martedì 29 settembre 2026
Da tre mesi esperimento la fenomenologia clinico-ospedaliera. Non che la ignorassi. Tutt’altro. Ho un’esperienza rarissima: in coma 19 giorni, 19 giorni nell’ospedale Spallanzani a Roma e quello che ho vissuto, per così dire, nel coma, sembra un paradosso, l’ho narrato in un libro e penso sia testimonianza non corrente di quanto accade nella mente in quelle situazioni. Sintesi estrema: nel coma si crede di morire e di essere sul punto della morte, non morendo. Si sogna la realtà, è da studiare: quel che accade realmente, diventa pensiero, in questo caso, sogni. La vicenda attuale è diversa, si tratta di una caduta banalissima, che per decisioni inopportune durante il periodo della cura venne complicata in altro e più grave. La fenomenologia che ho sperimentato adesso riguarda la differenza tra la patologia fisica e la patologia mentale. Non vi è sempre una netta distinzione in taluni ospedali ed in talune cliniche, il che suscita complicazioni. Spiego. Se vai in palestra come nel caso mio per esercitare una gamba ancora non in funzione, vedi gambe magrissime, persone con braccia inerti e tutti compiono gli esercizi opportuni alle loro situazioni. Chi agita un bastone, chi agita i pesi, chi viene massaggiato, chi cammina con il deambulatorio a passettini, chi sa già camminare, chi non riesce addirittura ad alzarsi e tentando ricade sulla sedia, è una congerie di carrozzelle, di deambulatori, dicevo, di vario tipo, esiste una vita segreta nelle città, la città dei malati, un’infinità, persone anziane, spesso, che non si reggono in piedi ed hanno gambe in condizioni umilianti o perfino monche.
Ma questa è la normalità del luogo in cui mi trovo. Quello che accennavo si ha quando la situazione entra nella mente e non è soltanto evento fisico, ma evento, appunto, mentale. Ascoltare un uomo gridare, un vecchio gridare giornate intere invocando medici, infermieri o nomi forse di parenti che non gli danno conto e non lo vanno a visitare, ripeto, l’intera giornata con voce altissima oppure in maniera fievole, come per sé stesso, rattrista ma palesa una carenza, innanzi tutto non mettere insieme persone che non devono essere messe insieme Quelle persone di cui parlo, due esattamente, avevano bisogno di compagnia. L’uno era terrorizzato dalla solitudine, veniva ogni tanto a trovarmi in carrozzella e mi chiedeva l’ora, sapevo che non aveva bisogno di sapere l’ora, veniva per parlare, mi fissava e aveva timore di essere respinto. Cosa che non facevo, però era talmente certo che veniva respinto da chiedermi e fuggire, la solitudine diventata certezza di essere respinto. Gli infermieri non erano condiscendenti, lo rimproveravano e l’uomo si zittiva intimorito per qualche tempo poi tornava a gridare di notte, di giorno, in qualsiasi momento. O parlucchiava al minimo come per dimostrare alla solitudine che faceva il possibile per trovarle compagnia. Occorre del personale disposto alla pazienza non solo nella funzione ma nel rapporto umano. In un ospedale, in una clinica il rapporto umano vale quanto o più di un farmaco. Persone in condizioni immobilizzate o in condizione di infermità hanno bisogno di attenzione, di riguardo; questo non sempre accade, anzi può accadere il contrario che alcuni ritenendo lo stato del malato debilitato, si rendono frettolosi, impazienti, sbrigativi. Errore. Sia per la reazione del presunto derelitto sia perché è scorretto. È un aspetto importante, l’infermiere conta almeno o più dei medici che appaiono raramente e a mia esperienza persone apprezzabili anche nel rapporto. L’infermiere è costante, più ravvicinato con il paziente. E questo non sembra accadere talvolta in maniera, diciamo, umana. Ma occorre un discorso generale, sarebbe opportuno accrescere gli orari di visita. Non far sentire escluso il malato.
Inoltre, possibilità distrattive: teatro, cinema, un luogo dove andare come normali cittadini, musica, gioco di carte, biblioteca, conferenze. Rimanere a letto quasi tutto il giorno, a parte i brevi momenti della palestra nel caso del reparto ortopedia, è contrario alla guarigione, le gambe si rammollano e le passeggiate vaniscono l’efficacia, persone con gambe fiacche stanno presso che l’intero giorno nell’inerzia infiaccatrice! La vita clinico-ospedaliera non va scissa totalmente dalla vita corrente, altrimenti il malato si sente fuori dal mondo. Non deve accadere. Né possono risolverla gli infermieri, occupatissimi. Bisogna vi sia una organizzazione associativa: teatro, musica, cinema, conferenze, biblioteche, giochi. Chi non ha esperienza non concepisce la passione di vivere in persone anche anzianissime. Diceva Euripide che appunto, i vecchi si attaccano alla vita. E poi, che perderebbe un ospedale, una clinica a mantenere cittadino un recluso! Si fa, qualcuno lo fa? Eccellente. Viva la vita! E tornando all’uomo che lamenta la propria solitudine: in compagnia non griderebbe ma parlerebbe come nel salotto di casa ricevendo gradevoli ospiti.
di Antonio Saccà