venerdì 23 ottobre 2026
Da oltre trent’anni capita che in Italia i teoremi giudiziari si sposino con la febbre forcaiola di certa stampa istituzionale. La miscela è sempre la stessa: fantomatici comitati d’affari, gomitate e strizzate d’occhio tra imprenditori e politici durate cene o aperitivi. La fantasia galoppa, e certi magistrati sposano l’arte del romanziere piuttosto che attenersi ai fatti. Poi dopo anni, quando la jacquerie s’è placata e la verità restituita alla stampa, allora tutto tace. Perché il giustizialismo istituzionale non si scusa mai con le vittime.
Questo giornale la pensa diversamente, soprattutto non ha mai sbattuto presunti mostri in prima pagina. È di questi giorni la notizia dell’assoluzione dell’ex presidente dell’Assemblea Capitolina Marcello De Vito e di Gianluca Bardelli: hanno subito un linciaggio mediatico e poi la condanna, ora in appello è arrivata l’assoluzione perché i fatti non sussistono, ma la cosa non fa non fa notizia.
La vicenda è quella dello Stadio della Roma e di un castello di carte e teoremi crollato in appello. Sia De Vito che Bardelli non sono nemmeno tifosi, soprattutto non si sono mai in vita loro interessati di affari calcistici: Bardelli è un appassionato di automobilismo e non certo di pallone.
La pesante spallata al giustizialismo dei pubblici ministeri è arrivata della Corte di Cassazione: grazie agli Ermellini, intervenuti sulle misure cautelari richieste nell’inchiesta Tor di Valle, sono iniziate a crollare le impostazioni concettuali dei Pubblici Ministeri. Nelle motivazioni, la Suprema Corte aveva messo a nudo la fragilità dell’impianto accusatorio, evidenziando come l’intero teorema corruttivo si reggesse unicamente su “ipotesi congetturali” ed “enunciati contraddittori”.
La Cassazione aveva sottolineato come la tesi dei Pm, che descriveva delibere e volontà politiche “addomesticate”, fosse il frutto di una complessa e forzata “operazione interpretativa” delle intercettazioni, del tutto priva di riscontri fattuali o di presupposti di diritto.
Ma, nonostante quel chiarissimo segnale di stop arrivato dal massimo organo di legittimità, il Tribunale di Roma scelse in primo grado di tirare dritto, infliggendo condanne pesantissime. A farne le spese furono in primis l’ex presidente dell’Assemblea Capitolina Marcello De Vito, travolto da una condanna a oltre 8 anni, e Gianluca Bardelli, condannato in prima battuta a 6 anni e 8 mesi di reclusione con l’accusa di essere stato un intermediario dell’operazione.
Oggi l’inequivocabile verdetto d’Appello: “Il fatto non sussiste”.
Il 19 ottobre 2026, la Terza Sezione della Corte d’Appello di Roma ha definitivamente chiuso il cerchio, ripristinando il principio di diritto tracciato dalla Cassazione, spazzando via quel teorema giudiziario.
Il giudizio di secondo grado ha ribaltato completamente l’esito del primo grado: Marcello De Vito è stato assolto con formula piena (“perché il fatto non sussiste”), vedendo spazzata via la condanna del primo grado e riconosciuta la totale insussistenza delle accuse contestate.
Gianluca Bardelli è stato anche lui assolto con formula piena (“perché il fatto non sussiste”). Certamente un verdetto ottenuto grazie al lavoro di difesa svolto con l’avvocato Marco Franco, che restituisce piena onorabilità a un professionista serio e stimato come l’avvocato Marcello De Vito: ma la cui vita era stata ingiustamente travolta da accuse prive di fondamento.
Luca Lanzalone, Camillo Mezzacapo e Giuseppe Statuto sono stati anch’essi assolti con formula piena. Anche la posizione del costruttore Luca Parnasi è stata drasticamente ridimensionata, con una pena ridotta da 2 anni a soli 3 mesi.
È questo il prezzo che paga la società per la giustizia fatta con teoremi, per giunta sbagliati.
L’assoluzione con formula piena di De Vito, Bardelli e altri imputati dimostra la distanza abissale tra le ipotesi accusatorie basate su libere “interpretazioni” e la realtà dei fatti processuali. Un caso da manuale, che dovrebbe aprire gli occhi a chi s’è opposto alla riforma della giustizia.
Alla fine, la Giustizia ha infine prevalso, ma resta il salatissimo conto pagato dai singoli e dalla comunità.
La distruzione delle persone: sette anni di calvario giudiziario, la privazione della libertà, il marchio d’infamia e la gogna mediatica per persone rivelatesi del tutto estranee a qualsiasi illecito.
Non ultimi i danni per la Capitale: l’inchiesta sulla presunta “volontà addomesticata” ha paralizzato la burocrazia romana per anni, portando al definitivo affossamento del progetto dello Stadio a Tor di Valle; lasciando un’intera area urbana nel degrado, soprattutto costringendo gli addetti ai lavori a ripartire da zero e altrove.
Il processo s’è chiuso confermando ciò che la Cassazione aveva compreso fin dall’inizio: un impianto d’accusa basato su “enunciati contraddittori” ed “esigenze congetturali”, che non può mai reggere al vaglio del diritto. Ora restano sul campo le macerie, le vite umane distrutte, i danni civili da otto anni di errore giudiziario.
di Redazione