Il valore della memoria: Norimberga e le pietre d’inciampo

martedì 6 ottobre 2026


A ottant’anni dalle sentenze di Norimberga, pronunciate il 1° ottobre 1946, la lezione di quel processo torna a interrogare il presente. Il tema oggi apre anche al dibattito sulla memoria delle ‘pietre d’inciampo’, che qualcuno vorrebbe fermare. La responsabilità e i luoghi della storia vanno ricordati, per non perdere il senso delle atrocità, anche dei nostri giorni.

A Heidenau, in Sassonia, il Consiglio comunale − su una mozione di AfD e Cdu − ha deciso che non saranno più posate stolpersteine, le ‘pietre d’inciampo’ che ricordano le vittime dell’Olocausto sui marciapiedi e negli spazi pubblici in cui erano in vita. Inizialmente si era parlato di rimuovere le cinque pietre esistenti per ricollocarle in un’area commemorativa del cimitero, poi l’amministrazione ha chiarito che le pietre presenti non saranno rimosse: il provvedimento riguarderebbe il futuro. Lo spostamento dal luogo concreto della vita delle vittime a un luogo separato altera il senso dell’idea di Gunter Demnig: il valore delle pietre d’inciampo non consiste soltanto nel nome inciso sul metallo, ma nel fatto che quel nome torna a vivere nel luogo concreto in cui una persona aveva abitato, lavorato, costruito la propria esistenza prima di essere perseguitata e cancellata dalla comunità. È il punto della riflessione è anche un altro: la memoria non è soltanto conservazione del passato, ma rappresenta un monito per la vita presente. Oggi, dunque, sembra prevalere la volontà di accantonare, rimuovere la memoria. Lo dimostra anche l’aver dimenticato un altro anniversario, che pure dovrebbe interrogarci sulle atrocità del presente: sono trascorsi ottanta anni dalla sentenza del Tribunale di Norimberga che proprio il 1° ottobre 1946 concluse il processo condannando i criminali nazisti, principali responsabili dei crimini di guerra del secondo conflitto mondiale e della tragedia immane dell’Olocausto.

A ottant’anni dal processo di Norimberga, che esordì con la prima udienza il 20 novembre 1945, è opportuno interrogarsi sull’attualità del valore di quella scelta, che fu etica e giuridica. Può avere ancora un significato in un tempo in cui incombono le atrocità delle guerre, al riparo da ogni impunità? Sono note le ricostruzioni che da tempo hanno liquidato quell’esperienza come il “tribunale dei vincitori”, ma si tratta di un giudizio riduttivo e ingeneroso: Norimberga non fu affatto un diktat per affermare una giustizia sommaria. In quel caso, si volle mettere da parte proprio il rancore, pur giustificato, per una vendetta, e si scelse invece di perseguire la giustizia, promuovendo una meticolosa ricostruzione dei fatti e delle responsabilità, e il tutto in un processo pubblico, con a monte una costruzione giuridica seria e ben definita.

Il procuratore americano Robert Jackson, giurista di grande respiro, proclamò fin dall’inizio che non si trattava di vendetta, ma di un appello alla responsabilità universale, un riconoscimento che la giustizia non può mai fermarsi ai confini di una nazione, perché riguarda l’intera umanità. Prima di Norimberga il diritto internazionale non contemplava i crimini di guerra come crimini individuali. A Norimberga fu segnata una svolta grazie anche al contributo diretto di giuristi tra i più grandi del Novecento: Hans Kelsen, Raphael Lemkin e Hersch Lauterpacht, contribuirono alla costruzione dell’idea di una giustizia internazionale capace di porre la dignità dell’essere umano oltre la sovranità assoluta degli Stati. Kelsen elaborò l’idea di un ordinamento internazionale nel quale pace e giustizia non potevano essere disgiunte, e in cui corti internazionali avrebbero potuto condannare qualsiasi abuso della sovranità degli Stati. Lemkin coniò il termine “genocidio” e Lauterpacht pose la centralità dell’individuo nel diritto internazionale definendo la categoria dei “crimini contro l’umanità”. Non si trattava più di “crimini senza nome”: il diritto aveva finalmente trovato le parole per definire e punire l’indefinibile: le atrocità di una guerra condotta senza freni morali, le violenze sistematiche, le uccisioni di massa. Su mandato della Risoluzione 95/I dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, furono inoltre formulati i cosiddetti “Principi di Norimberga”, destinati a rappresentare una delle basi concettuali del diritto penale internazionale moderno: la responsabilità individuale per crimini internazionali, l’irrilevanza dell’ordine superiore quale causa esimente e il principio secondo cui non valgono né prescrizioni né immunità di posizioni ufficiali di fronte ai più gravi crimini internazionali. Sono i canoni che affermarono l’idea della giustizia universale: nessuno può sfuggire alla responsabilità per crimini che violano la dignità umana, qualunque sia la sua posizione politica o militare. Il processo affermava dunque un principio fondamentale, che oggi risuona con la stessa forza: di fronte ai più gravi crimini contro l’umanità, nessuno è al di sopra della legge. Ma stavolta ci fermiamo qui con le nostre riflessioni, perché è bene lasciare spazio alle parole autentiche dell’arringa del prosecutor Robert Jackson, ancora profondamente attuali: “Con il permesso della corte, il privilegio di aprire il primo processo della storia per crimini contro la pace nel mondo impone una grave responsabilità. Le azioni che vogliamo condannare e punire sono state così deliberate, così malvagie, così devastanti che la civiltà non può tollerare che vengano ignorate perché non potrebbe sopravvivere se fossero ripetute.

Che quattro grandi Nazioni, eccitate dalla vittoria e inasprite dalle ferite subite, abbiano rinunciato alla vendetta e spontaneamente consegnato i loro prigionieri al giudizio della legge, è uno dei più significativi tributi che il potere abbia mai pagato alla ragione. Se questi sono i primi uomini leader di una nazione sconfitta a venire processati in nome della legge, noi condividiamo che debba venir loro concessa la presunzione di innocenza e accettiamo l’onore di provare gli atti criminosi e la responsabilità di questi imputati nel compimento degli stessi. Il nostro scopo non è quello di incriminare tutto il popolo tedesco: Hitler non ottenne questo potere dalla maggioranza ma fu scelto da una malefica coalizione di rivoluzionari, reazionari e militaristi.

Voi sentirete oggi e nei giorni che verranno le enormità e l’orrore dei loro atti. L’accusa vi fornirà irrefutabili prove di eventi che hanno dell’incredibile. Io facevo parte degli uomini che durante la guerra ascoltavano molte storie di atrocità con sospetto, con scetticismo. Ora non più. L’elenco dei crimini contempla tutto quello che è stato concepito dal loro patologico orgoglio, dalla loro crudeltà ed ossessione per il potere. Sentirete della repressione nei campi di lavoro, la vessazione della Chiesa, la persecuzione degli ebrei, la conversione del mero antisemitismo in un deliberato progetto di sterminio degli ebrei di Europa. Sentirete la lunga serie di aggressioni, invasioni, violazioni di trattati, del terrore che dominava la Germania, della devastazione perpetrata nei territori occupati.

E allora voi comprenderete che la vera parte civile in questo processo è la civiltà. La civiltà che vi chiede per quanto tempo ancora la legge dovrà rimanere impotente verso crimini di tale ampiezza e criminali di tale ordine di importanza. La civiltà non si aspetta che dichiariate le guerre imprese impossibili. Quello che si aspetta è un’azione giuridica che metta la forza del diritto internazionale, i suoi precetti, le sue proibizioni, e soprattutto le sue sanzioni al servizio della pace così che uomini e donne di buona volontà e di ogni Paese possano vivere la loro vita non sotto l’egida di un uomo, ma sotto quella della legge”.

Per chi non si ravvede per tempo e crede di poter giustificare la violenza con le armi, perpetuando guerre di aggressione e stragi di civili inermi, la società civile e i leader responsabili, se non vogliono limitarsi a una reazione di sola indignazione, possono invocare con forza ancora oggi i Principi di Norimberga. Perché, come ammoniva Jackson, davanti alla giustizia non è una parte qualsiasi a chiedere il conto: è la civiltà, l’umanità stessa a chiedere che nessuno deve sottrarsi alle responsabilità di fronte alla dignità umana violata.

(*) Membro dell’International Law Association


di Maurizio Delli Santi