scopo supremo l’accrescimento indefinito della potenza, cioè della capacità di realizzare qualsivoglia fine. Dentro questa forma non vi sono soltanto gli strumenti materiali, ma le istituzioni, il diritto, il sapere, e gli uomini medesimi, i quali vi compaiono non già come padroni, bensì come funzionari. Ecco perché conviene dissipare subito l’equivoco più tenace, quello della macchina che si fa tiranna e sottomette l’umanità, fantasticheria da grande schermo che nulla spiega di ciò che accade. Non vi è alcuna macchina che si opponga all’uomo, per la semplice ragione che l’uomo è dentro l’apparato, ne è l’operatore e insieme il beneficiario, e l’apparato altro non è che la volontà umana di potenza fattasi organizzazione del mondo.

Se così stanno le cose, la domanda ereditata da Burnham, su quale classe controlli gli strumenti, va incontro a un destino singolare: non riceve una risposta nuova, ma cessa a poco a poco di avere senso. Giacché chi crede di governare l’apparato è il primo a servirlo. È la volontà umana stessa, con i suoi desideri che non conoscono misura, a esigerne senza tregua il potenziamento, cosicché ogni forza che voglia conseguire i propri scopi (l’impresa, lo Stato, la casta meritocratica di cui parlano gli autori) deve prima far crescere lo strumento, e nel farlo crescere se ne fa serva. Lo strumento, da mezzo per i fini di qualcuno, si capovolge così nel fine cui tutti i fini si subordinano. È in questa luce che i due scenari del saggio si rivelano per quel che sono, non un bivio, ma due varianti di un medesimo processo: tanto il consolidamento quanto la dissoluzione sono modi in cui l’apparato riorganizza gli uomini come propri mezzi, promuovendone alcuni e congedandone altri secondo la sola misura della propria crescita.

Gli homoplouti, in questo quadro, non sono né i vincitori né le vittime di una contesa di classe, ma forse l’ultima élite cui l’apparato chieda ancora di saper fare qualcosa, e non soltanto di possedere. Anche questa richiesta, però, è avanzata dall’apparato in vista della propria crescita, non da loro in vista dei propri fini. Non vi è alcun signore disumano che stia per soggiogarli: l’apparato continua ad avere un volto umano, anzi innumerevoli volti, ma non ha più un padrone umano, nessuno che lo pieghi ai propri scopi anziché piegarsi ai suoi.

E tuttavia, proprio qui, nel punto della sua massima potenza, l’apparato incontra il limite che gli è connaturato, l’unica cosa che per sua essenza non potrà mai dare. La scienza che lo muove ha da tempo barattato la verità con l’efficacia, avendo smesso di chiedersi che cosa le cose siano per domandarsi soltanto come farle funzionare, prevedere, accrescere, ed è appunto in questa rinuncia che risiede tutta la sua potenza.

L’apparato potrà dunque darci ogni cosa che desideriamo, la salute, l’abbondanza, il soddisfacimento di ogni bisogno, e cioè quella che saremo indotti a chiamare felicità. L’unica cosa che non potrà mai dirci è se quella felicità sia vera, oppure un inganno sapientemente congegnato, perché la verità non è un bisogno che un mezzo sia in grado di soddisfare, e un mezzo è tutto ciò che l’apparato conosce. Avremo, con ogni probabilità, tutto. Ma su quel tutto graverà un dubbio che nessuna abbondanza potrà acquietare, il sospetto di non poter mai sapere se ciò che viviamo sia reale o accuratamente simulato, e una felicità perennemente insidiata da tale dubbio, che non sa distinguersi da un inganno, è per ciò stesso la più radicale delle infelicità. È in questo senso, e non in quello temuto dai profeti di sventura, che il paradiso promesso dalla tecnica rischia di rivelarsi un inferno: non perché ci toglierà ciò che abbiamo, ma perché ci darà ogni cosa, tranne la sola che renderebbe tutto il resto degno di essere vissuto: la Verità.


di Claudio Amicantonio