Le persone dietro la giustizia

martedì 20 ottobre 2026


Quando si parla di giustizia, non ci sono soltanto leggi e sentenze: ci sono persone, diritti da difendere e responsabilità che non possono essere ignorate. Oggi ne parliamo con l’avvocato Alessandro Numini, avvocato penalista e fondatore del suo studio legale, con competenze che spaziano dal diritto penale al diritto di famiglia, dalla tutela dei minori al diritto sportivo. Si occupa anche di consulenza nella gestione delle crisi mediatiche e della tutela della reputazione.

Con lui affronteremo alcuni dei temi più delicati del nostro tempo: femminicidi e violenza di genere, processi mediatici, tutela dei figli e confine tra responsabilità individuale, informazione e giustizia.

FEMMINICIDI E VIOLENZA DI GENERE
Avvocato Numini, di fronte ai continui casi di femminicidio si parla molto di prevenzione e di inasprimento delle pene. Dal punto di vista giuridico, cosa non sta funzionando e quali strumenti potrebbero essere rafforzati per intervenire prima che una situazione di violenza arrivi all’epilogo più drammatico?

Partiamo da un dato che spesso si dimentica: il nostro impianto normativo in materia di violenza di genere è tra i più avanzati d’Europa. Abbiamo il Codice Rosso, le misure cautelari, l’ammonimento, il braccialetto elettronico, la tutela delle vittime. Il diritto, da solo, però, arriva sempre dopo: punisce un gesto, non cambia lo sguardo che lo ha reso possibile.

Bourdieu parlava di “violenza simbolica”: un dominio che non si impone con la forza ma si respira, perché è dentro il linguaggio, i ruoli e le abitudini che consideriamo normali. Finché la possessività resta un modo di dire “ti amo” e la gelosia viene scambiata per attenzione, nessuna pena basterà. La legge può fermare una mano, ma non spiega a un ragazzo di sedici anni che amare non significa possedere.

Per questo il terreno decisivo è culturale, e comincia dai giovani: scuola, famiglia, sport, linguaggi dei social. Serve un'educazione ai sentimenti e al rispetto, e una comunicazione che racconti i segnali precoci senza spettacolarizzare il dolore.

Una comunità che non gira lo sguardo davanti a una vicina spaventata, a un’amica che cambia, a un compagno che esagera è una rete di protezione più efficace di qualsiasi norma. Il diritto resta indispensabile, ma la prevenzione vera comincia prima, nella responsabilità che ciascuno sente verso l'altro.

PROCESSO MEDIATICO E CRISI REPUTAZIONALE
Viviamo in un’epoca in cui una persona può essere condannata dall’opinione pubblica prima ancora che si pronunci un tribunale. Quanto può essere devastante un processo mediatico sulla reputazione di una persona e quali strumenti giuridici esistono per difenderla?

Nel 1764 Cesare Beccaria scrisse una frase che oggi suona quasi rivoluzionaria: un uomo non può chiamarsi reo prima della sentenza del giudice. Sono passati più di due secoli e mezzo, e in Italia basta un’indagine perché una persona venga già condannata, nei titoli, nei talk show, nei commenti sotto un post.

Eppure un’indagine non è una sentenza, ma l’inizio di una verifica. Blackstone diceva che è meglio lasciare liberi dieci colpevoli che far soffrire un innocente. Oggi, quando il sospetto diventa spettacolo, quel principio si rovescia: per qualcuno è meglio un innocente messo alla gogna che un'occasione persa di indignazione collettiva.

Chi sbaglia, a volte, non è nemmeno malvagio: è distratto, e scorre un titolo come si guarda uno spettacolo. Ma il dolore dell’indagato e della sua famiglia è reale, e una reputazione distrutta in poche ore può impiegare anni a ricostruirsi, quando ci riesce. Come difensore lo vedo ogni giorno: l'assoluzione arriva, ma spesso nessuno la racconta con la stessa enfasi dell'accusa.

Per questo bisogna educare i cittadini a leggere la giustizia con più garantismo, a distinguere tra sospetto, accusa e condanna, e a ricordare che le garanzie non proteggono i colpevoli, ma tutti noi, nel giorno in cui potremmo essere noi dall’altra parte.

DIRITTO SPORTIVO
Il mondo dello sport è sempre più complesso: sanzioni, contratti, responsabilità, doping, controversie tra atleti e società. Quanto è diverso il diritto sportivo rispetto alla giustizia ordinaria e quali sono oggi le questioni più delicate che un avvocato deve affrontare in questo settore?

Per me lo sport non è solo una materia di studio: sono figlio di due atleti, un calciatore e un’appassionata cultrice di atletica leggera, e sono cresciuto tra spogliatoi, campi e piste. Sono convinto che lo sport sia uno dei più grandi veicoli di emozioni e di valori che abbiamo: disciplina, rispetto delle regole, capacità di perdere e rialzarsi.

Per questo credo che lo sport meriti un valore sociale ancora più grande, anche come strumento di recupero e di inclusione. Molti professionisti e molte istituzioni già ci lavorano, ma c’è ancora molto spazio.

Il diritto sportivo è un ordinamento con regole, organi e tempi propri: giustizia federale, Collegio di Garanzia del CONI, TAS di Losanna. Rispetto alla giustizia ordinaria è più rapido, perché una stagione non aspetta e una carriera dura pochi anni, ma proprio per questo richiede all'avvocato prontezza e una conoscenza di regole che cambiano spesso.

Ciò che mi preoccupa è il rapporto tra i valori dello sport e la grande macchina di business che gli ruota intorno. Con la sentenza Bosman, la televisione e i diritti, il calcio è diventato anche una grande industria, in cui i giovani talenti possono essere trattati come asset da valorizzare. Il mercato, a volte, non sembra premiare il merito quanto dovrebbe: contano procuratori, relazioni e opportunità, e un ragazzo bravo ma senza le giuste porte aperte rischia di scomparire.

Su questi temi servirebbe un approfondimento serio: la tutela dei minori nei settori giovanili, la trasparenza dei rapporti con gli agenti, il peso dei fondi di investimento, l'equilibrio tra sostenibilità economica e competizione.

FAMIGLIA E TUTELA DEI FIGLI
Nelle separazioni il conflitto tra i genitori rischia troppo spesso di ricadere sui figli. L’associazione Uguali per i Figli, di cui lei è illustre componente, pone al centro il diritto dei bambini a mantenere un rapporto equilibrato con entrambi i genitori: quanto siamo ancora lontani, nella pratica, da una reale applicazione del principio di bigenitorialità?

Nel diritto di famiglia c'è un protagonista che spesso non siede al tavolo: il minore. Eppure dovrebbe essere il centro di tutto, non il terreno di scontro. Per la Convenzione di New York sui diritti del fanciullo, l’interesse superiore del minore è il criterio guida di ogni decisione che lo riguarda. Nei procedimenti, però, quel principio si perde ancora troppo spesso dentro la lotta tra due adulti feriti.

La psicologia ci dice una cosa chiara. Gli studi sulla separazione mostrano che a fare più male ai figli non è la fine della coppia, ma il conflitto che la accompagna, soprattutto quando i bambini vengono coinvolti o usati come messaggeri. Winnicott parlava del genitore “sufficientemente buono”: non perfetto, ma stabile e presente. Un bambino non sceglie tra mamma e papà: ha bisogno di entrambi, e di sapere che amare uno non tradisce l'altro.

Per questo credo che la vera sfida sia valorizzare la genitorialità di entrambi, riconoscendo il valore di ciascun genitore nella crescita del figlio, senza trasformare il processo in una gara a chi è più bravo o più colpevole. Il diritto da solo non basta. Il verbo “educare” viene dal latino e-ducere, condurre fuori, e credo che questo valga anche per i genitori: vanno accompagnati, quasi presi per mano, perché dal loro dolore sappiano uscire verso l’unico interesse davvero comune, il benessere del figlio.

Concretamente, significa lavorare su due piani. Sui genitori, con mediazione familiare, percorsi di sostegno alla genitorialità e un linguaggio degli atti più sobrio, che spenga il conflitto invece di alimentarlo. Sul minore, con ascolto vero, attenzione alla sua crescita e ai suoi tempi, e interventi mirati. Se si lavora bene sui genitori, spesso si può anche evitare l’intervento dei servizi sociali, che dovrebbe restare l’ultima risorsa, non il primo strumento.

Con l’associazione Uguali per i Figli sosteniamo proprio questo: il diritto dei bambini a crescere con una relazione equilibrata con entrambi i genitori, salvo i casi in cui ci sia un reale pregiudizio. Siamo ancora lontani da una piena applicazione, perché nella pratica prevale ancora la logica della contrapposizione.

Quando due genitori litigano in tribunale, chi sta davvero vincendo? Cosa resta a un bambino di una “vittoria” ottenuta contro l’altro genitore?

GIUSTIZIA, COMUNICAZIONE E SOCIETÀ
Tra social network, informazione in tempo reale e crescente esposizione mediatica, il ruolo dell’avvocato è cambiato? Oggi deve essere soltanto un professionista del diritto oppure anche un presidio fondamentale per tutelare la persona, la sua dignità e la sua reputazione?

Ho insegnato filosofia del diritto, e credo che qui serva partire da lontano. La giustizia è uno dei sentimenti più ancestrali dell’essere umano: il bisogno di sapere che il male non resti senza risposta e che il torto venga riconosciuto. È un’emozione antica, e proprio per questo pericolosa se lasciata sola.

Il sistema giudiziario nasce per interrompere la spirale della violenza e del capro espiatorio. Il processo è uno dei grandi argini della civiltà: serve a impedire che la giustizia diventi vendetta.

A volte ho l’impressione che sia stato eliminato il patibolo dalla piazza per sostituirlo con lo schermo, a portata di click. La giustizia rischia così di diventare un palcoscenico grottesco, con attori, tifoserie e un pubblico che applaude o fischia.

Carnelutti, nelle Miserie del processo penale, scriveva che il processo stesso è già una pena. Se a questo si aggiunge l’esposizione mediatica, la pena è doppia, e spesso arriva prima di qualunque accertamento. Per questo la dimensione processuale va protetta: è la sede in cui si cerca la verità con regole, contraddittorio e tempo, tutto ciò che la rete non concede.

Non si tratta di imbavagliare la cronaca. Il diritto di informare, tutelato dall’articolo 21 della Costituzione, è un pilastro della democrazia. Va però bilanciato con la presunzione di innocenza, con il diritto di difesa e con la dignità della persona, attraverso criteri antichi e preziosi come verità, continenza, essenzialità e rispetto. Informare non è dare in pasto.

Il ruolo dell’avvocato è cambiato di conseguenza. Resta, naturalmente, un professionista del diritto, ma oggi è anche un presidio della persona: difende la sua dignità, la sua reputazione e il suo futuro, dentro e fuori dall’aula. Questo non significa cercare i riflettori, ma proteggere l'assistito dalla spettacolarizzazione, con sobrietà e rigore.


di Claudia Conte