Marracash e i radical chic

venerdì 23 ottobre 2026


Fare i rivoluzionari con il conto corrente milionario

La sinistra dei privilegi, che predica l’uguaglianza dal lusso dei propri attici, è il simbolo di una contraddizione sempre più evidente: parole radicali, stili di vita esclusivi e una distanza enorme dai problemi della gente comune.

C’è una contraddizione che attraversa una parte del mondo dello spettacolo, della cultura e della politica: quella di chi si presenta come rivoluzionario, denuncia le ingiustizie del sistema capitalista e si erge a paladino degli ultimi, senza rinunciare ai privilegi e alle ricchezze che proprio quel sistema gli ha consentito di accumulare.

La polemica che coinvolge Marracash, criticato per il contrasto tra la sua immagine di artista ribelle e il suo successo economico, riporta al centro una questione legittima: si può contestare il sistema senza mai interrogarsi sulle proprie contraddizioni?

Sia chiaro: essere ricchi non è una colpa. Avere successo, guadagnare milioni e costruire una carriera straordinaria non rende automaticamente incoerenti le proprie idee. Il problema nasce quando la critica al capitalismo diventa un marchio identitario, una posa da esibire davanti al pubblico, mentre i privilegi personali restano rigorosamente intoccabili.

È il paradosso del radical chic: parlare di proletariato senza conoscerne le difficoltà quotidiane, invocare la redistribuzione della ricchezza senza rinunciare ai propri vantaggi, denunciare le disuguaglianze da una posizione di assoluto privilegio. Una rivoluzione che non mette mai in discussione il proprio benessere rischia di trasformarsi in una strategia di comunicazione.

E il fenomeno non riguarda soltanto la musica. Lo ritroviamo in una parte dell’intellighenzia, negli ambienti dello spettacolo e in quei salotti progressisti dove è facile proclamarsi dalla parte degli ultimi, purché gli ultimi restino a una distanza di sicurezza.

La contraddizione diventa ancora più evidente quando il linguaggio della lotta sociale si intreccia con una cultura che celebra il denaro, i marchi esclusivi e il successo materiale. Non c’è nulla di sbagliato nell’ambizione personale, ma sarebbe opportuno riconoscere la distanza tra la retorica della rivoluzione e il desiderio di possedere tutto ciò che il sistema offre.

È questo il punto: non si può pretendere che il pubblico accetti qualsiasi contraddizione soltanto perché viene raccontata attraverso una canzone, uno slogan o una dichiarazione politicamente corretta.

La credibilità non dipende dal saldo del conto corrente, ma dalla coerenza tra ciò che si proclama e ciò che si pratica. Un artista milionario può essere sinceramente critico nei confronti del capitalismo; allo stesso modo, un attivista può difendere i diritti sociali senza dover rinunciare al proprio benessere. Ma chi si propone come guida morale deve accettare che le proprie idee vengano sottoposte allo stesso scrutinio che riserva agli altri.

Il dibattito si intreccia anche con le violenze e gli episodi di devastazione registrati a Milano, sui quali è intervenuto il presidente del Senato Ignazio La Russa. La sua distinzione tra le proteste ideologiche degli anni Settanta e le azioni che oggi interpreta come mosse dal desiderio di beni di lusso solleva una questione importante: non ogni comportamento violento può essere giustificato in nome del disagio sociale o della protesta politica.

La povertà non autorizza a saccheggiare. La marginalità non cancella la responsabilità individuale. E la contestazione del sistema non può diventare un lasciapassare morale per la violenza.

Il punto, in definitiva, non è chiedere a Marracash o a qualsiasi altro artista di diventare povero per dimostrare la propria autenticità. È chiedere che la critica sociale non si trasformi in un privilegio ulteriore: quello di poter predicare agli altri comportamenti che non si è disposti neppure a mettere in discussione nella propria vita.

La libertà di espressione comprende il diritto di criticare il capitalismo anche quando si è ricchi. Ma comprende anche il diritto del pubblico di evidenziare le incoerenze, contestare le pose e chiedere conto delle contraddizioni.

Perché fare i rivoluzionari con il conto corrente milionario è facile; molto più difficile è dimostrare che le proprie battaglie siano qualcosa di più di un’immagine da vendere.

E forse è proprio questo che dovrebbe distinguere chi vuole davvero cambiare la società da chi, in fondo, vuole soltanto occupare il posto migliore al suo interno.


di Claudia Conte